Mancanza di emozioni: di cosa parliamo quando parliamo di alessitimia e di anaffettività

R. Maigitte, Les amants 1928

Non provo emozioni, non le riconosco, non so esprimerle, non so gestirle, non so riconoscere quelle altrui. Ho vissuto anni così, senza accorgermene… in fondo tanti intorno a me vivono in uno stato di congelamento emotivo.

Solo oro riconosco di avere un problema. Soffro di alessitimia o sono anaffettivo?”

Quante volte me lo sento chiedere e quante volte ve lo chiedete andando a guardare su Internet. All’inizio può sembrare normale vivere senza colori interiori. In fondo è vero, chi intorno a noi manifesta davvero, autenticamente, ciò che sente? Viviamo in una società in cui le emozioni si sono scollate da noi o meglio noi le abbiamo scollegate, a volte volutamente, a volte solo per inerzia da condizionamento famigliare o sociale. Siamo cresciuti in famiglie in cui non esisteva il concetto di introspezione, abbiamo provato vergogna quando durante l’adolescenza venivano fuori nostro malgrado in pubblico, le abbiamo trovate imbarazzanti e scomode quando da adulti ci siamo ritrovati in un mondo performante. Quindi come fossero un dente del giudizio che prima o poi dà fastidio, le abbiamo estratte, estraendo così metà del nostro essere. Per cui in qualche modo siamo già tutti un pò predestinati all’assenza di emozioni. Come presagivano Alexander Lowen e Willheim Reich nel secolo scorso, il mondo odierno sarebbe stato spolpato dall’emotività, come un frutto sbucciato della sua essenza. Già allora molte manifestazioni di disturbi psicologici erano presenti nelle persone e molti di questi dipendevano da un mancato contatto con le emozioni. L’anaffettività e l’alessitimia di cui parleremo non vanno confuse: fanno parte dei disturbi emotivi, sono un gradino più alto, un livello maggiore che si crea quando il contatto mancante scatena una patologia vera e propria.

Per descrivere questi disturbi, e per chi volesse quindi vedendoli capirli meglio mi vengono in mente due film “Un cuore in inverno” di C. Sautet che cito sempre come perfetta individuazione dei tratti dell’anaffettivo e “Fai bei sogni di ” Bellocchio in cui Mastrandrea interpreta un uomo la cui sfera emotiva è bloccata. Il senso di incomprensione e di estranietà emotivo soprattutto nel primo, la sua mancanza di presa di posizione, rendono molto bene l’idea di quanto sia invalidante questo problema e assurdo se visto dall’esterno. In realtà ce ne sarebbero altri di film, segno che il tema stia diventando più diffuso e presente. Come tagliente per eccellenza forse è il protagonista del meraviglioso romanzo “Lo straniero di ” di A. Camus. Chi di voi l’ha letto riconoscerà nel protagonista quell’assenza di sensazioni, quell’apatia e indifferenza costanti con cui si muove in tutto il romanzo, situazione interiore per cui verrà giudicato e che lo colloca nel quadro raggelante di un uomo senza sentimenti che commette un omicidio.

COSA SIGNIFICA ALESSITIMIA. A parlarne per primo fu Peter Sifneos nel 1976 ed in seguito il disturbo fu classificato come un disturbo della funzionalità e della regolazione emotiva. Come si evince dalla parola ( Alex Thymos, assenza di parole), la persona che ne soffre ha una sorta di analfabetismo emotivo, non sa descrivere ciò che sente e spesso confonde le emozioni con le sensazioni corporee. Spesso è la fisiologia infatti che infonde un sentire, in quanto bypassato l’aspetto psicologico delle emozioni, è nel corpo o nei suoi disagi che queste trovano l’unica via per manifestarsi. In quanto negate, le emozioni non trovano altro scarico che quello somatico; il soggetto si percepisce solo attraverso le sensazioni fisiche di malessere.

Per chi volesse approfondire la sintomatologia, segnalo questi due link:

https://www.stateofmind.it/tag/alessitimia/

https://www.alfemminile.com/psicologia/alessitimia-s4026717.html?utm_campaign=&utm_source=Google+Services&utm_medium=Google+Discover.

