Un Omaggio a Aaron Beck

Questa settimana il post lo dedico al grande psicologo e psichiatra, Aaron Temkin Beck, morto lo scorso primo novembre. Passato ad esperienze lavorative in ambito neuropsicologico e psicanalitico, amalgamò l’empirico, il comportamentale assieme al cognitivo. Riconosciuto non a caso come uno degli psicologi più influenti nell’ambito della psicoterapia, fu il fondatore della terapia cognitiva comportamentale e personalmente uno dei miei maestri. Molto materiale di questo blog, del mio lavoro e dell’ispirazione lo devo infatti a lui.

Il suo contributo al mondo della psicologia è stato immenso, anticipando con le sue tecniche, gran parte dei risultati confermati in seguito dalle neuroscienze. Già quando frequentavo l’università, il suo trattamento per la depressione e per i disturbi d’ansia veniva considerato il più efficace tra tutti gli approcci terapeutici.

Grazie al suo lavoro, alla sua ricerca, moltissimi tra i disturbi psicologici più diffusi possono venire curati, anche senza l’ausilio dei farmaci. La Pnl e tutti i metodi derivanti dalla sua teoria come anche la Rebt, si sono ispirati al suo metodo, soprattutto perchè Beck ha fatto della psicologia, una pratica attraverso la quale l’analisi del pensiero è in grado di farci arrivare alle origini del malessere, facilitando la comprensione dei meccanismi della mente e della sofferenza psichica in generale.

Il suo operato inoltre non si è basato unicamente sull’aspetto cognitivo, ha legato i pensieri alla base delle problematiche emotive, esortando il cambiamento anche attraverso il comportamento. E’ attraverso la sua tecnica e soprattutto la sua pratica infatti che la psicologia ha reso il paziente parte interattiva del processo clinico, integrando pensiero, emozione e corpo all’interno del processo di cura. Inoltre la parte comportamentale veniva supportata anche da esercizi pratici, i cosìdetti compiti, attraverso cui la persona affrontava gradualmente i suoi disturbi e le sue paure e veniva impegnata a lavorare su se stessa al di fuori dell’ora della seduta.

Lui stesso definiva il suo metodo esperenziale e teorico: la comprensione dei sintomi, del loro significato come del sistema di autoregolazione che avevano per la persona in quel momento, erano una parte fondamentale delle terapia. Secondo la sua teoria infatti il lavoro dello psicologo doveva seguire dei CRITERI:

-conoscenza della personalità del paziente

-conoscenza delle patologie

-strumenti ovvero una varietà di tecniche da utilizzare a seconda del problema e della personalità del paziente.

I SUOI PRINCIPI. E’ stato sempre Beck ad introdurre il concetto di schema (l’insieme dei modelli di pensiero che si ripetono in vari ambiti della vita della persona),di pensiero automatico ( i pensieri che si creano in modo apparentemente incontrollabile, che molti conosco bene), quello di distorsione cognitiva (gli errori nel ragionamento che portano al malessere psichico), il concetto delle credenze irrazionali (convinzioni che generano aspettative non realistiche). Sappiamo che questi aspetti quando sono disfunzionali, influiscono notevolmente sui disturbi. La stessa depressione per quanto possa avere in molti casi origini endogene, presenta nei soggetti una visione negativa della vita che impatta sul disagio. Oggi questi elementi vengono considerati parte fondamentale dell’esordio e del mantenimento della sofferenza psichica ed è un lato su cui il soggetto può interagire. Non solo anche grazie all’apporto delle neuroscienze e di apparecchi come la risonanza magnetica dinamica in grado di rilevare scientificamente le modificazioni strutturali della nostra mente, si è visto che questo tipo di approccio terapeutico genera nel tempo dei cambiamenti anche a livello neuronale. La confutazione, il ragionamento portano cioè delle modifiche all’interno della corteccia frontale (aere deputata alla riflessione), rallentando la risposta dell’amigdala (area deputata alla risposta emotiva impulsiva).

https://lamenteemeravigliosa.it/aaron-beck-migliori-frasi/

Dallo studio sulle credenze ha creato delle categorizzazioni e individuato aspetti come:

l’assolutezza con cui vengono pronunciate le parole nella nostra mente, attivando una sorta di blocco perchè il pensiero viene percepito come inamovibile;

l’attribuzione di verità assolute ai fatti che viviamo, che in sono invece verità puramente soggettive (ipotesi e non certezze);

infine la capacità di confutare queste idee per osservarne i preconcetti e le soggettivazioni con cui vengono costruite. Sappiamo come spesso questi processi sono irrazionali e vengono percepiti come incontrollabili; l’approccio cognitivo comportamentale ha permesso di portare alla consapevolezza queste parti, affinchè il soggetto le potesse riconoscere, mettere in discussione ed infine cambiare.

