I PARADOSSI DELL’ALIMENTAZIONE

Il paradosso dell’alimentazione: nel mondo muore un bambino ogni tre secondi per malnutrizione, cioè non ha sufficiente cibo, mentre solo in occidente è un’ossessione e sta diventando un problema serio nel senso contrario. Qui si fanno campagne per prevenire l’obesità e le malattie che ne conseguono, si stanno tassando le bevande zuccherine, aumentano le figure del settore che aiutano a controllare il peso, il diabete è una vera pandemia.

Alla base c’è “semplicemente” un cambiamento di stile di vita dell’uomo nell’ultimo secolo; è salita in modo sproporzionato l’assunzione delle calorie quotidiane rispetto al fabbisogno nutrizionale, in contrasto con una vita sempre più sedentaria. Il capitalismo e il consumismo hanno riempito i frigoriferi di chi un tempo aveva patito le carestie per via delle guerre, dando insieme al benessere uno status nuovo al cibo. La moda, i social hanno creato delle manie ossessive sul fisico e sulla nutrizione, il ricorso a trattamenti e chirurgia estetica è praticato da qualsiasi categoria sociale, viviamo quindi un enorme paradosso alimentare.

Se un tempo si parlava di chi volontariamente non voleva mangiare o di chi volontariamente per regolare il peso, si auto-induceva vomito o diarrea (oggi abbiamo anche l’ortoressia e la vigoressia a tenere compagnia) , aggiungiamo a problemi di derivazione psicologica intolleranze a questo, allergie a quello; chi non digerisce, chi sceglie di seguire uno stile dietetico come fosse una fede, chi opera digiuni. Chi mangia per compensare frustrazioni, stress, delusioni, stanchezza, noia, gratificazioni mancanti, chi per non sentire l’ansia, per sensi di colpa, per generare poi altri sensi di colpa. Ci sono mangiatori compulsivi, ci sono diete di ogni tipo, guru della cucina, consigli che affermano e si contraddicono allo stesso tempo. Ci sono scuole di pensiero, ci sono scaffali sempre più pieni di ogni cosa nei supermercati e supermercati che crescono come funghi, con orari che si estendono oltre ogni limite. Ci sono canali interi in Tv, sfide di gourmet di ogni qualità, reality, ci sono pubblicità incessanti che inducono desideri gastronomici irresistibili. C’è chi ormai esce solo per mangiare o..bere. C’è chi parla continuamente di cibo, di difficoltà digestive/intestinali. Il cibo insomma è un’ossessione, una mania, un problema e comunque qualcosa che si è allontanato molto dal concetto del puro e semplice nutrimento..

Ma il corpo in questa babele alimentare sa ancora capire cosa vogliamo e di che cosa abbiamo bisogno?

Quello che non viene detto nelle risposte limitate, a volte dettate più da fanatismi dietetici e anche dalle incompetenze delle figure che operano nel settore, generano soprattutto confusione e insicurezza, spingendo le persone alla diagnosi fai da te sul web, la quale a sua volta, considerati i punti di vista opposti, induce ancora più ansia. Non si dovrebbe, ma questo avviene soprattutto per le carenze e la poca formazione dei medici stessi, i quali non associano mai anche la parte psicologica del problema. Non chiedono mai perchè una persona mangia in modo compulsivo, da quale momento ha iniziato, cosa stava vivendo in quel dato periodo. Così se ha iniziato per attutire l’ansia, non sarà la dieta a distorgliela, anzi rischierà di creare unicamente uno spostamento di attenzione fino ad un effetto paradosso. Il soggetto sentirà di avere più fame o più bisogno di mangiare ciò che non può proprio per il “divieto”, ma non avrà ridotto l’ansia o la motivazione che soggiace alla compulsione.

Se gli operatori vedono il problema spesso colpevolizzando il soggetto che probabilmente già lega di suo il cibo ai sensi di colpa, non vedono la causa, così come lo stile di vita della persona, la sua tolleranza alla frustrazione, lo stress che assorbe e che elimina. Per non parlare delle convinzioni che possono essere più forti di qualsiasi dieta.

Se pensiamo che la PNEI (psicoimmunoendocrinologia) è la sola scienza medica che prende in considerazione la mente ed il corpo dell’individuo, vedendolo con un approccio olistico ed integrato, ha ancora un riscontro bassissimo nel nostro paese, possiamo comprendere la difficoltà di venire a capo di certi problemi. Non solo non esiste una visione globale della persona, ma la comunicazione (non parliamo poi della collaborazione)..tra le varie figure che la “curano” è una cosa insolita.

E’ fondamentale considerare quali sono le convinzioni del soggetto su di sè, sul suo corpo, sul suo peso, cosa significa il cibo, quale gratificazione assente compensa, perchè tutte queste inviano messaggi che vanno dal cervello al corpo e reagiscono a qualsiasi tentativo di dimagrimento. Spesso queste convinzioni sono legate a schemi e questi a stati di ansia, che interferiscono con i normali processi fisiologici. Così con il ricorso alla chirurgia bariatrica ad esempio, non si attiva la volontà o l’autostima di una persona, con il rischio di ricadute nel tempo, creando ancora di più un senso di devalorizzazione e fallimento nel soggetto.

Paradossalmente ci si sente in colpa a liberarci da tali schemi, perchè ci si è sempre convissuto, sono la nostra storia, perchè quella è l’immagine corporea e l’imprinting che abbiamo di noi. Gli schemi corporei fanno quindi parte della nostra realtà più intima, per cambiarli occorre guardare oltre: non solo a livello alimentare, ma nella vita affettiva sociale e nell’ identità profonda della persona.

Rebecca Montagnino

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Una risposta

  1. www.fabtravel.it ha detto:

    Personalmente sono convinto che: se non fosse per il serrato bombardamento pubblicitario di cui tutti siamo vittime, grazie al risparmio di fatica offerto da telecomandi, ascensori, automobili sarebbe sufficiente mangiare due volte a settimana.
    Questo però andrebbe in forte contrasto con la crescita economica verso la quale il mondo intero si dirige e le maggiori personalità mondiali e le organizzazioni internazionali dedicano la stragrande maggioranza della loro attività.
    Guarda caso, il fitness (termine che NASCONDE LA FREGATURA, come tutti i termini usati universalmente in lingua inglese) si presta particolarmente bene a farci mangiare ben più di quello che sarebbe necessario. Non solo, ci convince anche tutto ciò che mangiamo è anche carente di qualcosa e quindi dobbiamo “integrare” con quel sale minerale o quel liquido.

    Se facciamo notare ad un frequentatore della palestra che “Un’automobile più si spinge al massimo e meno dura” nel 99% dei casi ogni frequentatore della palestra risponderebbe prontamente. “Non muoversi fa male”, nel pieno rispetto del manuale del perfetto consumatore che ormai si insegna fin dalle scuole elementari.

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