Chi è senza rabbia scagli la prima pietra

Vi ricordate Rabbia del film Inside out? Rabbia come tutte le altre emozioni, ci ricordava dell’importanza che tutte queste rivestono e hanno rivestito ai fini della nostra sopravvivenza. Soprattutto la rabbia è un’emozione ad azione pro-attiva, nel senso che nei casi in cui una persona è immobilizzata psicologicamente e non riesce ad uscire da quello stato, può S-muovere. Molti approcci terapeutici incitano perciò la persona non solo ad esprimerla, ma anche a sfogarla. Chiaramente ci sono altri modi meno dispendiosi energeticamente e meno “tossici”.

Ci sono due rischi se non mettiamo in discussione la nostra rabbia. Il primo è proprio quello di abituarci ad essere arrabbiati e o ad usare la rabbia come leva motiv-azionale. La seconda è che se abituiamo i nostri circuiti neuronali a osservare troppo emozioni rabbiose e a “scaricarle”, avremo più difficoltà a controllarle quando queste provengono da nostre convinzioni errate ed aspettative irrazionali su come il mondo dovrebbe trattarci o su come la vita dovrebbe essere. Se queste convinzioni non vengono consapevolizzate e messe in discussione, difficilmente il nostro atteggiamento mentale sulla rabbia cambierà e non ci renderemo conto di quante volte sia questo ad attivare considerazioni sul pretendere che le cose siano diverse e sulle eventuali frustrazioni provate.

Per chiarirmi meglio sulla necessità di elaborare il significato che la rabbia rappresenta per noi o come schema o in un certo momento della nostra vita, ho trovato molto interessante la lettura di un altro libro di A.Ellis, autore del quale abbiamo già parlato in altri posto.

Se i suoi libri sull’ansia sono utili, lo è ancora di più questo, in quanto leggendolo ci accorgeremo un pò tutti, di quanto la nostra rabbia dipenda spesso dal nostro modo di leggere ciò che ci accade o ciò che gli altri fanno. Soprattutto in questo momento dove il risveglio del lockdown ha trovato un mondo non proprio motivato al miglioramento, quanto un mondo o fermo come lo era prima sulle sue pretese individualistiche o ancora peggio pieno di rancore. Studiando i bias recentemente ho pensato e mi sono io stessa interrogata, su come ognuno di noi sia vittima (o artefice) di pre-giudizi che provocano rabbia e come questa rabbia se lasciata salire, possa rischiare di diventare rancore e in alcuni casi esplodere in odio.

Chi è senza bias quando valuta? Tutte le forme di pregiudizio sono pericolose, perchè rafforzano delle strutture mentali e chiudono mente e cuore. Non credo esistano pregiudizi migliori o peggiori, preconcetti “light” meno dannosi, perchè tutti contribuiscono alla non comunicazione, all’alimentazione della rabbia e dei conflitti e perchè ci erigono moralmente e arrogantemente al di sopra della verità, facendoci sentire nella ragione. E quando sentiamo di avere ragione perdiamo di vista la possibilità di capire il perchè l’altro pensa o agisce in un certo modo.

Oltre a degli esercizi pratici, c’è una parte del libro che offre tanti spunti di riflessione su questa emozione. Riassumo questo passaggio, sperando che lo troviate stimolante come l’ho sentito leggendolo: “Quando siamo arrabbiati tendiamo ad attribuire intenzioni terribili agli altri, quando magari non le hanno. Esiste un bias sull’ostilità che rischia di proiettarla anche dove non c’è. Quando siamo arrabbiati tendiamo ad attribuire varie motivazioni che la aumentano o la riducono (teoria dell’attribuzione). Non ci chiediamo perchè le persone agiscono in un certo modo o perchè la pensano in quel modo e crediamo invece di aver compreso le loro opinioni “sbagliate”. Spesso non le ascoltiamo con attenzione e continuiamo la comunicazione come se avessimo compreso il loro punto di vista …Non sarebbe quindi meglio se la comunicazione proseguisse solo dopo aver comunicato ciò che hai compreso del loro punto di vista e loro ti confermassero la loro posizione?

I sentimenti di ansia/rabbia spronati dalla convinzione irrazionale ” devo avere buoni risultati e conquistare l’approvazione degli altri e sarebbe terribile se non ci riuscissi” ti rendono eterodiretto, anzichè autodiretto. Ma anche i sentimenti di odio hanno un effetto simile , rischi di infuriarti con persone che ti hanno trattato male e fare di loro il centro della tua attenzione, processo in cui perdi te stesso. Apparentemente vuoi maggiore soddisfazione dalla tua vita, ma in realtà sei ossessionato dal voler cambiare quelle persone, eliminarli dalla tua mente,punirli con la tua mente: più ti focalizzi su di loro e meno ci riuscirai. Se ti renderai conto di quanto questo pensiero ti rende eterodiretto, ti accorgerai che odiando fai del male a te stesso, anche se ti illudi che il tuo odio sia utile. Come nota Ken Olsen ” L’odio è un mezzo con cui puniamo e distruggiamo noi stessi per le azioni degli altri”. A questo punto potresti chiederti: visti gli svantaggi causati dal modo in cui mi trattano, cosa posso fare invece?

Puoi allenarti a volere un comportamento migliore dagli altri, ma non ad esigere: questo ti aiuterà a ridurre il tuo bisogno di accettazione, la frustrazione per non avere ciò che vuoi come lo vuoi e a collaborare anzichè essere in competizione con i membri della tua comunità.”

Non credo ci sia bisogno di aggiungere molto altro, in quanto questo passaggio condensa come siamo noi a crearci spesso sentimenti di rancore quando scambiamo i nostri desideri con pretese o quando poi pretendiamo che il mondo ci soddisfi e non ci tratti male. Purtroppo Ellis scriveva questo prima dell’era del narcisismo, dell epoca dell’individualismo dove il senso di fragilità dovuto ad un eccesso di benessere materiale e di un eccessivo bisogno di attenzione, hanno reso queste convinzioni normali. E’ chiaro che se cresco pensando che sia tutto facile o che basti un click per avere ciò che voglio, non ho chiaro dei disagi che inevitabilmente la vita mi porterà, che sono spesso disagi naturali e che è normale che ci siano; anzi che esistono proprio per incoraggiarmi a sviluppare risorse che mi aiutino a crescere. E’ altresì chiaro che se mi fanno credere che ho perenne diritto di essere al centro dell’attenzione, rimarrò bloccato in uno stato di egocentrismo infantile; non riuscirò a sopportare che non tutti mi comprendano, mi accettino e per me sarà tragico vivere senza questa costante approvazione. Mi porterà a sfinirmi per rincorrere quell’ideale di perfezione a cui aspiro persino snaturandomi da me se stesso. Perderò l’opportunità di comprendere che posso usare quella rabbia e non subirla, mettendola a servizio di un obiettivo importante per me e per chi mi sta intorno. Di certo in tal modo potrò vivere con maggiore sollievo e minore rancore, userò i miei pensieri non per ripassarli ed intossicarmi, ma per capire cosa farne, anche per decidere che magari devo cambiare o tagliare qualcosa dalla mia vita.

Credo che di rabbia ce ne sia anche troppa oggi spesso non consapevolizzata e che la nostra rabbia grande o piccola che sia, se viene affrontata ed elaborata -può sembrare anche una goccia – ma goccia dopo goccia, può contribuire alla fine a fare del mondo un luogo emotivamente più sano.

Rebecca Montagnino

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