Beck ha analizzato inoltre le principali distorsioni cognitive, più note oggi come bias cognitivi, ovvero dei modi di processare inconsci della nostra mente, che attribuiscono giudizi di valore spesso condizionati da aspetti puramente soggettivi ed irrealistici;

le doverizzazioni interne, pensieri che viviamo come doveri e che ci comportano azioni condizionate e compulsive ;

dicotomie maladattive del tipo tutto o niente, che spesso sono presenti nel modo di pensare dei pazienti e che rappresentano un’altra forma molto comune di intrappolamento mentale. Questi modi di pensare automatici e queste dicotomie, finiscono infatti per dare la percezione che ci sono solo due vie d’uscita opposte tra loro e per questo generano un senso di ansia e di chiusura angosciante.

Altre categorie di pensiero come le generalizzazioni, catastrofizzazioni, che ha sempre estrapolato dal modo di pensare dei suoi pazienti, sono considerati come i più frequenti errori di valutazione e quindi di interpretazione su sè stessi e sul mondo, elementi che condizionano fortemente le reazioni emotive interne. Schemi ripetuti danno origine ad atteggiamenti mentali, i quali generano come ripetuto più volte, il nostro personale modo di leggere e reagire a ciò che ci accade.

Questo post vuole omaggiare il suo grande lavoro, la sua meticolosa ricerca, la dovizia con cui si è prodigato nel campo della psicologa per una vita intera. Molti disturbi sono oggi diventati grazie a lui, non solo non più medicalizzati, ma facilmente risolvibili. E’ stato un pioniere, è stato un rivoluzionario quando ancora la scienza non poteva confermare l’efficacia delle tecniche da lui create.

Quando lo si studia all’università non si comprende ciò che arriva dopo anni di esperienza lavorativa; l’efficacia e l’enorme aiuto per avere una struttura valida su cui operare. L’agilità delle domande per rompere gli schemi, la fondatezza di ascoltare le parole per capire i pensieri, l’incredibile possibilità di partire dal confutare i pensieri per approdare ad un cambiamento della persona, sono uno strumento ineguagliabile per aiutare i pazienti e noi nel nostro lavoro.

Ha dato la luce, creandone un metodo valido, a quello che gli antichi stoici avevano già visto: che il pensiero, il nostro modo di interpretare la realtà, crea tutto. Ognuno impiegato nella relazione d’aiuto ed ognuno che viene da noi in fondo cerca questo; una via d’uscita. Beck ha creato autostrade a più carreggiate, anche da un punto di vista sinaptico.

Per ricordarlo riporto anche l’ articolo sottostante da “State of Mind” che ho trovato molto interessante per capire più da vicino il valore del suo approccio e un video (in inglese, ma non vi è quasi materiale tradotto) sul suo operato.

Rebecca Montagnino

da State of Mind :

aron T. Beck: Il rasoio di Occam e la forza della semplificazione

Ricordiamo Aaron T. Beck (1921-2021), padre della Terapia Cognitiva, mancato oggi lunedì 1 novembre.

RSS FEED 0 COMMENTIID Articolo: 188971 – Pubblicato il: 01 novembre 2021👤di Giovanni Maria Ruggiero

Aaron T. Beck: Il rasoio di Occam e la forza della semplificazione

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Il modo migliore per ricordare Aaron T. Beck, scomparso oggi primo novembre del 2021, è riflettere ancora una volta sul suo contributo allo sviluppo della psicoterapia cognitivo comportamentale (cognitive behavioural therapy o CBT).

