PRENDI OGGI, PAGHI DOMANI…

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Qualsiasi dipendenza genera indulgenza”. David Foster Wallace

Il grande scrittore e grande mente statunitense scriveva questo nel 1996, quando ancora l’unico “mostro” di dipendenza tecnologica era la televisione (nemmeno la perla del saggio di Karl.R Popper del 1994 “Televisione cattiva maestra“, aveva ottenuto la giusta apprensione); aveva individuato perfettamente come quell’impiego del tempo non fosse affatto innocente, anzi stava creando un fenomeno di massa devastante e pericoloso. La tecnologia già allora, figuriamoci oggi quanto lo sia di più, se poteva da un lato accrescere la cultura, permettere di coltivare interessi, aprire la mente, veniva limitata ad un uso egocentrico e di intontimento dai pensieri. Lo star comodamente fermi e ricevere qualcosa che offuscasse la mente era una facile trappola condizionante. Oggi la tecnologia, i social, lo smartphone sono diventati un impero il cui potere se non analizzato in modo critico ed usato in modo intelligente, può condizionare non solo il nostro pensiero ma l’intera nostra vita. Basta pensare che tra le tante dipendenze, la possibilità di star fermi e avere tutto a disposizione in modo rapido, senza compiere nemmeno un gesto (non ci occorre nemmeno andare in frigo per soddisfare una compulsione, come per la fame compulsiva), è sufficiente a generare un indolenza tale per cui non abbiamo bisogno di altro. Gli amici sono lì, si può fare di tutto nella rete e si finisce in alcuni casi a vivere solo di quello ( hikikomori, il fenomeno giapponese per cui ad oggi si contano circa 30.000 adolescenti che non vogliono più uscire di casa, ma vivono su Internet). Inoltre se siamo inclini ad una dipendenza, lo diventiamo più facilmente ad altre, sia per una questione di sollecitazione delle stesse aeree cerebrali, sia per una condizione di lassismo o di abbassamento delle difese critiche. Se poi ancora, questo impiego del tempo viene condiviso da chiunque intorno a noi – non ci sono infatti grosse differenze di sesso, stato sociale, età- stabilire un approccio sano, rimane chiaramente molto arduo.

I social ci chiamano in causa o meglio ci sentiamo o vogliamo sentirci chiamati in causa, come opinionisti/ valutatori o influencer, anche su argomenti di cui sappiamo poco. In modo superficiale e senza necessità di approfondimento; altro grande problema che la tecnologia sta provocando, come afferma anche Leonard Kleinrock (uno dei pionieri dell’informatica che nel 1969 fece dialogare per la prima volta due computer) “..sono colpito dal desiderio di mostrarsi delle nuove generazioni e preoccupato della loro scarsa propensione all’approfondimento” Parlare di cose di cui non si sa niente, parlare tanto per parlare è una moda in aumento; per contro “perdere” tempo per conoscere meglio un argomento, che non sia digitare una ricerca su Google è obsoleto. Il numero degli amici sta diventando così esagerato che alla fine vengono bloccati, dando comunque una fallace illusione di socialità. Ma è una forma di socialità reale o una nuova forma di alienazione? B.Molko, a proposito del significato della canzone “Too many friends“, afferma giustamente” You no longer have to have the courage of your convictions , you don t have to justify what you feel and what you really mean“..e in effetti possiamo fuggire/ tornare nella vita delle persone, dire tutto, ferire senza dover fare i conti con l’espressione del viso del nostro interlocutore.

E ancora…I social stanno rubando il nostro tempo, come si evince dal link sottostante. Avete mai quantificato quanto impiegate a messaggiarvi con qualcuno rispetto a quello che impieghereste facendo una telefonata mentre camminate?

Le sfumature individuali inoltre si stanno perdendo, perchè la teoria delle reti ha evidenziato come i comportamenti collettivi possono essere raggruppati o descritti in modo matematico. Ora si possono già eseguire predizioni future anticipando le nostre scelte, in base a quelle effettuate precedentemente: la rete forse ci conosce meglio di chiunque altro, sa quale musica ascoltiamo, quali libri leggiamo, quali serie guardiamo. Le tracce che lasciamo rendono prevedibile il nostro comportamento. Lo sappiamo, siamo coscienti dell’uso dei nostri dati, degli algoritmi ma non ce ne curiamo. Lo faremo poi…quando sarà tardi?

Ma forse l’aspetto peggiore a livello sociale è che hanno sposato perfettamente il motto del consumismo “Prendi oggi paghi domani“, che altro non è che l’inno alla deresponsabilizzazione, ai debiti che si fanno, alle conseguenze che appunto non vengono più prese in considerazione. Il pensare al dopo non esiste più, ma solo al piacere immediato. Mangio oggi, pago dopo le conseguenza e i danni che faccio al mio corpo, è una mentalità comune in tante nostre azioni, tanto da essere stata assimilata come fosse sempre esistita. L’attenzione/concentrazione quindi non è più una facoltà utile; ad esempio è stato stabilito che il tempo medio per osservare un quadro in un museo è di 8 secondi, mentre di 30′ almeno quello per farsi un selfie davanti. Significa che il presente non conta, quanto la condivisione o la sua riproduzione nel futuro. Ai concerti si va per fare foto e video che vengono immediatamente postati, quanto tempo si toglie così all’esperienza reale? Quanto resta nella memoria? Il piacere se non desiderato e conquistato, sappiamo come passa velocemente nel dimenticatoio. L’illusione della facilità con cui si ottengono le cose sul web i contatti con le persone, ha praticamente cancellato il concetto di responsabilità…e dopo la nuova notizia di Zuckeberg del lancio di Libra, nuova moneta virtuale, quali saranno ora le conseguenze sul mondo dei digitali?

Rebecca Montagnino

BIBLIOGRAFIA:

  • L’algoritmo e l’oracolo. A.Vespignani

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