IL CONNUBIO TRA TECNOLOGIA E ONNIPOTENZA

Sicuramente la tecnologia ha cambiato, forse per sempre, il nostro modo di comunicare ( non ditemi che un tvb sia lo stesso che l’odore di un abbraccio o che discutere sui gruppi sia come farlo dal vivo). Se da un lato ha permesso lo scambio tra persone in diverse parti del mondo e nell’immediato, se i costi della telefonia mobile si sono abbassati tanto da rendere il fenomeno quasi presente ovunque e in qualsiasi strato sociale, al contempo ha provocato conseguenze enormi, tuttora ancora poco prevedibili. La rivoluzione tecnologica in fondo è ancora in atto, ma già i primi studi iniziano a trarre conclusioni.

Non c’è fascia d’età che non viene investita da tale innovazione, dai bambini urlanti che si “calmano” grazie all’intuitivo touch and screen dei genitori, ad anziani che si sono dovuti modificare per non restare fuori e sentirsi alienati, a quelle fasce d’età intermedie che ne fanno abuso più che uso. Ormai non ci sorprendiamo più nel vedere così tanta gente camminar a testa bassa e e parlare da sola, anzi i pochi momenti di solitudine vengono riempiti dalla lettura di notifiche o aggiornamenti continui. Diventa ansia lo stare senza collegamento o linea per un pò di tempo-l’accensione simultanea dei telefoni appena un aereo atterra, ne è un esempio, nemmeno il tempo di aspettare il segnale. Non so se è un bene. Quello che in genere viene visto con grande entusiasmo, quel senso di sentirsi circondato da persone amiche, ha aumentato l’idea di onnipotenza. Le persone sentono che possono controllare figli, partner, attraverso la costante raggiungibilità, possono avere notizie sul mondo, comprare tutto in qualsiasi istante. Ma come sempre ad ogni misura di controllo, ne nasce una contraria per aggirare tale controllo. Non è un caso forse che la grande incertezza di oggi che dilaga su tutto, dai rapporti umani, al lavoro, venga compensata con giocattoli che illudono di poter monitorare ogni cosa. Eppure la sensazione è quella di forza e potere: piò sento di controllare, più mi sento forte; più contatti ho, più ho potere. Anche se questi mi perseguitano ovunque, senza più distinzione tra giorno e notte.

Non è dunque un entusiasmo sano, perchè non esiste contemporaneamente la capacità di attivare uno spirito critico o una semplice riflessione su quanto si viene risucchiati da questo vortice, questo senso di connessione. Esiste un app per ogni cosa, possiamo controllare un’infinità di situazioni e quelle che non possiamo controllare ora, probabilmente lo saranno a breve. Il controllo su chi è connesso, se ha letto, quando ha letto l’ultima volta, le visite indagatrici che sviluppano curiosità morbose sulle foto degli ex, non ci danno nella realtà un senso di pace, il più delle volte provocano l’effetto di aumentare l’ansia e la paranoia.

Così ognuno si sente un piccolo centro dell’universo da cui comanda sul suo mondo, più questo diventa in apparenza funzionale, più dilaga il senso di onnipotenza.

“Io sono” le persone con cui sono connesso ogni giorno, sono i mi piace che ottengo, sono la condivisione on line. Non è solo entusiasmo che provoca tutta questa situazione, quanto una dannosa e fastidiosa esaltazione dell’Io.

Credo che oltre all’entusiasmo sarebbe opportuno sviluppare un senso critico o un buon senso che è andato perso, sviluppare attività mentali lente che portino alla riflessione, saper star fermi in silenzio e da soli, ritrovare la propria responsabilità e saper anticipare le conseguenze delle proprie azioni. Basta pensare a quanto sia  deresponsabilizzante e privo di emotività uccidere qualcuno in un videogioco; esistono addestramenti alla violenza che usano già questo sistema: uno stimolo desensibilizzato e ripetuto, finisce con il rendere la realtà virtuale pari a quella vera, specie se sono i giovani a vivere quest’esperienza. La tecnologia di per sè non è un mostro, se rimane la voglia e la capacità di  scontrarsi e confrontarsi dal vivo con le persone, di  smettere di vivere una cultura così narcisistica dove sembra che gli altri servano solo ad incorniciare soprattutto il proprio ego.

Le modificazioni in atto riguardano proprio quest aspetto, aree cerebrali che si spengono perchè inutilizzate e lo scambio tra reale e virtuale che un tempo sarebbe stato letto come primo segnale di un disturbo psichiatrico, diviene normalità.

Questo mi preoccupa e mi allarma. La permeabilità di questo confine si è sbiadito sempre di più.

Poche e semplici domande servono già a darci chiarezza sul fenomeno: ogni quanto tempo controllate il vostro telefono? e tre anni  fa ogni quanto lo controllavate? quante volte siete in compagnia e vi isolate sul vostro telefono? quante volte rispetto a due anni fa? quanto tempo trascorrete sul vostro pc…e come?

Se le risposte segnano un evidente sbilanciamento rispetto al tempo trascorso realmente con gli altri o con se stessi, in confronto alla relazione con il mezzo tecnologico, forse l’allarme è già rosso.

 

Rebecca Montagnino

 

FILMOGRAFIA:

Her di Spike Jonze, 2013

BIBLIOGRAFIA:

The Circle, D.Eggars

Tecnoliquidità, T.Cantelmi

 

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