SULLE ORIGINI DEL NARCISISMO

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Spesso mi chiedono e mi sono chiesta anch’ io: da cosa proviene quest’aumento di narcisismo?

Premesso che il  tratto narcisistico e il disturbo narcisistico sono due cose diverse, dove il primo indica un aspetto più o meno palese della personalità che tende ad  accentrare l’attenzione su di se ed una forma di vanteria soprattutto fisica, il secondo chiaramente manifesta gli stessi tratti con maggiore gravità insieme ad altri aspetti  patologici dell’identità, di cui la persona che ne soffre ne è in genere scarsamente consapevole.

Anche quando arrivano in terapia i pazienti narcisistici sono pazienti difficili, sensibili a quelle che loro percepiscono come critiche, molti sono pieni di sé e poco umili, difficilmente si mettono in discussione in modo critico. Ed è ovvio che per  loro il lavoro su se stessi non è in salita, come per i pazienti depressi o ansiosi, ma è un lavoro in discesa, dove occorre togliere, limare, la parte dell’ego ipertrofico e spesso illusoria che nel tempo si sono creati. Scendere da un piedistallo per quanto fittizio, non fa piacere a nessuno.

Già Freud aveva evidenziato il problema in suo saggio, “Introduzione al narcisismo” in cui affermava che un bambino che non riceve le giuste cure di amorevolezza e attenzione, sviluppa una ferita narcisistica e sposta la libido e l’amore invece che sull’altro, su di sè.

Ma nel periodo in cui Freud elaborava le sue teorie, il problema non era così diffuso. A seguito  Heinz Kohut  diede un importante contributo a delineare le origini psicologiche del narcisismo, poi Alexander Lowen che già  prima degli anni’80 aveva intravisto la degenerazione di un problema individuale in un fenomeno sociale. Non a caso citava infatti nel suo saggio “Il narcisismo, l’identità rinnegata” che è ad oggi una delle opere più divulgate sulla patologia,  il sociologo Lasch,  pioniere  delle ricerche e degli studi anche in ambito culturale e sociale del fenomeno, che  definiva appunto questa come  l’ “era del narcisismo”.

Io credo che la causa dell’aumento o dell’epidemia, come la definiscono i sociologi da quarantanni, sia dovuta a due tipi di ragioni, una individuale  e l’altra di origine sociale.

Partiamo dalla seconda; gli anni’70 hanno visto la liberalizzazione di molte convenzioni e istituzioni sociali che fino a quel momento scalpitavano per essere cambiate ma erano rimaste stabili fino ad allora,  come la liberalizzazione sessuale, le leggi sul divorzio, l’emancipazione della donna e del femminismo, tutti elementi che giustamente dovevano modificarsi. Probabilmente cambiamenti così grandi e in poco tempo hanno provocato oltre ad un vivere più aperto e autentico e meno ipocrita, lo sfaldarsi di valori quali la religione, la famiglia, il senso del sacrificio e del dovere. Di conseguenza niente aveva più lo stesso “valore” e  le relazioni sono diventate promiscue e superficiale. Non che prima fosse meglio, semplicemente questi mutamenti sociali non sono stati metabolizzati a sufficienza, per cui le l’evolversi del mutamento è stato ( ..è?..) alquanto inconsapevole, nonchè imprevedibile. L’educazione delle persone  da  troppo rigida è diventata in un attimo troppo permissiva.

Dall’altro lato in quel periodo nasceva un fenomeno nuovo; il benessere economico dopo la fine delle guerre non solo stava aumentando, ma stava diventando un fatto normale, a cui tutti potevano accedere anche se in misura diversa. Tutti possedevano beni che prima appartenevano a  pochi e  potevano richiedere finanziamenti anche per cose che non erano necessarie, come una macchina, un televisore, un frigorifero, una lavatrice, una vacanza. Non che quei beni non siano oggi una “necessità”, ma non sono definibili beni primari come avere una casa, la possibilità di ricorrere a cure mediche.  La voglia di avere di più, una volta che si erano acquisiti quei beni, anche in modo apparentemente facile, aumentava il bisogno di avere sempre di più e sempre altro. Ovvero nasceva il CONSUMISMO. In poco tempo il baby boom era nato  dall’illusoria prospettiva di un mondo eternamente ricco. I genitori di quel periodo potevano donare ai figli tutto quello che non avevano avuto, la loro assenza da casa veniva giustificata dal lavoro necessario per acquisire quei beni e compensata da un benessere donato incondizionatamente, senza insegnarne il valore.

Il consumismo  aveva spostato i valori dall’aspetto umano a quello materiale, abbassando e sminuendo la moralità . Anzi forse sarebbe più corretto dire che la maggior parte delle persone oggi vive senza conoscere quali siano i suoi valori e quindi senza una guida, per cui passa da un atteggiamento ad uno opposto con eccessiva normalità, come cavalcasse a briglie sciolte

Questi cambiamenti sociali si sono riversati dunque nell’educazione dei figli, spesso lasciati soli e considerati unicamente per la sfera scolastica (basta che vai bene a scuola…  devi studiare perchè poi..).e da lì la schiera di laureati che più colti di un tempo, abbina   master e specializzazioni,  a personalità del tutto immature e prive di qualsiasi forma di esperienza di vita. La libertà, l’aiuto economico viene tuttora elargito in modo irresponsabile, si tolgono ai figli tutti gli ostacoli, pensando di farli crescere più sereni, mentre crescono solo più deboli e insicuri. La minore formalità nei comportamenti inoltre ha abolito le differenze generazionali, per cui tolti i ruoli i genitori diventavano sempre più come i figli, nel modo di vestire, parlare e i figli hanno perso di conseguenza il senso della gerarchia, sviluppando da un lato una facilità, a volte una sfacciataggine nel trattare gli adulti, dall’altra un senso di attaccamento infantile e di insicurezza verso l’autorità, che ne ha minato lo sviluppo  dell’autonomia. La me generation che è il frutto di questi stravolgimenti è quella più colpita, più fragile, ha tutto all’esterno, ma il vuoto all’interno. Non ha più niente contro cui ribellarsi perchè gli è stato dato tutto, così come non ha più nessun modello da cui differenziarsi. Pertanto, per potersi sentire adeguata, per non sbagliare, cammina allo stesso passo degli altri.

E’ vero che tutte le generazioni hanno delle crisi e dei problemi, ma questa è particolarmente preoccupante, vuoi perchè è epidemica, vuoi perchè i suoi tratti non solo accettati, ma peggio ancora apprezzati e rafforzati in una  società individualista come la nostra. Il rallentare inoltre lo scontro con la vita vera   ritarda lo sviluppo naturale e fisiologico, necessario per sapersi gestire adeguatamente. La generazione ME è una generazione molto più a rischio, in quanto non si rende conto del suo malessere e quindi, a differenza delle crisi generazionali di un tempo, che maturavano una progressiva reazione per migliorare, non si attiva affatto a cambiare.

 

BIBLIOGRAFIA:

S. Freud, “Introduzione al narcisismo”

H.Kohut ” Narcisismo e analisi del sè”

Alexander Lowen “IL narcisismo, l’identità rinnegata”

Cristopher Lasch “La cultura del narcisismo”

Jean.m Twenge “Generation me”

 

Rebecca Montagnino

 

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