CI SONO FERITE..E FERITE NARCISISTICHE

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Se diamo ormai per scontato che la tecnologia ha cambiato il nostro comportamento, che l’avvento dei social ha condizionato e influenzato il nostro modo di pensare, è ovvio quindi che qualsiasi grande cambiamento sociale abbia una conseguenza sul tipo di sofferenza e sull’entità della sofferenza psicologica. Come sono cambiate pertanto le ferite che stanno alla base del disagio?

COSA SI INTENDEVA PER FERITA NARCISTITICA ll termine ferita narcisistica fu introdotto da Freud nei primi del ‘900 e si riferisce ad un’esperienza di dolore ed impotenza vissuta dal bambino nel corso dei primi anni di vita rispetto le figure genitoriali. La dinamica affettiva con tali figure di attaccamento è spesso altalenante, altre volte è assente la sintonizzazione emotiva, pertanto il bambino sente tradito il suo bisogno di vicinanza e di accudimento. Da qui sviluppa una sofferenza che protratta nel tempo, può condurre al disturbo narcisistico di personalità.

CAMBIA LA SOCIETA’, CAMBIA LA CULTURA E CAMBIANO LE DINAMICHE, Questo un secolo fà, nel frattempo come ci spiegano puntualmente gli esperti in materia, oggi il discorso si è quasi ribaltato e la situazione vede spesso le figure di attaccamento sin troppo attaccate, sin troppo accudenti (che non significa in senso positivo), sin troppo protettive, sin troppo presenti nel creare una visione idealizzata del bambino di sè stesso e del mondo. Di conseguenza cambia anche la visione della ferita narcisistica che esplode appena il bambino quando e se, faticosamente, diventa adulto, non trova la stessa corte dei miracoli, ma una realtà peraltro fortemente competitiva e performativa; scopre che non c’è solo lui al mondo con i suoi bisogni e soprattutto non è nè speciale, nè gli è d’obbligo un trattamento speciale com’era abituato fin dopo la tarda adolescenza ( sempre per peccare di ottimismo).

Quando si sgretola quell’immagine di Dorian Gray in cui si era crogiolato e deve scendere dal piedistallo in cui si era erto, allora vengono i guai…quindi direi che ad oggi la ferita narcisista è molto più vicina a questa seconda descrizione.

In inglese uno dei termini che traducono il verbo proteggere è “to pamper” (non a caso), la conseguenza è stato che l’abuso di “pamperizzazione” ha prodotto una cultura di personalità fragili, facilmente malate e facili all’autocompianto, peraltro affezionatissime al loro stato.

LA FRAGILITA’ DIETRO L’ARROGANZA Più alto è il piedistallo, più la caduta è dura, per più tempo domina l’individuo, più soffre la caduta del dio che credeva di essere, per realizzare invece che è umano e molto umano. Solo che è un umano privo di una vera personalità, spesso di contatto con le sue emozioni, di un Io strutturato, di strumenti per relazionarsi, di empatia, di spessore, quello che ha e che tiene stretta è la sua immagine, l’icona di un regno che non esiste se non nel suo desiderio bramoso. Cosa accade allora? Svegliatevi ogni giorno, aprite la finestra, poi la porta e lo scoprirete.

Tanti piccoli Ego che si muovono affannosamente per le strade con la supponenza che appartengano solo a loro, con l’incapacità di seguire regole, soffrendo più che per il loro disturbo, del fatto che non hanno l’attenzione che pretendono e che abbandonare quel disturbo richiede una rinuncia dell’immagine, ipotesi insostenibile. Non solo non si ribellano come in genere le generazioni nuove fanno, non si ribellano nemmeno al loro malessere, ma lo mantengono con cura.

Reagiranno di conseguenza indignati se non aggressivi al primo cenno di contrarietà, si scaglieranno contro al primo anelito percepito di umiliazione, si roderanno con mortificazioni quando non si sentiranno al centro dell’universo, avranno pretese assurde, corromperanno l’analisi della realtà a favore della loro, si sentiranno falliti quando capiranno di non essere perfetti e vivranno qualsiasi frammento di umanità come una atroce condanna di non impeccabilità.

La risposta alle situazioni conflittuali, spesso sarà amplificata o assomiglierà ad un capriccio che è la conseguenza di una tolleranza alla frustrazione quasi inesistente, invidiando tutto e tutti perchè incompresi, perchè quel privilegio non è loro, senza l’idea di sacrificio, impegno, senza l’ombra del concetto di rinuncia.

LA RABBIA NARCISISTA Da qui una rabbia esagerata, che è spesso l’espressione più comune, da quella dei bambini che pretendono la soddisfazione immediata di qualsiasi loro desiderio (generando sceneggiate a cui siamo abituati) e da quella degli adulti che vanno in crisi quando l’esterno non collima con ciò che si aspettano. Una rabbia che l’attualità ci mostra ogni giorno nelle sue infinite sfumature di assurda ed ostentata violenza, nel piacere sadico di spettacolarizzare il male senza un minimo segno di rimorso dopo.

Per dirla alla Lowen una società malata produce individui malati e individui malati sommati rendono la società intera malata. Alla fine il rischio e lo abbiamo già passato, è quello di confondere e sostituire sofferenza, le sue ferite, le sue conseguenze con un insicurezza che imputiamo troppo spesso e troppo dipendente dalla società, senza riflettere a cosa è accaduto nel singolo, senza capire gli effetti devastanti del consumismo/liquidità ha avuto sull’educazione.