Nacque a Providence, Rhode Island, negli Stati Uniti, da genitori immigrati ebrei ucraini. Frequentò la Brown University, laureandosi nel 1942. Dopo aver completato i suoi internati e specializzazioni nel 1950, Beck divenne psichiatra presso l’Austen Riggs Center, un ospedale psichiatrico privato nelle montagne di Stockbridge. Inizialmente psicoanalista e allievo di David Rapaport, a partire dagli anni ’60 iniziò a sviluppare il suo modello di CBT.

Come si sa, nel modello CBT di Beck i disturbi emotivi sono considerati in relazione -a volte diretta- con errori di valutazione cognitiva della realtà da parte della mente e la terapia CBT di Beck consiste nella correzione di questi errori. Il contributo di Beck è stato quello storico di positiva economizzazione efficiente delle procedure cliniche, all’epoca perse in modelli psicodinamici dotati di intuizioni brillanti ma che a tutto obbedivano eccetto che al principio di semplificazione del rasoio di Occam. La deriva della psicoanalisi verso una complessità crescente ma disordinata dei principi teorici e verso una pratica clinica sempre meno accessibile (trattamenti di insostenibile lunghezza e intensità: anni di analisi con più sedute a settimana) portò a una difficoltà a valutare la reale efficacia dell’analisi e a una sfiducia nell’utilità clinica della psicoterapia, culminata con uno scoraggiante articolo di Eysenck (1952).

La CBT di Beck permise trattamenti di durata e intensità ragionevole la cui efficacia poteva essere valutata (Rush et al., 1977). L’economicità della CBT di Beck fu la sua forza, perché pur essendo affetta da alcuni limiti, essa agiva come il rasoio di Occam generando quel modello scientifico e clinico di psicoterapia ragionevolmente verificabile e affidabile che fino a quel momento era mancato. La CBT non produceva solo teorie e tecniche, ma forniva razionali -comprensibili al buon senso e al tempo stesso rigorosi- dell’intervento sulla sofferenza emotiva. Essa faceva dipendere la psicopatologia emotiva da modelli del disfunzionamento mentale costruiti senza inferenze troppo audaci e difficilmente verificabili ma ragionevolmente accessibili sia alla coscienza del paziente e osservabili sia durante il colloquio dallo psicoterapeuta che nella raccolta dati della ricerca empirica. Insomma, tutte le ipotesi erano controllabili a tutti i livelli:

  1. popolare (il paziente);
  2. clinico (il terapista);
  3. scientifico (la ricerca).

In breve, la CBT di Beck era un modello a bassa inferenza. Un modello che proponeva che la sofferenza emotiva e i comportamenti disfunzionali, quelle emozioni che tanto ci fanno soffrire e quelle azioni che ancora di più ci danneggiano, non sono frutto d’impulsi misteriosi e inaccessibili –insomma inconsci- ma dei nostri pensieri consci di tipo negativo e disfunzionale. Pensieri di relativo facile accesso alla coscienza del paziente e all’accertamento sia clinico in seduta mediante semplici domande (ad es., “cosa le è passato per la testa in quel momento in cui aveva l’ansia?”, con risposte del tipo: “non mi sentivo adeguato sul lavoro”, “che con gli amici non so mai cosa dire”, “sono completamente incapace di trovare un partner”) che in studi empirici, condotti con i questionari e le scale di valutazione. Ecco quella concisione e controllabilità di cui abbiamo parlato: siamo in ansia e passiamo la vita a nasconderci perché pensiamo di essere in pericolo; siamo depressi e non ci impegniamo in nulla perché nulla ci sembra sensato, divertente e valevole del nostro impegno; siamo arrabbiati e ce la prendiamo con gli altri perché pensiamo che qualcuno o qualcosa ingiustamente ci ostacoli.

