Perchè non si cambia: “attaccati ” al SINTOMO..

E’ possibile essere attaccati inconsciamente ai propri sintomi tanto da non volersene sbarazzare?

Intanto perchè si cambia nella vita. Cambiamo quando siamo costretti o dalle situazioni esterne o quando interiormente arriviamo a non sopportare più. Quando lo desideriamo ardentemente prima di tutto, facendo cose nuove e smettendone di fare altre in secondo luogo. Nel momento in cui siamo disposti veramente a lasciar andare qualcosa di noi, qualcosa a cui siamo abituati, alle nostre familiarità, alle nostre vantaggiose convenienze. Essendo disposti a soffrire un pò, impegnarsi abbastanza, essere motivati soprattutto.

Nel restante dei casi si cerca ( e si chiede a terzi) la motivazione per cambiare e forse questa è una situazione più diffusa di quanto ci piace pensare. Per quanto la terapia sia stata resa più pratica negli ultimi 50 anni, a volte semplici compiti, tecniche, esercizi come riflessioni vengono posticipati, rimandati, esercitati ad uso della necessità del momento. Se manca la volontà , ci vuole la disciplina. Se mancano entrambi?

Allora non avviene nulla, anzi può persino diventare frustrante sentirsi ripetere le stesse cose, sembra quasi colpevolizzante ricadere negli stessi schemi. Può accadere e nella pratica accade spesso, che una volta che abbiamo capito l’origine del nostro problema e lo schema maladattivo che ne è alla base, tutto resti invariato nella nostra vita. Anzi talvolta continuiamo a non accorgercene nemmeno di questa presenza, talmente ci siamo abituati o peggio, rifiutiamo di vederla. Per quanto spiegata e colta al momento della seduta, l’essenza dello schema pare scomparire, vaporizzarsi l’attimo dopo. Abbiamo l’informazione ma non la usiamo davvero. La conosciamo ma non la consapevolizziamo. Quando si parla di mindful si intende proprio questo: prestare attenzione in modo profondo.

ESSERE PRESENTI A SE’ STESSI, dentro sè stessi.

In questo rifiuto si nasconde oltre alla stanchezza per la ripetitività di ciò che fa male, un disagio/agio molto ben nascosto, infilato mei meandri del nostro inconscio che si aggrappa a qualcosa e non sembra voler abbandonare la presa. E’ difficile ammettere che esiste una volontà latente di tener dentro ciò che nuoce, sembra folle, assurdo o incredibile. Invece è semplicemente umano. E’ umano sappiamo crogiolarsi in quello che avvisiamo come familiare, anche quando ferisce, mortifica i sensi. E’ l’abitudine maladattiva .. Per tanto se prima non lo consapevolizziamo, se non gli prestiamo un’attentiva focalizzazione lo perdiamo.

AL DI LA’ DELL’ABITUDINE. Sappiamo ormai dai moderni studi delle neuroscienze per cambiare non occorre solo comprendere la fonte del problema ( so che se così fosse, farebbe il piacere di molti). Occorre abolire l’automatismo con cui questo schema e gli atteggiamenti conseguenti si presentano. Aumentando la consapevolezza, aumenta la possibilità di intervenire a cambiare o modificare il momento in cui tali schemi si attivano e con il tempo prevenirne l’insorgenza. Eppure e nonostante a volte non basta. In realtà non si “sente” e la consapevolezza resta puramente cognitiva. Assistiamo ad una resistenza anche aggressiva al cambiamento, perchè il vantaggio secondario come definiva Freud questa situazione psichica, ha una forza sottostimata.

AL DI LA’ DELLA RESISTENZA. Potremmo definire questo stato come stato di resistenza, ovvero la tendenza a non voler vedere, nè quindi a modificare taluni comportamenti, per non cambiare convinzioni e identità che ne sono alla base. Una dissonanza cognitiva

La verità è che tante volte il sintomo finisce con curare la persona, per quanto in modo errato, aumentando la patologia, aumentando il malessere; dà al contempo un senso di rasserenazione. La persona si sente in qualche modo confortata dal sintomo perchè l’aiuta a mantenere qualcosa che le è prezioso, non conoscendo altre modalità di cura, quel sistema pernicioso e velenoso, contribuisce a farla sentire nel potere di…o con il controllo di.

CAPIRE IL SIGNIFICATO. Per questo è importante comprendere il significato del problema: a cosa serve, cosa mantiene in atto, cosa protegge, in cosa rassicura. Perchè sarà questa risposta quella in grado di guidare la persona a scoprire che sta usando inconsapevolmente il suo problema come una risorsa e così facendo la sta alimentando. Bisogna pensare che quella risposta è servita per molto tempo o almeno è servita in un dato momento della vita e poi non si sono trovate altre vie. Trovare altre risposte, trovare altre risorse, far scoprire che si può arrivare ad uno scopo senza usare ciò che fa male, dando anzi degli ouput diversi è necessario affinchè si propsetti l’abbandono di quella parte. O anche l’integrazione, ma con altre parti e in modo sano

USCIRE DALLA CONFORT ZONE All’inizio può far paura perchè implica una perdita di controllo e del senso di potere che si ha sulla situazione in atto, ma soprattutto occorre ridefinire identità e convinzioni che hanno rappresentato la vita della persona fino a quel momento. Significa guardarsi allo specchio per quello che si è davvero accettando che per poter cambiare bisogna abbandonare false certezze. E una risposta maladattiva seppur tale, ricordiamo è sempre una risposta di adattamento. Per quanto nociva è comunque un punto di riferimento, non richiede di esplorare zone nuove, ma permette di restare a galleggiare nelle note acque della propria confort zone.

