BASTEREBBE NON DIRLO

Ridimensiona il testo-+=

Tempo di lettura: 5 minuti

Sono da sempre stata innamorata della parola, l’ ho venerata sin da piccola da assidua lettrice e appassionata di scrittura. L’essere bilingue in primis e l’analisi di come significati ed etimologie si improntano nella scelta che facciamo dei vocaboli che usiamo, hanno finito per convogliare in un lavoro dove la parola è fondamentale.

In questo percorso di vita l’incontro con la Pnl (programmazione neuroliguistica), ha spalancato definitivamente la porta a quel mondo per cui parola e pensiero sono legati indissolubilmente e ancora di più lo sono pensiero ed emozione. Abbiamo tutti parole che ci incantano, parole che ci mortificano e che ci toccano in modo particolare nella nostra sfera interiore, parole che evocano mondi e sono esperienze soggettive, nel senso che sono così per noi, ma non per tutti. Parole che ci hanno illuminato, parole che non dimentichiamo, parole che di colpo provocano un insight di nuova consapevolezza nella nostra mente. Parole e frasi di canzoni o di film che spiegano quello che non sappiamo definire al nostro interno. Potremmo dire che ognuno è quindi un vocabolario a sè.

Molto spesso i modi di dire che abbiamo rispecchiano i modelli comunicativi genitoriali da cui non ci siamo differenziati, si potrebbe quindi affermare che ascoltare davvero e profondamente qualcuno parlare è vedere anche parte del suo passato. https://psicoadvisor.com/frasi-tipiche-di-chi-e-cresciuto-in-una-famiglia-disfunzionale-39768.html

PRIMA DI PARLARE…Parafrasando il titolo del famoso libro di Paolo BorzachielloBasta dirlo“, ho pensato di proporre un post sull’accumulo di parole o frasi spesso inutili, talvolta urticanti. Come ci sono parole che attivano la nostra attenzione e rilasciano ormoni del benessere, spiega l’autore, esistono altre che hanno l’effetto opposto; in genere non ci soffermiamo a pensare sul perchè abbiamo usato un certo termine o perchè quel termine ha impattato in un certo modo sul nostro umore.


Le parole quindi sono sacre, sono i nostri pensieri, la nostra identità, posso darci malessere o consolarci . Attivando aree diverse del cervello, definiscono la nostra realtà. Meno parole conosciamo, meno ne usiamo, meno siamo in grado di descrivere il mondo e di capirlo.

E’ triste osservare che con tutta l’informazione che abbiamo oggi, non ci prendiamo il tempo e l’attenzione per ascoltare ciò che diciamo. Ciò che diciamo agli altri, ma anche ciò che diciamo a noi stessi e il modo in cui lo facciamo. Con quale voce vi parlate ad esempio, ci avete mai riflettuto?

LA PERDITA DELLA CAPACITA’ DI APPROCCIO. Vi ricordate quando da piccoli tornati da scuola vi chiedevano “Com è andata oggi a scuola?” Probabilmente quella frase specie se ripetuta quotidianamente, vi infastidiva e soprattutto vi inibiva.

La prima frase che mi viene in mente e che probabilmente ha dato vita all’idea di farne un post è la gettonata ed abusata, “che dici“? quando si incontra qualcuno. Secondo me è un pò come la domanda sulla scuola.. Che sia da una settimana o da un anno non importa, per quanto il resoconto ed il tempo occorrente per essere esplicativi cambia non poco, non fa niente: dobbiamo intrattenere gli altri raccontando cosa abbiamo fatto. Di conseguenza mi pare ovvio che è una domanda, come la sua cugina “come stai“, fatta tanto per intercalare, per buona educazione (o formalismo). Perciò che sia una domanda per avviare la comunicazione ed interagire, è piuttosto improbabile.

“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.” Buddha

In realtà queste sono frasi che non implicano un reale interesse, nè la voglia di ascoltare la risposta (infatti si risponde spesso mentendo). Stessa cosa con “tutto a posto?” (come fossimo cassetti da mettere in ordine), nessuna di queste domande implica nello specifico cosa si vuole sapere di quella persona e ciò che è vago, diviene superficiale. Danno più l’idea di dover tranquillizzare il nostro interlocutore, più di quanto questi abbia voglia di ascoltare davvero ciò che stiamo vivendo.

Perchè si fanno quindi?

