RIDERE…PER NON PIANGERE

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I pazienti possono raccontare una storia con le parole ed una storia completamente diversa con il linguaggio del corpo” (M.Erikson)

A seguito del grandioso film nelle sale di “Joker“, che oltre ad essere un bel film con una recitazione straordinaria di J.Phoenix, sono usciti numerosi articoli sulla risata ossessiva del suo personaggio. Nel film il protagonista dal passato molto sofferto, è affetto dalla sindrome pseudobulbare che lo porta a ridere in modo violento e incontrollabile (sebbene avviene lo stesso con il pianto). Ciò che colpisce è la coincidenza della risata con i momenti di massima tensione e drammaticità. Il regista mette in scena infatti la storia del protagonista e della sua personalità disturbata, sia sul piano psicologico che su quello patologico, lasciando sempre aperta una lettura dove il dramma si combina forzatamente in falsa allegria e finisce in tragedia. Lo stesso protagonista non a caso viene chiamato dalla madre Happy.

Questo modo di ridere incontrollato, cioè non congruo al contesto lo vediamo, ovviamente non così patologico, diffusamente tra le persone. Spesso sentiamo in certe risate qualcosa che ci suona forzato, deliberato, non spontaneo. Non ci arriva una risata di gioia autentica, ma sentiamo che sotto c’è una sorta di coercizione a mostrare l’opposto di ciò che provano realmente. O ancora tali soggetti indossano sempre stampato sul viso lo stesso sorriso “di circostanza” che non mostra le loro vere emozioni o ciò che pensano. Come Pierrot è il simbolo di un clown triste, il simbolo /maschera della felicità/tristezza e IT, quello del clown folle e omicida, lo stereotipo della figura che nasconde il dolore dietro una maschera buffa, è molto presente nella cultura. Mi viene in mente anche la drammaticità dei versi di “Vesti la Giubba” dell’opera di Leoncavallo : “Sei tu forse uomo? Tu sei pagliaccio ..vesti la giubba e la faccia infarina .. la gente paga e ridere vuole qua… ridi Pagliaccio e ognun t’applaudirà..tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto in una smorfia il singhiozzo e il dolor “

Chi ride dicendo cose tristi o drammatiche si è abituato a mostrare questa maschera, in primis a se stesso per sdrammatizzare e sminuire il suo stato (probabilmente lo ha creato in passato per “sopravvivenza”) e in secondo luogo per essere accettato dagli altri. Come afferma Paul Ekman in “Te lo leggo in faccia” : “Le maschere si adottano per due ragioni: innanzitutto perchè è più facile camuffare un’emozione con un’espressione anzichè con un volto vacuo e neutro inoltre, perchè la bugia richiede dissimulazione ma anche l’artificio. Il sorriso è l maschera più frequente perchè perlopiù le situazioni sociali richiedono una condotta positiva, oltre alla dissimulazione dei sentimenti spiacevoli; ma ogni emozione può essere usata per mascherarne un’altra “.

La risata compulsiva nasce quindi dal bisogno di mostrarsi sempre allegro, solare e quindi socialmente approvato. Ed è la sproporzione tra la risata e l’impatto emotivo triste che crea il senso di innapriopriatezza: più la risata è forte e poco coerente al contesto o allo stato emotivo, più la persona tende a rimuovere qualcosa di molto doloroso. Si crea così nel tempo un personaggio e le persone che ne sono prigioniere, faticano a riconoscere questo loro tratto, divenuto ormai parte integrante della loro personalità. Non a caso il linguaggio non verbale è così essenziale ai fini della comunicazione: è la sua congruenza con il contenuto che crea la “veridicità” di un’affermazione e affinchè avvenga questo, emozioni e parole devono coincidere. Il grande teorico del teatro che creò su questa base il suo metodo, Stanivslaskji affermava che un attore non deve attingere ad un’idea di un ruolo per creare il personaggio, ma pescare nelle sue emozioni ed esperienze, per essere credibile. In fondo questo concetto è anche il fondamento delle microespressioni facciali, i cui segnali inconsci possono non essere visibili a noi mentre parliamo e celiamo un’emozione, ma a chi ci osserva si. La mancata coerenza di alcune espressioni emotive, ci danno la sensazione che la persona stia nascondendo o rimuovendo qualcosa, mentendo così a sè stessa o agli altri. Questa coerenza è importante sia per chi la esprime, sia per chi la osserva perchè è la connessione autentica con l’emozione di chi parla che quando ci arriva, ci fa provare fiducia .

Ancora la risata “costante” può essere indicativa (oggi potremmo aggiungere il cospargere con emoji sorridenti e ricchi di cuori i messaggi di testo) di chi ha bisogno costante di rassicurazioni e di accettazione. O ancora tale risata non trovando una risposta adeguata e la forza di sostenerla, nasconde l’imbarazzo difronte alla serietà o al dolore proprio o altrui. Talvolta può persino soffocare l’aggressività, mostrando così il paradosso tra ciò che si tenta di camuffare e l’asimmetria dell’espressione.

Viviamo in un era in cui la disconnessione con il nostro corpo/ emozioni da un lato e con il bisogno di approvazione dall’altro, portano a celare e non riconoscere la propria identità. La richiesta di fare terapia nasce spesso proprio un bisogno di capire e ritrovare chi si è davvero…

La risata compulsiva o non giustificata dalla situazione, può quindi essere una delle tante maschere indossate per non sentire realmente quali siano le nostre emozioni. Diversa è l’autoironia che presuppone invece una consapevolezza, un elaborazione dell’accaduto, trasformato volontariamente e in modo sano attraverso una lente diversa, più leggera e saggia.. e tra le due la consapevolezza come sempre fa la grande e vera differenza .

Rebecca Montagnino

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