L’immagine in movimento: quando il cinema attiva l’empatia

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Il potere del cinema approda in numerosi ambiti, oltre che quello artistico culturale: come ogni arte tocca sia da un punto di vista psicologico che sociale, soprattutto in questo momento storico. Se partiamo dal punto di vista sociale mai come ora ci sono film che parlano delle guerre, di violenza psicologica, di conflitti interpersonali, dando così uno spettro della realtà a cui non siamo abituati. O non più.. O per lo meno non , in questa parte del mondo. Siamo abituati nel cinema come nella vita a cercare film che ci distraggono semmai, con un lieto fine, non che ci causino ulteriori pensieri all’uscita.

Il cinema è la scrittura moderna, dove l’inchiostro è la luce” J.Cocteau

Il cinema però attraverso uno schermo dilatato, ci accompagna in una dimensione più grande della nostra e in luoghi che spesso ignoti. Per molti anche la finzione senza controllo emotivo, può essere destabilizzante. Al contempo è educativa; in questo senso potrebbe sostituire la letteratura (non che lo condivida, ma sarebbe un modo per riabituarci ad allenare mente ed emozione), considerato che non si legge più nè soprattutto si rileggono i classici, che ci aiutavano un tempo a conoscere il mondo e comprendere meglio l’animo umano. In questo aveva ragione Milan Kundera quando affermava e presagiva che smettendo di leggere, avremmo disimparato a capire l’inconscio.

Allora ecco che il cinema diverrebbe anche un modo per sopperire a tale svuotamento ed essere l’erede assieme al teatro, specie di quel teatro classico antico, dove la scena convergeva il pubblico ad una riflessione più ampia sull’umanità.

CINEMA COME CONOSCENZA SOCIALE Sono sempre più presenti pellicole di altri paesi, di altri conflitti, mostrandoci storie che non conosciamo e attraverso cui la costruzione romanzata ci permette di immedesimarci. Non solo nei fatti che vediamo quotidianamente al telegiornale, ma sviluppando semmai maggiore empatia e collegandoci davvero a quello che accade fuori al nostro rassicurante “conosciuto”

A volte è proprio nell’urlo di quei registi che esplode il tentativo di denunciare o di farci capire cosa e come stanno vivendo i loro popoli. E in questo omaggio Jafar Panahi, omaggio i registi di “No other land” e vi allego pertanto una parte del discorso di Xavier Dolam in risposta all’esclusione della politica dalla recente berlinale che sono certa stimoli molte considerazioni.

Non si tratta di cinema “impegnato”, ma di una testimonianza che informa e che tenta di toccare il fortunato spettatore che siede da questa parte del pianeta, in comode poltrone di velluto rosso; conoscere certe realtà può essere una via per realizzare quale vantaggio abbiamo e impedirci di girare la testa laddove non ci piace guardare.

CINEMA COME CONOSCENZA PSICOLOGICA Da un punto di vista psicologico invece il cinema offre tantissime possibilità di lavorare su noi stessi quanto di comprendere meglio gli altri. Non c’è niente infatti come l’immagine in movimento che possa attivare la nostra empatia. I neuroni specchio secondo le ultime ricerche della neuroscienza sono chiamati a risuonare insieme alla parte della corteccia motoria: ciò che vediamo cioè non viene solo immaginato, ma rispecchiato. In questo modo il sentimento provato è molto più intenso e vero. Per questo si parla di specchio incarnato

VIVERE L’ESPERIENZA Ciò che arriva inoltre non può essere fermato, nascosto, ma lascia una traccia e in tal senso vedere certi film, può rappresentare un’esperienza trasformativa. Restare con il cuore e la mente aperta è un modo per avvicinarci a ciò che ci spaventa, a quelle emozioni o contenuti che evitiamo perchè sentiamo troppo intensi o che ci fanno sentire troppo vulnerabili. E’ nella sala, c assieme alla presenza di altre persone che condividono quel vissuto, che si rende possibile un senso di connessione e coesione con il mondo.

LA CATARSI Un pò come era il teatro greco un tempo, la sofferenza condivisa finisce con essere un atto catartico. Anche se in mezzo a sconosciuti, riconoscere e soprattutto toccare la comune umanità, diviene una maniera di sublimare la sofferenza.

Ma cosa si intende per catarsi? Secondo Aristotele l’anima si purificava nell’assistere ad una tragedia. Questo processo liberatorio era in grado di far sfogare emozioni controllate o rimosse, trasformando l’esperienza di sofferenza in consapevolezza. Per Platone ( e condivido) ancora era un modo per l’anima, di liberarsi dalle imperfezioni del mondo. In ogni modo per un atto di sublimazione che univa le persone.

