PILLOLA ROSSA O PILLOLA BLU?

In Matrix la scelta tra le due pillole corrisponde alla scelta tra la conoscenza, la vita reale con i suoi problemi e l’illusione, in cui si vive una finta tranquillità. Immaginando che una pillola corrisponda alla vita nel mondo reale, con le sue emozioni, destabilizzazioni, prese di coscienza ed una a quello del mondo virtuale, privo delle difficoltà del relazionarsi e del vivere, quale scegliereste?

PSICHE O TECHNE , QUESTO è IL DILEMMA…Stiamo diventando esseri digitalizzati e la nostra psiche si sta adattando, se già non si sia digitalizzata anche lei. Questi cambiamenti come ci stanno modificando? In un’era in cui troneggia l’Ego al posto dell’Io, il profilo al posto dell’Identità, la tecnologia al posto della realtà, come cambiano le emozioni (sempre se possono ancora convivere -o resistere- nell’era della digitalizzazione)?

Nel 1996 veniva pubblicato Psiche e Techne un’importante testo di Galimberti, in cui affrontava le controversie che stavano sorgendo tra la nostra anima, psyche appunto e l’utilizzo della tecnologia. Nel suo ultimo lavoro, il già citato “Il libro delle emozioni” affronta in quasi metà delle pagine, l impatto dei cambiamenti in atto sulle nostre emozioni.

Questi cambiamenti sono ramificabili in due tipologie, che riguardano sia la sfera relazionale, come approfondiremo tra breve, che il bombardamento di marketing a cui veniamo sottoposti quotidianamente: l’emotional and persuasive techologies approccio in cui stanno sviluppando e personalizzando le nostre ricerche in rete, influenzando così i nostri stati d’animo. Possiamo persino affermare che oggi la ricerca nel marketing è quasi totalmente basata su ciò che sentiamo, paradosso perchè spesso ne è più cosciente di molti noi e motivo per cui diviene ancora più urgente essere consapevoli di ciò che ci “muove” dentro.

LA TECNOLOGIA SOSTITUIRA’ LA FATICA DI SENTIRE??? Esistono già da anni funzioni dell’apple watch e derivati che ci suggeriscono quando alzarci, quando bere, quando prendere una boccata d’aria. Un tempo non così lontano, ricordo che tali funzioni basiche erano istintive, facevano parte delle nostre pulsioni normali. Quasi nessuno si è spaventato all’idea che qualcosa fuori dal nostro corpo, potesse indicarci sensazioni che il corpo invece avrebbe dovuto rivelarci anche con una certa intensità, mi domando se la paventata ipotesi di creare sistemi che leggeranno le nostri emozioni (nemmeno questa è così lontana), scatenerà qualche reazione; domanda in cui è già implicita la risposta, visto che l’assenza di emozioni ci riduce in uno stato di anestesia da confort zone.

Chi di voi ha visto recentemente il piacevole film “Don t look up” (ricco di stimoli su cui toneremo in modo dettagliato prossimamente), ha già potuto avere un primo assaggio di cosa significherebbe il delegare ad una macchina funzioni vitali e umane. Purtroppo la comodità difronte al minimo impegno vince su tutto, anche sul vendere i nostri dati a chiunque pur di navigare “liberamente” in rete, chi si indignerà una volta che le emozioni verranno riprodotte da qualcos’altro al posto nostro? Ci eliminerà un pò di stress, di conflitti, di fatica, quando anche di destabilizzazione.. ma al contempo di voglia di vivere..

L’altro giorno mi hanno chiesto: a cosa serve vedere i film tristi? Infatti se guardiamo i botteghini, la percentuale di film drammatici nelle sale è scesa a favore di film di animazione; stessa motivazione spiega l’aumento di serie, in cui la parte di ricerca emotiva rispetto alla costruzione di un film è molto più bassa…A me in risposta oltre al fatto che il bisogno di sensibilizzarsi maggiormente, quanto di tollerare il dolore altrui è alla base della conoscenza e della capacità relazionale umana; oltre alla seguente per niente scontata frase:

Cause a heart that hurts is a heart that works” (Placebo)

PIU’ CHE EMOZIONI EMOTICON.

sempre Galimberti afferma nel libro: ” La razionalità della tecnica ha sviluppato le nostre potenzialità intellettuali, operando quella trasformazione dell’uomo in senso intellettualistico che ha avuto come effetto l’impoverimento, se non addirittura la rimozione del mondo immaginale, emotivo e sentimentale, che nell’epoca pre-tecnologica erano i tratti che caratterizzavano la nostra vita intima” Afferma Galimberti a proposito delle emozioni_; “..nel mondo della tecnica ogni fine raggiunto rappresenta un mezzo per un ulteriore fine che a sua volta è un mezzo per il fine successivo…la tecnica per esigenze di metodo e funzionalità tende ad eliminare le interferenze dell’emozione e del sentimento” .

OMOLOGATI SEMPRE DI PIU’ L’omologazione, il bisogno di appartenere e sentirsi inclusi a tutti i costi, la paura della disapprovazione del giudizio altrui, per forza di cose provocano un tentativo di abolire qualsiasi forma non controllabile di reazione: le emozioni appunto. Se io definivo l’uomo senza emozione un uomo senza odore, Galimberti lo definisce ” senza qualità” come il protagonista del romanzo di Musil.

