Resilience

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L’Elfo. Paola Madorno

“La vera forza è il riconoscere e affrontare la vulnerabilità

Dopo dieci anni di parole ho deciso di dare un taglio “cinematografico” o semplicemente ” cinefilo” al mio blog, come omaggio al cinema innanzitutto perchè è una parte fondamentale della mia vita. Allo stesso tempo chiedendogli un supporto, ritenendo che spesso la parola arriva meglio se accompagnata dall’immagine.

L’immagine nel cinema poi non è mai immagine statica, è emozione, voce, scena, dialogo, gesto, costume, è l’insieme di frammenti che circondano la nostra vita

Nell’augurio che ciò che è arrivato a me possa arrivare anche a voi…

L’ARTE DI ESSERE FORTI E FRAGILI Per iniziare questo nuovo viaggio partiremo parlando di resilienza (in fisica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi, in psicologia la capacità di affrontare e superare un evento)- Esploreremo quella facoltà che distingue il sopperire nel ruolo di vittima e la forza, non so se è sempre coraggio, a volte si tratta anche di volontà, di uscir fuori da un problema. Vi passo perciò un video in cui il professor Massimo Recalcati, oltre a spiegare la scelta di questa professione, ci fornisce una prima importante riflessione su quanto stiamo dicendo.

Il cambiamento in atto oggi e sono certa che Recalcati mi darebbe ragione, è che le persone non vogliono uscire dalla macchina, ma abbassano sicure e oscurano finestrini. Perchè? Non è paura, poco frequentemente è trauma, spesso è COMODITA’…il rimanere nella “macchina” è un luogo sicuro, una confort zone, in cui non rischiano niente, se non rinunciare a vivere.

TRA MAGIA E REALTA’ Il cinema non è solo magia, non a caso è la settima Arte, il cinema è anche il racconto della realtà, anzi di molte realtà; quelle di altre persone, di altri paesi, di diverse culture, di diversi linguaggi, di opinioni diverse dalle nostre, di emozioni spesso più dirette delle nostre. Persino le tecniche di ripresa favoriscono questo transito, lasciando che sia lo spettatore a scegliere cosa è per lui più importante, o direzionandolo verso un certo dettaglio.

Testimone emotivo della storia mentre avviene, il cinema mostra quelle immagini che attraverso l’identificazione, ci toccano e ci coinvolgono, a differenza di quelle che vediamo nei telegiornali e che viviamo ormai passivamente. E’ quindi un modo, anche uno schiaffo, per capire meglio la realtà e il mondo intorno a noi.

EMPATIA e SCHERMO TERAPEUTICO Prendiamo questo libro che cita ricerche neuro-scientifiche in cui si conferma come si attivino i neuroni a specchio, quelli dell’ empatia appunto, durante lo svolgimento di un film. Ci dà in quanto spettatori non passivi, ma partecipi, la possibilità di sentire e conoscere ciò che sente un altro attraverso un senso di unità e umanità. Non solo, se consideriamo che un attore deve difendere il suo ruolo anche se impersonifica un carattere che non gli appartiene o non gli piace, ci obbliga ad assistere a situazioni ed emozioni che altrimenti non considereremmo mai.

Pertanto il cinema viene utilizzato da anni un modo alternativo e supportivo al setting terapeutico, mostrando modelli schematici o facilitando processi di comprensione emotiva.

LA RESILIENZA IN DUE FILM Due film se penso alla resilienza: uno menzionato il 13 novembre sul mio profilo Instagram “Non avrete mai il mio odio”, film francese del 2022 di Kilian Riedhof trasmesso sulla Rai la sera della commemorazione e ancora visibile su Raiplay, nonchè su Prime. https://www.filmtv.it/film/200628/non-avrete-il-mio-odio/

Storia vera di un uomo che perde la moglie durante l’attentato del Bataclan, Il film è tratto dall’omonimo libro e si riferisce ad una lettera che Antoine Leiris scrisse qualche giorno agli attentatori. Piuttosto che riassumerla, preferisco, avendola trovata tradotta da Youtube, riportarvi il testo stesso.

Il secondo è “ A’ byciclette” film del 2025 di e con Mathias Mlekuz . Non sapevo molto della storia prima di andare a vederlo, solo che narrava un viaggio in bicicletta di due amici; in realtà è uno che chiede all’amico di seguirlo per ripercorrere dall’Atlantico al Mar Morto, la stessa tratta fatta dal figlio deceduto 5 anni prima. Avevo solo letto che il film era bello, poetico, commovente ed era presentato dall’equipe.

Ho scoperto il dibattito è iniziato, che la storia intensa era la vera storia del regista-protagonista. A quel punto sono rimasta ammutolita, senza domande, senza parole, perchè se il film era toccante, questa verità era sconcertante. Quell’uomo era lì davanti, ne parlava, commosso ma non soppiantato; quel padre aveva saputo trasformare un dolore personale infinito, in un opera collettiva. Era andato oltre come il protagonista del primo film . Senza timore di mostrare la sua vita, di raccontare i momenti duri, alla fine questo viaggio era nella pellicola come probabile nella realtà , un inno alla vita e all’amore.

Il suo amico trascinato e fattosi trascinare con una grande generosità, in molte scene più volte lo ringrazia, dicendo che il figlio ha lasciato dietro di sè, anche tanta bellezza e umanità: la scoperta e l’avventura nel mondo, come l’unione di anime.

RIFLESSIONI DI RESILIENZA Se questi due film potevano essere pieni di disperazione, pur molto toccanti, sono stati due momenti di riflessione sulla vita e di condivisione: per una profonda dignità insita nei racconti, dove il dolore non si cancella, ma dove la voglia di resistere e conviverci predomina, diventando alla fine un atto di volontà e soprattutto si sublima in infinito amore per la vita stessa.

Invece di cedere a quel dolore, di essere vittime, si trasformano e trasformano a loro volta, diventando due esempi di resilienza ammirevoli. Non sono persone nate più forti, sono persone che decidono di essere più forti e dove molti restano chiusi nella macchina di Recalcati, loro lottano, affrontano la realtà ma ne escono in qualche modo.

Vedendoli ho pensato molto a quale forza, determinazione, ma soprattutto amore dlla vita, si debba avere per rialzarsi da quelle tragedie; andare avanti con un peso che resta e coabita con un ardente bisogno di andare oltre .

E’ l’ego che ci fa aggrappare alla sofferenza spesso, ci trattiene nel problema; se amassimo la vita, saremmo più aperti a risolverla e a non sprecarla. Possiamo in definitiva voltare le spalle al vittimismo, abbandonare quell’infinità di cose piccole a cui pensiamo e ripensiamo, nell’ingiustizia in cui ci commisieriamo, dimentichi della fragilità dell’esistenza stessa, di quanta bellezza e fortuna abbiamo solo per essere vivi.

Sono soprattutto due storie vere: se hanno potuto loro, quindi possiamo anche noi.

Rebecca Montagnino

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