DALLA CATARSI ALLA CINEMATERAPIA Ma andiamo a vedere nello specifico quali sono i vantaggi terapeutici del cinema. Tra quelli che citerò che sono specifici dell’ambito puramente clinico, vorrei aggiungere l’esperienza estetica.

La fotografia, certi montaggi, certi primi piani, l’accompagnamento della colonna sonora contribuiscono a creare uno scenario di bellezza, che è già di per sè un’esperienza curativa. Saper cogliere la bellezza, goderne, è un’esplosione di vita nonchè un rilascio di ossitocina (attiva il sistema di ricompensa e abbassa il cortisolo, senza con ciò voler ridurre il nutrimento dell’anima ad un fatto solo biologico) e come affermava Hillman è un atto politico che ci avvicina al mondo

Oltre ad attivare l’empatia, il cinema è un esercizio introspettivo, specie se vissuto nelle sale apposite e non nel contesto domestico dove spesso ci sono troppi elementi che ci distraggono o da cui ci lasciamo distrarre. Permette di acquisire flessibilità mentale, lettura delle convinzioni, esposizione a modelli di pensiero diverso che possono favorire resilienza e coping di comportamenti più funzionali.

Soprattutto nell’ambito emotivo favorisce attraverso la risonanza, il sentire rendendoci più aperti ad accogliere le nostre emozioni, in quanto avviene in un contesto protetto. E’ un modo inoltre per comprendere gli archetipi, analizzare meglio i nostri, rimpadronirci di modelli più profondi di sviluppo.

NUTRIRE L’ANIMA un film può essere bello per tanti motivi, la narrazione, la capacità recitativa/interpretativa degli attori, la scelta del regista, l’importante è che ne usciamo con un senso di appagamento profondo. Se ci resta dentro, allora ci ha toccato l’anima e per molti attori interpretare non è solo entrare nell’universo del regista, ma permettere a noi spettatori di trascendere noi stessi.

“Il cinema dovrebbe farti dimenticare che sei seduto in un teatro” R,Polansky

Se il cinema ha anche una funzione di regolazione emotiva, di sicuro lo ha moltissimo per me. Ogni volta che mi siedo in una sala e mi lascio guidare da ciò che vedo e sento, è un viaggio, un’esperienza di conoscenza. Ritrovo quel senso di umanità che mi manca, mi ricorda come vorrei vivere una vita circondata di maggiore sensibilità.

Ci sono film, alcuni attori e registi che per me diventano una luce, un balsamo per l’anima: quando so che si sta avvicinando la fine del film mi ritrovo a pensare che vorrei restare in quel climax ancora e continuare a respirare quell’intensità. Come avviene quando leggiamo qualcosa che riflette la nostra anima.

E’ un’esperienza quasi mistica e lo spirito torna a nutrirsi. Questi artisti hanno il privilegio di mostrarci la vita in modo più realistico di quanto lo faccia la realtà, dove diventa più autentico ciò che è finzione, quanto la finzione quotidiana a cui ci siamo assuefatti.

Quella emotività allora è un atto di resistenza di un mondo vulnerabile e sensibile, contro l’aridità che padroneggia fuori. Nei film semplicemente la vulnerabilità è bella, ha un connotato positivo, gli “eroi” o protagonisti piangono, si emozionano, provano rabbia, paura senza imbarazzo o vergogna. Non sono nobili gli atti che compiono, ma le modalità con cui le compiono.

A CUORE APERTO

Il film di questo mese che non rientra del tutto in ciò che ho appena scritto, ma molto del contenuto di questo post post, è “Hamnet” di Chloe Zhao, interpretato dalla delicatezza di Jessie Buckley e di Paul Mescal. Non ne parlo troppo perchè è appena uscito e vorrei incuriosire chi non l’ha visto a farlo.

Di sicuro tocca e scuote: è uno dei film più recenti in cui se non scatta l’empatia, c’è davvero un muro di marmo tra spettatore ed emozioni. E scatta spesso, in situazioni diverse. Un motivo per vederlo, oltre che ad essere molto in linea con quello che volevo far arrivare oggi a proposito del cinema, è che nel finale racchiude quell’esperienza catartica che solo l’Arte, la sensibilità sa fare; trascendere l’Io dalla sua esperienza individuale e portarlo nella comunità. Questa connessione profonda è l’atto catartico di cui parlavo.

E fa bene quanto a noi come persone singole, quanto fa bene al mondo, ricordare ancora e soprattutto oggi di essere UN TUTTO.

Rebecca Montagnino

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