TANTO PER PARLARE

Altra frasaccia, perchè se possediamo dei neuroni e un apparato per comunicare, magari uno sforzo di originalità è ben accolto. Anzi la pecca di questo pressapochismo linguistico denota una pigrizia mentale/ emotiva, perchè non c’è nulla di personale, nel senso di personalizzato. Niente che abbia a che fare con la vita di quella persona, con quello che sta provando, con le sue peculiarità. Sarebbe forse più onesto chiedere cose che sono in apparenza meno intime, ma più sentite. Colpa anche e qui lancio la solita freccia sui social, del linguaggio sbrigativo delle chat che hanno contribuito a creare scambi di informazioni relazionali diventate pure convenzioni, una sorta di spunta con cui ci affacciamo nella vita degli altri per mera abilità di pubbliche relazioni, ma che non denota nessun interesse autentico.

Le parolacce sono delle parole considerate volgari, offensive, ma non sono solo quelle comuni. E’ volgare e offensivo parlare senza pensare, anche se ammetto è paranoico l’opposto, avere una serie infinita di parole che urtano la sensibilità altrui. Ma allora parlare o non parlare? Il dilemma non è questo, perchè esiste il buon senso, la sensibilità e la riflessione (o meglio esistevano un tempo), per creare uno spartiacque sensato. Esiste l’intenzione, perchè sentiamo e apprezziamo quando c’è un attenzione linguistica da parte del nostro interlocutore, come sentiamo la pochezza emotiva, quando manca . Ricordiamo, sebbene sia in parte superfluo, che molta della capacità di trasmettere e comunicare, parte anche dal non verbale, l’emotività di qualcuno o la nostra passano anche attraverso il silenzio, se l’attenzione e l’interesse emotivo ci sono davvero.

LA CURA DELLE PAROLE. Avere cura delle parole è aver cura di sè e di chi interagisce con noi, implica uno sforzo, un impegno, non immenso, anzi e proprio per questo così importante. Definire solitamente con aggettivi come carino o spettacolare, per descrivere qualcosa è segno non solo di impoverimento linguistico, una mancanza di qualificazione, che indebolisce la nostra capacità di osservazione e condivisione. E’ non dire nulla, non esporsi, incollare due parole che vanno bene per qualsiasi circostanza, senza aver detto niente di offensivo, ma nemmeno di identitario. E’ come mettere un emoji, una faccina che sorride, buona pe ril bisogno di accettazione e per il politically correct. Iniziamo a sostituire aggettivi generici, cercando quelli più accurati per definire ciò che sentiamo. Aiuta ad interagire meglio e a fare ginnastica mentale.

Altra parola terribile è il verbo ansiare, che spero non sia stato introdotto nel vocabolario come tante parole solo perchè usate sovente. L’ansia non è un processo o un’azione, si dice avere l’ansia proprio perchè come la si ha si può smettere di averla. Tutto oggi è ansiogeno, basta vedere quante volte si introducono le frasi con il problema è, piuttosto che con la situazione è, che sia grammaticalmente andrebbe bene uguale. Cambierebbe la percezione dell’evento. Se è un fatto di per sè, siamo noi a vederlo negativamente aggiungendo – problema- ed elaborandolo come tale.

LA COLPA E’ DEGLI OGGETTI. A proposito di verbi ancora, stavo notando l’uso della forma attiva (deresponsabilizzante) al posto di quella passiva con oggetti (quelli tecnologici predominano), tipo la televisione che mette in testa cose (a meno che la vostra tv abbia delle manine che fuoriescono, per quanto la mia smart tv parla e si scusa se mi arrabbio, siete voi ad avere il tele-comando in mano); la scatola non si apre/il pc non mi funziona ( in genere non fa un dispetto a meno siate invasati dai poltergeist): sono tutte situazioni dove il soggetto siete voi e quelle cose sono solo il complemento di causa efficiente!

Vale anche con le persone, mi ha obbligato a …(se non era armata, se non eravate sotto droghe), probabile abbiate permesso voi che certe cose accadessero. Dirla così sembrerebbe un lavoro complicato, ma tutto in fondo è una questione di abitudine. Basterebbe osservare il potere della parola e riflettere. E a volte basterebbe semplicemente non dirlo, prendere qualche secondo e cercare nella sostanza grigia di trovare qualcosa di più consono, sono certa che a 80 anni i vostri neuroni ve ne saranno grati e le vostre relazioni miglioreranno.

Quali sono per voi le parole che vi infastidiscono? Se volete condividetele nei commenti

Rebecca Montagnino

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. marta ha detto:

    “Lo faccio per te”, lo stesso Borzacchiello lo definisce ANATEMA, che spesso accompagna una punizione, una privazione e convince che è giusto essere puniti, che ce lo meritiamo. “Lo faccio a te per me” spiega meglio.
    Frase che non ho mai pronunciato ma che ho espresso più volte attraverso i comportamenti. Ora la leggo per quella che è ed è una grandissima presa in giro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.