ESEMPI. Per chiarire ulteriormente il concetto ho pensato di sviluppare alcuni esempi. Prendiamo il perfezionismo di cui parlavamo qualche tempo fa. Per quanto si possa capire il meccanismo di base, molto spesso questo comportamento disturbante presenta dei vantaggi, come il fare sempre di tutto per essere esenti dalla critiche e intoccabili nella propria vulnerabilità. Il cambiamento in questione richiede di abbassare il controllo dei propri atti, osare sbagliare, rischiare figuracce e aumentare di conseguenza l’ansia. A proposito dell’ansia pensiamo quanto mantenerla, a parte tutte le conseguenze che provoca, sia spesso un tentativo di mantenere una sorta di risorsa, perchè spinge ad avere una familiarizzazione con gli eventi e con le risposte emotive ad esso. Non si rischia, non si può perdere più di quello che già si perde.

Sappiamo tutti che fumare è un eccitante eppure usiamo le sigarette per calmarci. La mente ha imparato ad abbinare una risposta non veritiera ma avvertita come tale e il nostro corpo sembra rispondere in questo modo. Forse il punto nevralgico della terapia sta proprio qui, nel punto di rottura del sintomo divenuto oramai la cura del problema.

Chi soffre di ansia sa benissimo che anticipare gli eventi in modo esponenziale e catastrofico è un modo per esorcizzare che quel qualcosa accada, diminuendone in caso le conseguenze: eppure sortisce l’effetto esattamente contrario, aumenta lo stato di agitazione interiore. Ciò che in apparenza aiuta in realtà lenisce, ma la percezione è quella di aiutarsi in qualche maniera.

Con il tempo quando lo schema si è rafforzato divenendo una sorta di atteggiamento mentale e comportamentale, lo sentiamo parte essenziale della nostra vita e sappiamo bene che quello che quando la mente crea, il corpo risponde…Risponde in modo concreto in quanto l’immagine interiorizzata è divenuta concreta. C’è poi un’ultima ragione sul perchè restiamo aggrappati ai nostri problemi e ai nostri sintomi, per un bisogno non tanto di deresponsabilizzazione, quanto di trascinarci ancora più a fondo nella nostra sofferenza rendendola ineluttabile.

QUANDO L’IMPOTENZA DIVIENE DISTRUZIONE. Quello che ancora mancava ai tempi dei grandi teorici della psicologia, era la visione di questo mondo, di questa odierna società, dove una delle massime ambizioni è toccare la perfezione; “se non sono perfetto, se sono fallato, se non posso raggiungere quella vetta, allora non ottengo ciò che voglio davvero di più e sono un fallito e mi dispero. Trascino me e trascino verso il basso anche il funzionamento della terapia, come un bambino che non potendo ottenere la soddisfazione di un capriccio rompe il giocattolo a cui tiene di più. Per dimostrare infine che non sono io che non funziono, è la terapia che non va. Questo è forse una delle tendenze più pericolose che si stanno attivando, perchè rischia di creare un chi dovrebbe aiutare un senso di frustrazione che lo spinge a cercare l’impossibile: curare chi invece necessita spasmodicamente del proprio status patologico, cadendo in un vortice senza fine. A volte non si cambia perchè la sconfitta per la scoperta della propria umanità, fragilità è un lutto senza fine, un dolore insanabile e la convivenza con l’impotenza qualcosa di inaccettabile.

Per quanto credo ci sia in psicologia sempre, a differenza di patologie mediche la possibilità di cambiare, dobbiamo chiederci continuamente quanto la persona vuole davvero farlo e quanto spesso sia il nostro bisogno frustrato che spinge in tal senso.

Rebecca Montagnino

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Una risposta

  1. Roberto ha detto:

    Cambiare comporta una scelta e nella societa’ diverse persone sono agiate e non vogliono giustamente rischiare la propria posizione, sfortunatamente la societa’ e tutto quello che ci va addietro non da scampo all’errore, gia’, troppe cose ti obblgano a restare fermo dove sei, basti solo pensare a una persona di 50 anni con figli, mettersi in mente di cambiare lavoro, si lo fai se in banca hai 100 mila euro ma neanche al giorno d’oggi se ti firmano una carta intestata ti fidi, voglio dire il denaro senza, giudizio, e’ il motore di tutto bisognerebbe chiedersi se denaro e oppurtunita’ sono date in un modo equo, purtroppo il sistema per autodifendersi ha messo gli individui alle strette con pochissime possibilita’ di scelta almeno qui in italia, anche questa sembrerebbe una logica orchestrata di potere, o no?

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