Gli alessitimici non sanno spiegare la causa delle loro emozioni, che appaiono come all’improvviso o per incanto, senza avere un apparente legame con la situazione che vivono. Talvolta sono preda di improvvisi malumori che non sanno spiegare, fino ad arrivare ad improvvisi scoppi di collera immotivati. Per questo ricorrono ad un iperazionalizzazione dei fatti, una mentalizzazione che sostituisce la loro emotività assente. Questo porta ad una rigidità anche corporea e muscolare; spesso hanno una postura rigida, una scarsa fluidità nei movimenti, un eloquio privo di sfumature emotive, uno sguardo fisso da cui non arriva lo stato d’animo interiore. Questa freddezza oltre a creare disturbi relazionali, crea con il tempo anche una sorta di dissociazione comportamentale e dell’identità. Non a caso episodi di abbuffate alimentari o di comportamenti di dipendenza in generale da sostanze o dal sesso sono presenti, a compensare lo scarico emotivo assente.

Un altro elemento distintivo del problema è la mancanza di empatia; gli alessitimici non riescono a capire le loro emozioni, nè tantomeno sono in grado di interpretare quelle altrui. Spesso provano a capirle razionalmente dando esiti che mostrano la loro confusione ed inadeguatezza, scambiano facilmente le risposte emotive degli altri; quando questa inadeguatezza si manifesta giungono sensi di vergogna profondi che li portano ad essere riluttanti alla vicinanza emotiva e alle relazioni in generale. Inoltre questa forma di apatia può generare una grande sofferenza per chi li sta vicino; la loro apatia e la loro freddezza finisce di fatto per deludere o allontanare gli altri.

ANAFFETTIVITA’ ED ALESSITIMIA.

Spesso questi due disturbi vengono associati e confusi; entrambi infatti si manifestano con la difficoltà a creare rapporti affettivi ed intimi. Il segno più evidente è una chiusura o una sorta di isolamento del soggetto, dove quello che accade pare non lasci segni, ma solo tanta impermeabilità. Forse più che impermeabilità si tratta di impenetrabilità; questi soggetti sembrano non abbiano accesso ai sentimenti, restano impassibili e freddi dando risposte emotive non congrue alla situazione o i alcuni casi manifestando overreaction eccessive. Molto spesso non sanno definire cosa li piace o non li piace, tutto sembra un pò opacizzato, per cui diviene un problema sapere e capire cosa scegliere.

Le loro difficoltà si possono manifestare o attraverso comportamenti di fuga/attacco dalla relazione e da assenza di interesse per l’altro, o attraverso comportamenti che all’opposto mostrano una forte dipendenza emotiva. Talvolta questi due estremi si presentano contemporaneamente e si alternano in modo repentino.

-Diciamo però che nel primo caso il soggetto evita le relazioni per un meccanismo difensivo spesso anche cosciente, teme cioè la sofferenza che il contatto e l’eventuale perdita dell’altro produrrebbe nella sua fragile personalità emotiva. Per questo spesso oltre ad un manifestato disinteresse, attiva anche comportamenti aggressivi che hanno lo scopo sia di distruggere quello che potrebbe essere nella sua percezione causa del proprio male, sia di allontanare il partner vissuto come pericoloso. il passaggio da un partner all’altro è un altro modo che l’anaffettivo attiva come evitamento di una situazione troppo intima che sa non reggerebbe. Appena il legame mostra una maggiore vicinanza la tensione diviene insopportabile e preferisce fuggire.

ALFABETIZZAZIONE EMOTIVA.

Lo stato di apatia sociale a cui stiamo assistendo è un problema sempre più presente nella nostra comunità con gravi conseguenze che vanno dalla difficoltà di relazionarsi con persone che non avendo contatto con sè stesse sono prive in qualche modo di identità, fino a situazioni ben più drammatiche come la sociopatia. Si parla moltissimo visti i fatti di attualità come i femminicidi o episodi di grande ed efferata violenza gratuita tra i giovani spettacolarizzata attraverso i social, come ad una crisi della sensibilità e dell’empatia. La mancanza di sentimenti infatti deteriora il gusto per la vita e rende indifferenti, a volte persino crudeli, nei riguardi degli altri. Rende incapaci di entrare nel mondo sensibile personale, quanto nei panni delle persone che vivono intorno.

