Fidarsi di tutti o di nessuno

La nostra fiducia oggi viene rivisitata, come la pagina di un magazine che cerca un nuovo restyling, l’epoca che vivevamo, quella che invece viviamo ora ci chiedono di ridefinire il nostro concetto di fiducia verso l’altro e verso la società…questa settimana e la prossima dedicheremo due articoli all’argomento, intanto vi invito a guardare il seguente video.

Probabilmente ora starete pensando a :” quante volte mi è capitato di non dar retta a me stesso” – o in altre parole di non essermi fidato di me– ?

Cosa significa fiducia oggi? La parola deriva dal verbo latino “fidere” -fidare, confidare- ed indica l’atteggiamento verso se stessi e gli altri a seguito di una valutazione positiva per cui si confida nelle proprie ed altrui possibilità, situazione che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità. Significa inoltre fare credito a qualcuno o qualcosa: tale attribuzione infatti leggiamo sempre nella definizione, deriva da una vera o presunta affinità elettiva con la persona o da un presunto margine di garanzia della situazione.

Tutti noi abbiamo una parte di fiducia o di sfiducia in qualche modo, ricordiamo che non fidarsi è un modo di proteggerci: la paura infatti ha il ruolo di preservarci da determinati pericoli. Credo che il problema principale sia diventato quando sapere che ci possiamo fidare, ovvero quando fidarci di noi nel predire se possiamo fidarci dell’altro????

Quello della fiducia oggi è un vero dilemma; da un lato siamo pervasi da un elevato senso di dif-fidenza, causato anche dalla mole di informazioni sovrastanti (nel senso superiori a quello che possiamo realmente immagazzinare), informazioni che proprio a causa del loro numero elevato, abbassano la qualità della fonte e finiscono con l’ inondarci di stimoli a cui umanamente non possiamo dare retta. Informazioni discordanti o le fake news ci rincorrono, creando uno stato di scetticismo costante da un lato, dall’altro quasi come reazione (dobbiamo pur credere in qualcosa), proviamo una sorta di fede-ltà all’informazione. Sappiamo bene tutti quanti oramai, come la rete crei attraverso algoritmi sapientemente studiati, una ricerca di informazioni mirata, rispetto ai nostri gusti, alle nostre ricerche recenti: ci conosce e ci manda il materiale che in qualche modo scegliamo e vogliamo, confermando così le nostre idee e facendoci sentire perciò in una zona rassicurante e famigliare. La rete come una mamma ci allatta subito, ovunque e in ogni momento, risponde ai nostri dubbi, alle nostre domande, al nostro bisogno di colmare la solitudine, ci dà qualsiasi cosa chiediamo. Esaudisce, almeno in apparenza, i nostri bisogni pur rimanendo immobili e fermi.

LA FIDUCIA AI TEMPI DELLA PANDEMIA .

Non ce lo diciamo ma in questi mesi considerato che dobbiamo limitare la nostra socievolezza, restringiamo i contatti. Non lo ammettiamo ma l’adottare delle precauzioni crea una sorta di filtro nelle nostre amicizie, dobbiamo decidere se e quanto fidarci, che ci piaccia o no, che siamo onesti nel dircelo o no. Se il distanziamento sociale fa riflettere su un tema, è proprio nel creare una revisione della prossimità delle nostre relazioni.

La fiducia e il WEB. Innanzitutto ragioniamo sul fatto che un “contatto” sulla rete è un amico, che facciamo entrare nel nostro social, come fosse casa nostra, cosa che nella vita reale magari non sarebbe così automatico. La rete è anche una distanza di sicurezza attraverso la quale tengo in realtà uno spazio tale che mi “permette” di studiare l’altro nel frattempo. Mi permette cioè di esasperare quel lato tanto legato al concetto di fiducia, il potere di controllo. Sembra quasi un’equazione matematica; mi fido tanto più ho il controllo dell’altro o della situazione. Tempo per valutare e conoscere, che a volte resta sospeso perchè quella persona resterà sempre solo un amico di rete; in altri casi ne velocizza la conoscenza (o una parte o l’idea che abbiamo di conoscenza???), laddove il tempo di vita reale, eccessivamente accelerato, non consente più. O ancora a rifletterci bene, diventa un alibi l’avere poco tempo per cercare e mantenere relazioni, risolto con il delegarlo a veloci e superficiali messaggi che mi fanno sentire legato, senza l’obbligo o l’impegno che una relazione importante generalmente comporta.