INVIDIA NARCISISTA: ovvero la sindrome di Brunilde. Se la società cambia, come è intensamente cambiata in un secolo, sono cambiate le modalità di risposta, si sono create nuove convinzioni, nuovi valori, si sono sfaldati i ruoli. Oggi pertanto le ferite nascono persino da un brutto voto, da essere stati cancellati dai follower di qualcuno, dai like in meno che si ricevono, da una ruga, da un qualsiasi desiderio irrealizzato. Senza considerare che esistono altrove ancora sofferenze vere, atroci, mentre queste semmai sono il frutto amaro e avvelato di una società corrosa da un bisogno di sentirsi speciali, perciò privilegiati, con l’ottusa volontà di esserlo ulteriormente e sempre. L’invidia, il rancore narcisista che viene esperito come un dramma, un apocalisse, ricorda molto quella che io chiamo la sindrome di Brunilde.

La matrigna di Biancaneve medita vendetta e si tinge di livore, quando scopre dal suo specchio che interroga ogni giorno, che esiste qualcuno più bella di lei. Non è questione di merito, quanto di privilegio o di importanza. E’ un diritto. Per sè stessi, per quello che gli altri penseranno, l’autostima nasce infatti solo dal rimando della visione degli altri o da un’ interiorizzazione di infinite convinzioni irrealistiche.

In questa situazione l’autenticità viene soppianta dal bisogno di accettazione, l’empatia quindi viene a mancare, la comunicazione diviene sterile e … le persone cercano chi dia loro ragione, perciò preferiscono parlare con Alexa! (un rimando doveroso al film Her)

ATTACCAMENTO E ORGOGLIO. Per comprendere la differenza tra una ferita dell’Io ed una ferita narcisista prendiamo un esempio: una rottura affettiva. Mi sono accorta che spesso nel tempo le persone avevano difficoltà a lasciare andare, attaccamento tipico di un Ego ipertrofico. Restavano aggrappate a quella situazione, spiando se l’altro nel frattempo era “andato avanti”. Non era mancanza, dolore per ciò che l’altro era, dava, dolore per un amore che restava incompiuto, la dimensione dell’altro esisteva solo nella misura di oltraggio al proprio orgoglio. Lo specchio delle brame aveva decretato la sentenza di non essere insostituibili.

“L’oggetto d’amore diviene un’estensione narcisistica e la scoperta della soggettività dell’altro è spesso l’inizio del fallimento del rapporto con un individuo con organizzazione narcisista” Il disagio del narcisismo, Glenn o.Gabbard, Holly Crisp.

Tante sofferenze, vissuti di fallimento di ogni tipo, lavorativo, anche una semplice discussione tra conoscenti, in questi racconti non avevano niente a che fare con la situazione in sè, ma con la convinzione che portava spesso al rimurginio della non perfezione, del bisogno di accettazione, di quello che pensano gli altri o ancora del fatto che nessuno mi dovrebbe trattare così. Il più delle volte la reazione non era di confrontarsi, parlarne, agire con assertività, ma di covare rancore in un atteggiamento passivo aggressivo.

Di fatto la corazza narcisista, quell’arroganza e finta sicurezza di sè, nasconde invece un Io fragile, spaventato di mostrare la propria vulnerabilità. Questo porta a restare invischiati- aggrappati rende molto meglio- a quell’onta subita. La vergogna o un senso di ingiustizia immotivato, in quanto motivato unicamente dalle proprie ambizioni e visioni, fa esplodere la sofferenza; una sofferenza ferma ad uno stato bambino, con i capricci da bambino, lontano da un Io adulto che non sa pertanto assumersi le sue responsabilità.

LA CULTURA NARCISISTA ” Il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. A livello individuale indica un disturbo di personalità caratterizzato da un esagerato investimento nella propria immagine a spese del sè. a livello culturale può essere visto come una perdita di valori umani; viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili. quando la ricchezza occupa una posizione più alta della della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sè vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine, e deve essere ritenuta narcisista. Il narcisismo della cultura corrisponde a quello della cultura. Noi modelliamo la cultura a seconda della nostra immagine e a nostra volta siamo modellati dalla cultura.” A.Lowen, Il narcisismo, l’identità rinnegata, 1983

Mi sono accorta così che molti problemi richiedevano un cambiamento di analisi, non erano più una sofferenza dell’Io, ma di un Ego immenso. Cambiata la società, cambiati i valori, anche il significato doveva essere riletto. Twenge e Campbell, figure tra le più rappresentative del fenomeno, evidenziando più che un disturbo narcisistico della personalità, un fenomeno culturale: ricerca culminata nella pubblicazione di “Epidemia del narcisismo ” (2009).

Secondo le autrici questa società è formata da individui con alti livello di narcisismo che pensano di essere migliori degli altri, anche se non lo sono. L’epidemia quindi comprende uno spostamento dei valori culturali condivisi verso un maggiore narcisismo e una maggiore ammirazione per sè stessi La caratteristica forse più frequente dei narcisisti generazionali è è la convinzione che tutto sia loro dovuto per diritto.

E questo spiega tante cose che vediamo come apriamo quella porta…

Rebecca Montagnino

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2 risposte

  1. marta ha detto:

    Considerando lo smascheramento di una persona narcisista e che questa poi si vede a sua volta, da persona sensibile ed empatica che sembrava (e che si credeva) a persona con il suddetto disturbo… con tutti i dubbi e le crisi che seguono inevitabilmente.
    Come può arrivare ad avere un reale contatto con se stesso, dovendo necessariamente escludere le precedenti convinzioni assunte, se quello che avverte essere rimasto è un enorme punto interrogativo che si ingrandisce ad ogni domanda sulla propria identità?

    • Rebecca Montagnino ha detto:

      Non credo che sia diverso da ogni processo di consapevolezza..si tratta sempre di smascheramento, magari è più difficile perchè gioca sul senso di identità come affermava Lowen ma sono tante le situazioni di identità rinnegata, non solamente quella narcisista.

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