Per quanto già da anni il problema è stato avvisato, sicuramente ci si preoccupa poco o per niente di educare alle emozioni e all’empatia; ricordo che Galimberti (di cui allegato un video) discuteva vent’anni fa della situazione e il successo de “L’intelligenze emotiva ” di Daniel Goleman, in fondo cominciava ad essere argomento di attenzione dei media. Da allora la situazione però oltre ad allarmare chi già era preoccupato alle manifestazioni di anafalbetismo emotivo in aumento, non ha richiamato quanto meriterebbe l’allerta dovuta. Ci stupiamo poi di tante manifestazioni che vediamo tutti i giorni dove sentiamo mancare il rispetto, la semplice cura per il prossimo, la capacità di ascolto. Come potrebbe essere altrimenti se questa società manca di empatia ed è ripiena di narcisismo/indivudualismo? Sembra che la spinta al successo delle ultime decadi abbia sostituito la nostra esperienza emotiva, la quale resta nei primi anni vita come spinta biologica e scompare poi in una forma di un’emotività eternamente immatura.

A volte se ne parla/straparla sui social ma più per un interesse personale, per un bisogno di creare profili socially correct da rivendere con compiacimento all’esterno, quanto per un’ attenzione autentica all’altro. Si urla un pò di tutto sui social ormai e in questo raccoglitore di sensazioni del momento, si confonde l’ interesse concreto, umano, lo slogan con la vera vicinanza. Così non solo a forza di sputarle queste sensazioni sono diventate molli, fluttuanti ed effimere, portando ad una desensibilizzazione, ma hanno perso la cosa più importante: l’azione. Emozione è infatti = muoversi verso.

COLTIVARE L’INTELLIGENZA EMOTIVA. Un aiuto molto importante potrebbe venire dalla pratica dell’Abc di Ellis, modello che permette di collegare le situazioni fonte di malessere, i pensieri che abbiamo fatto in proposito e l’eventuale risposta emotiva. E’ un allenamento a capire cosa sentiamo in base ai fatti, ad analizzare e fare chiarezza su quelle sensazioni che dapprima ci appaiono vaghe, per poi diventare sempre più consapevoli. Una volta che abbiamo consapevolizzato le emozioni possiamo gestirle in modo diverso, direzionarle in modo nuovo, dando risposte comportamentali di cui prima non eravamo capaci. La rabbia ad esempio, una volta riconosciuta può essere razionalizzata, affinchè non diventi una pietra da scagliare senza controllo. Soprattutto in un momento storico come questo, riconoscere questo tipo di emozioni è essenziali, vitale, civile; ci sono troppe parole o indifferenza o gesti di crudeltà vengono compiuti senza che se ne abbia la minima coscienza. Abbiamo bisogno di strumenti di conoscenza e di ri-conoscimento di qualcosa di primordiale che abbiamo perso un pò tutti, che sia patologico o solo un tratto irrisolto di noi stessi.

Ci stupiamo così delle reazioni incomprensibili nelle relazioni, ma come possiamo pretendere di capire chi non si ascolta o non si contatta affatto? Con un bagaglio poi personale di conoscenza emotiva così confuso ed irrisolto è davvero improbabile giungere a qualcosa che somigli alla comprensione reale.

Non è solo importante introdurre questa tematica nelle scuole, nelle famiglie nelle istituzioni, è urgente quanto la crisi climatica e sanitaria che stiamo vivendo ( e in quello che viviamo già è visibile il danno di un’emotività malata in fondo). Perchè un mondo di senza emozioni non solo è freddo e triste, ma è anche fonte di pericolo. Perchè chi non sente non protegge, non cura nè sè stesso, nè chi gli sta vicino e quello che tiene dentro talvolta è una bomba ad orologeria o un muro che lo allontana dal mondo. Oltre che un enorme spreco della propria vita.

https://www.stateofmind.it/tag/intelligenza-emotiva/

Rebecca Montagnino

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