Siamo portati perciò a fidarci in rete con pochi elementi, soprattutto elementi selezionati dall’altro (che sia un hotel o qualcuno da aggiungere ai contatti), per esporsi nel migliore e più appetibile dei modi. Nel caso poi della vicinanza umana, sappiamo poi che non implica un’ autentica vicinanza emotiva, quanto una sua parvenza.

Prima del distanziamento vivevamo in una sorta di fiducia gratuita, una fiducia che applicavamo forse più per non sentirci dif-fidenti o non dare quest’idea al mondo. Abbiamo iniziato a condividere prima le nostre foto, le nostre immagini di vita, i nostri cari, le nostre vacanze, il nostro cibo, fino alla macchina con app come bla bla car, la casa con airbnb, il divano di casa, dando l’idea di essere aperti al mondo e friendly, costruendoci un’immagine di noi stessi piuttosto piacente e social. Ma essere social non vuol dire essere socievole, si possono avere migliaia di contatti, dedicare loro due righe, ma essere socialmente incompetenti. Essere social è diventato soprattutto un’ urgenza di condivisione.

Nella vita fuori dalla rete perciò i tempi nelle relazioni si sono evoluti con una finta fiducia, per cui la norma oggi, è che si arriva a dormire con qualcuno la sera stessa dopo averlo conosciuto, dimenticando che magari di quella persona non si sa niente: è matematicamente impossibile aver creato un spazio per l’intimità interiore e quindi uno spazio di fiducia.

E’ vera fiducia??? Quest’ apparente stato di disponibilità a fidarsi è stato anche spinto dalla cultura, considerato politically correct, sebbene non autentico in tutti i casi. Come ci fosse una grande apertura in apparenza e uno stato di crescente sfiducia interno. Per questo la ricerca a volte anche spasmodica di qualcosa o qualcuno che dica subito se possiamo lasciarci andare è diventata impellente, noi stessi abbiamo creato un sistema di credibilità non reale, perdendo in primis la fiducia in noi stessi e la creazione della fiducia in noi stessi. Cerchiamo una conferma sulle nostre scelte prima di farle, come cerchiamo di leggere cosa ne pensano altri utenti prima di cliccare o acquistare, qualcuno che ci dia una lettura che da soli non abbiamo il coraggio o la capacità di dare.

La fiducia si costruisce con l’esperienza e la pratica, non esiste un manuale o un sapere esterno che si possa sostituire alla nostra capacità di valutazione, è un processo lento che dura una vita, che si avvale anche dei e dai nostri errori, se sappiamo trarne insegnamento.

C’è un aspetto che vedendo il video emerge immediatamente: quante volte non mi sono fidato del mio istinto che magari aveva ragione? Ecco l’istinto, l’Es, la parte selvaggia, atavica, primordiale del nostro essere, la bella dimenticata può essere un primo input per andare a sentire e ricostruire dentro di noi quel senso di come riporre la fiducia che è andato scomparendo. Abbiamo smesso di usare l’intuito già da tempo, abbiamo poi smesso di ascoltare le nostre emozioni che sono servite nei secoli proprio alla nostra sopravvivenza, abbiamo smesso cioè di capire che dobbiamo imparare per primo a fidarci di noi. E ci fidiamo non a caso, quando sentiamo di essere davvero consapevoli.

Rebecca Montagnino

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