Il fatto che tale attitudine sia socialmente condivisa e diffusa rende logico qualsiasi atto di depauperamento emotivo che porta “all’egoismo sul piano etico, l’individualismo sul piano sociale, il narcisismo sul piano psicologico e quindi il conseguente deperimento di tutta la vita emotiva. ”

Ci riempiamo di fatti, di foto, di performance, di falsi valori cercando di brillare, di affermare così la nostra unicità, dimentichi che quella si delinea solo con le nostre emozioni. Al posto dell’unicità prevale la standardizzazione: essere belli significa avere quel tipo di tratti che vengono spesso costruititi e ricostruiti sapientemente secondo un modello. Avere gusti diversi da quelli proposti dal mercato rischia di escluderci, pena la non approvazione. Fuori e dentro dobbiamo essere catalogabili, anche nella diversità dobbiamo appartenere a qualcosa.

Un tempo si andava dal parrucchiere con la foto per avere un certo taglio, oggi si va dal chirurgo estetico con un modello estetico a cui aderire e già si intravedono i i primi casi di pazienti che richiedono di aiutarli a creare un personaggio pre-stabilito, stabilito cioè dai canoni del momento, dal pensiero corrente.

Qui di sotto allego un articolo che vi invito a leggere, consapevole che vi ricoprderà situazioni ben note riguardo l’uso di instagram e ai conseguenti cambiamenti sul nostro modo di sentire e di percepire il nostro corpo. https://visionetv.it/la-cultura-instagram-del-narcisismo-sta-distruggendo-la-nostra-societa/

PROCESSI PSICOLOGICI DI CAMBIAMENTO. Galimberti ne propone alcuni, probabile che come accrescono ogni anno i disturbi derivanti dalle dipendenze tecnologiche (da notifica, da gioco d’azzardo on line, sesso on line, e-commerce, etc..), altri si formeranno in futuro. L’angoscia di non essere nessuno e la paura della connessione già hanno forgiato la nostra psiche.

La derealizzazione : il contatto con la realtà fisica diviene sempre più nebuloso a favore della realtà virtuale, incontri, ricerche, tempo libero tutto viene speso sui nostri apparecchi scollegandoci progressivamente dalla vita “vera”; la desocializzazione ovvero l’accrescersi dell’incapacità di relazionarsi “realmente”. Per questo la comprensione del mondo diviene difficoltosa, o complicata, così come si aggrava la capacità di capire gli altri e di leggerne le dinamiche interpersonali.

Relegando quest’analisi al mondo tecnologico, affrontare quello reale è diventato se non impossibile sicuramente molto più arduo. La scioltezza nel relazionarsi viene a perdersi come ogni altra facoltà quando non viene allenata. Anche il nostro modo di pensare è cambiato, ormai la nostra logica si muove secondo un modello a binario: mi piace/ non mi piace, deprivando il ragionamento ed il sentire dalle sue mille sfaccettature. Non solo, attraverso questa logica ci limitiamo a ciò che è utile, a ciò che funziona, a ciò che è pragmaticamente performativo…creiamo una visione del mondo prettamente solipsistica, atta cioè a focalizzarsi unicamente su ciò che ci interessa..e tutto il resto è fuori quello spazio!

Pur avendone un bisogno fortissimo, abbiamo sostituito il sentire le nostre emozioni prima con la comprensione razionale, oggi con la ricerca di qualsiasi cosa sia in grado di anestetizzarci. Aspiriamo alla loro nebulizzazione, alla loro assenza. Restano le faccine per dire come stiamo, cosa proviamo, ovvero categorie grafiche in cui incapsulare il nostro sentire; le relazioni si coltivano con queste, le chat sono meno intime e meno impegnative persino di una telefonata, figuriamoci di un rapporto live dove subentrano senza controllo le emozioni dell’altro a “destabilizzarci”, spettinando la nostra quiete.

IL PASSAGGIO ALLA SPUDORATEZZA. Non sappiamo esprimere le nostre emozioni agli altri, ma in fondo non sappiamo farlo nemmeno con noi stessi. Se lo facciamo passiamo immediatamente dalla parte opposta, alla spudoratezza del nostro io, del nostro mondo interiore, che viene sbattuto fuori e scambiato con estroversione. Si esibisce qualsiasi cosa intima in rete, dalle ecografie dei bambini non nati, alle proprie tragedie, alle storie finite cercando la comunità virtuale come un pubblico che ci confermi che esistiamo e ci condivida ( se ci acclama ancora meglio).

Per riprendere il discorso di Galimberti sulle emozioni, allego alla fine un articolo sulla necessità appunto di educare sin dall’infanzia i nativi, in modo da non crearne dipendenza, insegnando loro ad usare in modo cosciente le tecnologie, al fine di non esserne usati. Il problema che sorge a questo punto secondo me è che se il mondo degli adulti intorno a loro, li riempie di foto fin dallo stato embrionale per poi postarle felicemente sulla rete, se gli stessi insegnanti appena possono controllano le notifiche sul loro telefono da dietro le loro cattedre, se molti di coloro che si occupano oggi di salute mentale hanno scambiato la professione con quella di influencer o di vip sostituendo la competenza con la visibilità, da quali modelli prenderanno spunto questi ragazzi???

Considerate le problematiche allarmanti che conseguono, Galimberti alla fine del libro dedica una parte all’educazione della digitalizzazione, affinchè i bambini di oggi non abbiano già escluso a priori la loro umanità, seppur fragile, sicuramente più autentica. Perchè se l’uomo non è pronto a questi cambiamenti (semmai sia poi davvero adatto), meno ancora lo è un bambino. https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/20/i-social-ci-manipolano-per-creare-dipendenza-leducazione-digitale-nelle-scuole-e-una-priorita/6429582/

Tornando ora alla domanda iniziale, dopo la lettura di questo post, quanto di quello letto vi corrisponde, quanto del vostro tempo viene trascorso in rete, quanto è presente una difficoltà di affrontare la vita vera?

Siete sicuri di quale pillola avete scelto??

Rebecca Montagnino

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