CHI HA PAURA DELL INTROSPEZIONE?

 Prima di tutto cos’è l’introspezione? E’ l’osservazione dei fatti della coscienza  tramite la registrazione  delle proprie esperienze, ovvero un atto del pensiero che analizza l’interiorità sia da un punto di vista cognitivo che emotivo. La sua etimologia deriva  dal latino  e significa infatti “guardare dentro”. Questo è infatti il  processo con cui impariamo a conoscerci meglio.

Perciò quando si dice praticare l’introspezione si intende attivare la riflessione, una sorta di meditazione auto-diretta che rallenta l’impulso dell’azione. Per compiere tale processo occorre mantenere uno sguardo rivolto all’interno e allo stesso tempo la capacità di guardarsi da fuori, il che implica una visione soggettiva unita ad una obiettiva. Ci vuole molto impegno per giungere a questo stato, soprattutto si rischia di sbagliare la lettura  dei fatti interni ed esterni andando incontro all’autoinganno come ad illusioni. Un altro errore frequente è quello di scambiare il lavorio mentale o rimurginio con l’introspezione, ma non sempre chi pensa troppo pratica tale processo. Sovente rischia solo di aggrovigliarsi mentalmente e appesantirsi, senza per questo giungere ad una vera conoscenza di sè o ad un cambiamento.

Uno degli scopi della terapia è proprio quello di praticare l’introspezione per impararla o migliorarla. Saremo tutti portati a pensare quindi che chi decide di intraprendere un percorso terapeutico sia già nella posizione di chi ha deciso di esplorarsi…invece non è così. Alcune persone hanno difficoltà e altre temono di guardarsi dentro. Credono che la terapia sia il racconto dei fatti, mentre è quello che i fatti generano dentro che fa la differenza.

La teme perciò chi teme la propria emotività, chi privilegia l’aspetto razionale..chi non è in contatto con le proprie emozioni, chi preferisce le cose note e rassicuranti, chi teme di scovare insomma qualcosa che non gli piace al fondo di se stesso. Purtroppo questa società con il consumismo, l’interesse per il materialismo a scapito degli aspetti più profondi della persona, ha creato una sorta di superficialità verso il “sommerso”, che invece è la parte saliente del nostro essere e lì si trova la spiegazione del nostro agire. Ci si trova quindi spiazzati, sorpresi, disabituati dal parlare di cosa accade dentro di noi. Le risposte non sono mai veloci, semmai sono lente, perchè profonde le parti cerebrali coinvolte in quel percorso. La paura dell’ignoto, per quanto sia il proprio ignoto, spaventa come se ci si potesse trovare un mostro, semplicemente perchè quelle parti sono più buie ed inesplorate.

Molto spesso la difficoltà o la paura a guardarsi dentro viene definita resistenza e si manifesta non a caso attraverso il parlare di tutto, fuorchè di se stessi…Non ci sono infatti solo resistenze al cambiamento, ma vere e proprie difficoltà nel comunicare ciò che si sente o si pensa. Un tempo, cioè agli inizi della psicoanalisi, le resistenze si riferivano unicamente agli ostacoli inconsci che si  frapponevano tra il paziente e la sua guarigione. E’ particolare che oggi questa avvenga ancora prima e non sia legata come oramai spesso accade solo all’individuo, ma ricopra un fenomeno collettivo. Purtroppo come afferma Chris Moss citato da Bauman in proposito ”  con il nostro chattare su internet, parlare al cellulare e digitare 24 ore al giorno, l’introspezione è sostituita da una frenetica, frivola interazione che espone i nostri più intimi segreti insieme all’elenco della spesa”. I pochi momenti in cui potremmo dedicarci al pensiero, alla riflessione o all’ascolto di noi stessi, vengono soppiantati da comunicazione compulsiva e  una ricerca di contatto tramite la rete. Oggi vedere una persona che pensa seduta su una panchina o sul metrò ci sorprenderebbe più di quanto non faccia, e dovrebbe, vedere qualcuno che ha il viso incollato al cellulare. Mi torna in mente una frase di Blaise Pascal ” tutta l’infelicità dell’uomo deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera”, frase detta circa quattrocento anni fa ma molto attuale se guardiamo al mondo oggi.

Così finiamo per conoscere e imparare perfettamente come far funzionare un pc, usiamo la tecnologia in modo sorprendente senza mai arrivare a conoscere come funzioniamo noi. Diceva Jung “ Quando si guarda fuori si sogna; quando si guarda dentro ci si sveglia”.

 

Rebecca Montagnino

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Una risposta

  1. www.fabtravel.it ha detto:

    Effettivamente l’ignoto può fare paura e forse è proprio questo il fascino dell’ignoto. Ancora più se l’ignoto riguarda noi stessi non tanto perché abbiamo paura di scoprirsi e accettarsi, quanto perche siamo consci di non essere in grado di maneggiare il nostro inconscio e dovremmo forzatamente affidarlo ad altri dei quali dobbiamo fidarci ciecamente.

    Bisogna fare bene attenzione nella scelta della persona cui mettiamo in mano il volante della nostra vita, pero vale la pena. Guardarsi dentro è come una stanza chiusa e buia nella quale una volta deciso di aprire la porta si iniziano a scorgere le forme e poi una trovato l’interruttore ….. Pufff…. Si accende la luce!!!

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