LO STRANIERO: L’ESTRANIAZIONE da sè e dal mondo.

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“In fondo non c’è idea a cui non si finisca per fare l’abitudine” A.Camus

DAL LIBRO AL FILM: Ci sono figure nella nostra vita che non conosciamo personalmente, ma sentiamo vicine e connesse alla nostra essenza tramite una forte ideologia e una profonda umanità. Una sorta di spiriti affini che finiscono per abitare la nostra quotidianeità in assenza di una comunità in cui ci identifichiamo. Hillman parla di comunità di valori, luoghi, artisti a cui offriamo la nostra lealtà. E se Lo straniero è l’opera dell’uomo che incontra il mondo, Camus ha di sicuro segnato il mio.

Comincio questo post perciò con una grande commozione e soggezione perchè mi appresto a parlare di un film che mi ha toccato, di un libro della mia adolescenza che ha scosso e accompagnato la mia vita, del suo autore le cui idee scuotono ancora prima di condividere, dell’esistenzialismo, la corrente filosofica- letteraria che più di tutte mi ha marcato. Allora mi avvicino a quest’opera con l’amore che spero possa portare qualcun altro a leggerla, ponendosi una delle mille domande sulla natura della nostra esistenza.

IL PIACERE DELL’APATIA Ma c’è un motivo sicuramente, lo stesso per cui il regista François Ozon ha deciso di riadattare il testo al film che mi tocca; l’attualità di quest’ epidemia di anestesia emotiva, quest’ indifferenza che non appartiene solo al protagonista, quanto si è diffusa e si diffonde nel mondo.

Allora mi ha chiesto se non mi interessasse cambiare vita. Ho risposto che non si cambia ai vita, che comunque una vita vale l’altra e che la mia non mi dispaiceva affatto” A.Camus

Nella sua apatia, nel non prendere mai una posizione, nel sentire che una cosa vale l’altra, che non ha bisogno di grandi sentimenti o che semplicemente non gli appartengono, c è un legame tra l’ interiorità del protagonista e l’uomo moderno. Il piacere nell’apatia. Per tutto il film assistiamo a questo vuoto, decantato con il suo impassibile silenzio

Non chiede Meursault, il protagonista, l’accondiscendenza del lettore o dello spettatore, non ne cerca il perdono. Ma alla fine accade qualcosa; attua una forma di rivolta: sente. La stessa che trasforma negli anni il pensiero di Camus e che ritroviamo in:

L’uomo in rivolta, saggio del 1951 in cui l’uomo si ribella difronte l’assurdità del mondo per ritornare ad una solidarietà umana e alla sua dignità. ..Non accetta più passivamente la sua vita e capisce che è solo assumendo il senso di essere- con gli altri che può venirne fuori

.E quindi l’augurio che oltre ad incuriosire, questo film o libro, possa portare ad una rivolta interiore, lontana ed opposta a quelle a cui assistiamo inermi e spesso indifferenti davanti la tv, una rivolta alla passività e a questa ricerca di benessere nichilista.

LO STRANIERO viene scritto nel 1942 in un mese circa, Camus ricevette il Nobel nel 1957. È uno dei libri ( un tempo quando si leggeva) tra i più letti al mondo. Nessuno sa ad esempio, ma Ozon la usa nei titoli di coda apposta, che il testo della canzone dei Cure Killing an Arab si riferisce a quest’opera.

Il film di Ozon onora monumentalmente Camus. Ottimo il cast che oltre ai protagonisti annovera il bravissimo Pierre Lottin.

Mentre ero all anteprima l’altra sera e rivedevo il film, ho riflettuto che in italiano si dice straniero quando qualcuno non è originario del paese, significato che possiamo collegare anche all’aspetto politico del film. I fatti si svolgono ad Algeri quando era una colonia francese e non a caso il film inizia con spot di finta buona convivenza tra i due popoli.

Il secondo dei significati è estraneo: estraneo è Meursault il protagonista rispetto ai suoi prossimi, ma è anche estraneo a sè stesso in fondo. Chi non ha accesso al suo mondo emotivo abita un corpo estraneo e resta ignaro del suo mondo interiore. Meursault nel film interpretato dal suadente fascino impassibile di Benjamin Voisin,( che aveva già girato con Ozon in “Ete 85“), risponde sempre ciò che pensa, ma è reale sincerità?

Perchè chi non sente non si conosce davvero, non comprende gli altri, sfugge a qualsiasi forma di intro-spezione appunto. Possiamo definire quindi sincero, onesto chi vive nell’estraniazione dal mondo e dalle emozioni? Se vestiamo nella vita una maschera, gli abiti di un personaggio da cui decurtiamo le emozioni, non siamo mai davvero, autenticamente Noi. Ci manca quella parte, senza la quale non c’è consapevolezza. E qui sta la grande attualità.

L’INVISBILE La pellicola è in bianco e nero per riportare lo spettatore nel passato. In più la delicatezza della fotografia, l’incisione dei dialoghi, la voce narrante che ci immette nel testo, non è solo Camus, è la mano e lo sguardo acuto di Ozon,che ama sviscerare l’invisibile per renderlo visibile. A volte non ci sono parole, ma sguardi o gesti, perchè la non emozione quanto la sua voluta non presenza, parla comunque.

E’ di Ozon la presenza di un femminile invece solo accennata nell’opera, quello della donna di Meursault, Marie (interpretato da Rebecca Marder) che prende vita al di là del personaggio e la cui solarità si scontra con la cupezza del protagonista; o il creare un ruolo per la sorella della vittima che restituisce così attenzione e voce all’ omicidio. E’ ancora di Ozon perciò la tomba della vittima, perchè di fatto della vittima non si parla mai durante il processo e anche questo è politico: ridare dignità, volto e voce agli invisibili.

In fondo Mersautlt non verrà processato e condannato per la morte di un “arabo”, ma per non aver pianto al funerale della madre.

La seconda grande riflessione che mi è venuta dall’essere tornata nell’opera: oggi il non mostrare la propria vulnerabilità è segno di forza e di accettazione mentre lui un secolo fa, viene ghigliottinato perchè l’assenza di dolore è segno di un animo colpevole.

A voi largo la sentenza…

Il film è in sala dal 2 APRILE,,, sotto un articolo che ho trovato molto in linea con il film (chi non volesse ulteriori spoilers si attenga ) : https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2026/03/19/ozon-camus-attuale-anche-di-fronte-alla-follia-umana-di-oggi_b4a8132f-e9ea-4245-b5b8-da7ea7306210.html


   

Vi lascio infine con un altro passaggio del finale

allora ho compreso che un uomo che fosse vissuto anche solo per un giorno, potrebbe senza difficoltà vivere cento anni in prigione. Avrebbe abbastanza ricordi per non annnoiarsi ” A.Camus

Rebecca Montagnino

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