Dunque, nulla d’incomprensibile ma tutto a portata di mano. Nel modello CBT di Beck la sofferenza emotiva dipende quindi da ragioni mentali prossimali, vicinissime al problema emotivo: quello che hai pensato un attimo prima di star male, errori di pensiero somiglianti ai pensieri giusti (chiamiamoli così) ma che trasformano la realtà in un incubo: sconfitte parziali trasformate in fallimenti globali della propria vita, esami universitari scambiati per prove terrificanti, e così via.

altrettanto a portata di mano era il cambiamento emotivo e clinico, ottenibile semplicemente mettendo in discussione questo modo di pensare accessibile alla coscienza. Questo significa che nella CBT non solo la teoria della sofferenza ma anche la teoria della terapia e del cambiamento clinico è a bassa inferenza: ovvero, è possibile modificare i propri stati mentali ragionando sull’utilità pragmatica e sull’adesione logica alla realtà dei propri pensieri espliciti. Questo ha consentito alla CBT di essere il primo modello di psicoterapia che forniva dei metodi osservativi affidabili per accertare la psicopatologia, per valutare la correlazione tra psicopatologia e sintomi e per misurare la correlazione tra modificazione di variabili psicopatologiche che spiegassero la sofferenza emotiva e il miglioramento clinico.

Quindi, sebbene i processi mentali alla base della sofferenza emotiva siano più complessi e implicano non sola la corretta lettura della realtà ma anche la gestione (dis)funzionale dei propri stati emotivi (“se provo ansia, non lo sopporterò” oppure “se provo ansia, allora sono un incapace”), La felix culpa di Beck fu che intuì che le distorsioni di processo possono presentarsi alla coscienza come contenuti semplificati sul pericolo esterno o sulla incapacità personale e soprattutto che esse siano trattabili in termini di semplici contenuti valutabili criticamente mediante un esame di realtà, il classico questioning di Beck:

  • che probabilità c’è di essere bocciati all’esame?
  • che prove ci sono del fatto che sono / non sono capace?
  • che prove ci sono che posso / non posso tollerarlo?

Un altro aspetto qualificante fu che la CBT operazionalizzò, ovvero definì in maniera praticabile e controllabile la componente operativa dell’intervento (la cosiddetta “tecnica”), rendendo possibile la replicabilità dell’esecuzione dei trattamenti a ogni terapeuta adeguatamente formato in maniera corretta. Questa definizione della tecnica consentì alla CBT di essere tra le prime psicoterapie manualizzate e soprattutto la prima psicoterapia di cui si poteva verificare l’efficacia come si faceva per un farmaco: per la prima volta furono messi a punto degli interventi di psicoterapia chiari e operativi e la cui efficacia era dimostrabile (Beck, 1976).

Un altro punto di forza della CBT fu la specificità diagnostica e medica delle sue variabili, per cui fu in grado di medicalizzare -nel senso migliore del termine- la psicoterapia, ovvero di produrre modelli specifici per singoli disturbi psichiatrici. Ad esempio, il depresso (il modello di Beck fu pensato inizialmente per la depressione) ha pensieri di completa perdita di fiducia in sé stesso, nel mondo che lo circonda e nelle proprie prospettive di vita. Non è la tristezza generata dall’impossibilità di ottenere qualcosa a cui si tiene, ma una completa perdita di senso. Stesso discorso per l’ansia patologica: essa va al di là di un’accettabile preoccupazione perché l’individuo ansioso ritiene che una certa situazione, ad esempio un esame, non sia semplicemente difficile, ma estremamente impegnativa, forse addirittura pericolosa, e di non essere all’altezza della prova.

Insomma, l’applicabilità psichiatrica della CBT fu il fattore che permise quella medicalizzazione che talvolta oggi è vista come una colpa della CBT e che invece all’epoca rese un favore a tutte le psicoterapie, che smisero di essere considerate un possibile bluff, qualcosa che forse non funzionava come aveva suggerito Eysenck (1952). Permise quella valutazione di efficiacia che fino a quel momento era riservata solo ai farmaci riuscendo nell’impresa di dimostrarne l’effetto positivo sulla depressione (Rush, Beck, Kovacs, & Hollon, 1977).

La forza della CBT

  1. Operazionalizzazione della sofferenza emotiva: Definizione osservabile e operativa della psicopatologia come disfunzionalità mentale accessibile alla coscienza;
  2. Osservabilità del processo psicopatologico: Modello ragionevole e osservabile, ovvero a bassa inferenza del rapporto tra psicopatologia e sintomatologia;
  3. Operazionalizzazione del processo terapeutico: Definizione osservabile e operativa dell’intervento (questioning, ristrutturazione, esposizione) come modificazione della disfunzionalità mentale;

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Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2021/11/ricordo-aaron-t-beck/

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