GLI ASSISTITI

Nel giro di un mese ho avuto modo di parlare con due amiche francesi, le quali  mi hanno “illuminato” a proposito di un termine molto in voga al momento nel loro paese: gli assistiti. Inizialmente il termine si riferiva a quelle categorie sociali che deboli, o economicamente o per diversità etnica, necessitavano di un sostegno statale. In seguito il termine ha preso un uso più allargato e sociale e si riferisce, in modo leggermente sarcastico, (vi ricordate lo splendido film Tanguy? se non l’avete visto..cogliete l’occasione, è divertente, leggero e spiega bene il fenomeno) a tutti coloro che si “appoggiano” agli altri (anche in modo sottilmente parassitario) pur potendo far uso della propria abilità fisica e psichica.

Chi sono quindi gli assistiti? In primis vi rientrano tutti quelli che vivono con l’aiuto degli altri, poggiandosi/adagiandosi su di loro, come i figli che restano a casa oltre l’età psicologicamente adeguata, che devono “ancora” obbedire a richieste di modellamento o gratitudine, perchè non autonomi. (“finchè stai a casa mia, fai come dico io”) A coloro che dicono di abitare da soli, ma la domenica sera tornano da casa dei genitori con i panni stirati e le buste con la verdura cotta. Le amiche o gli amici che sanno di non avere più niente in comune ma rimangono attaccati all’amarezza di non ritrovarsi più, e continuano a chiedere consiglio su qualsiasi decisione da prendere. Mi viene ancora in mente l’esempio dei genitori che pagano gli studi universitari ai figli, è vero che questo toglie loro lo sforzo di trovarsi un lavoretto e l’incombente disagio di avere meno tempo per studiare (ed uscire). Questo crea però un condizionamento nella scelta e nell’andamento degli esami, se non addirittura uno spostamento di motivazione nel conseguire la laurea. Le aspettative e l’aiuto dei genitori soppianta la motivazione individuale a realizzarsi ( e aumenta l’ansia di prestazione)

Chi sono dunque interiormente  gli assistiti?  Le persone  che necessitano per vivere del costante sostegno altrui. Sono insicuri, incerti, richiedono sempre che altri si  prendano cura della loro persona.

Un giorno ho letto che chiedere aiuto quando si potrebbe tentare prima da soli, rende deboli, rende la stima sempre più piccola, ci lega a ricatti morali, ci rende in obbligo di rendere. Ci affievolisce.

In Italia il termine si usa solo per i clienti di  medici e avvocati, guarda caso con persone che hanno bisogno della “protezione”  legale o sanitaria.

Tutte le volte che deleghiamo la nostra capacità di affrontare le situazioni, le persone, la vita, ci mettiamo un pochino dei panni dell’assistito. Perdiamo quell’autonomia e quella libertà decisionale che a lungo andare ci rende inabili ed inadeguati ( e soprattutto procrastina L’ENTRATA NEL MONDO ADULTO). E’ un processo spesso invisibile:” faccio questo per te, al tuo posto” ..;è comodo, confortevole, ozioso, ma è un laccio che stringe sempre più. Accade che con il tempo le risorse comportamentali e psicologiche vadano ad atrofizzarsi con il rischio di avere, cosa assai frequente oggi, una società di persone che più che sostenersi, creano meccanismi di dipendenza e di basso utilizzo della  volontà.

C’è un altro aspetto inquietante: gli assistiti non si discostano molto dai vittimisti, hanno in comune il pericoloso vizio di spostare la responsabilità della loro vita ed azioni sugli altri. “Non dipende da me..dipende dalla società, dalla crisi, da qualsiasi cosa ma non da me”. Il che in alcuni casi è pur vero, ma sopprime sin da subito la possibilità di motivarsi ad intra-prendere…Pensate alla vostra mente: come può inviare un messaggio di azione se la premessa è sempre quella di  essere sostenuti dagli altri?

Anche un bambino per imparare a camminare deve staccarsi, prima o poi, dalla mano di chi lo aiuta.

 

 

Rebecca Montagnino

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