L’incapacità di leggere la realtà: analfabetismo disfunzionale

Tantissimi anni vidi questa frase durante un concerto, in mezzo ad uno tra i tanti led luminosi su palco, il cui scopo era probabilmente “schiaffeggiare” l’attenzione del pubblico. Mi colpì quel messaggio, sebbene ero ben lontana dall’immaginare verso quante e quali strade mi avrebbe portato tale concetto nel tempo.

Oggi quella frase riveste un significato ancora importante per me: implica un approccio aperto alla realtà, come in Rousseau il concetto di tabula rasa.. come il primo principio della PNL e di G.Bateson, la mappa non è il territorio. Cosa vuol dire? Che interpretiamo la realtà a modo nostro, soggettivamente, aggrappandoci volontariamente o meno a convinzioni e condizionamenti. E’ la nostra mappa, non quella universale, è la nostra visione di quel momento, non dell’intero tempo della nostra vita. La realtà diviene quindi qualcosa di fluido e cangevole, mentre paradossalmente l’accettazione della sua impermanenza genererebbe solidità.

L’INCERTEZZA E IL BISOGNO DI CONTROLLO. Un tempo gli abitanti del nostro pianeta non avevano tutte le mappe che abbiamo noi per muoverci, non esisteva Google maps, non avevano nemmeno la bussola, non c’era mamma internet pronta ad indicare la “retta” via. Non c’erano le varie pagine sul meteo per prevedere le intemperie, si perdevano, tentavano, eppure esploravano con più coraggio di quanto facciamo noi oggigiorno.

Noi pianifichiamo tutto cercando di farlo con la massima precisione, se non perfezione, per evitare di incontrare imprevisti o problemi. Attraverso questa cultura e attitudine mentale abbiamo costruito un’illusione e conseguenti convinzioni limitanti: crediamo che possiamo controllare e dominare tutto, che ogni cosa può essere nelle nostri mani.

La realtà con la sua incertezza, dalla natura che si ribella, dalla convivenza in due anni di pandemia, dai piani futuri che si smontano, ci ha mostrato (a più riprese non sapendo quanto l’uomo moderno sia duro a cambiare la sua confort zone), che qualcosa in questo bisogno di controllo va rivisitato.

Se l’incontro con l’imprevisto determina ansia che fatichiamo a tollerare, è proprio perchè abbiamo perso l’abitudine di considerare il mondo qualcosa che va oltre i nostri desideri, come ai nostri programmi con le aspettative che ci costruiamo in base a questo.

Più l’incertezza si prospetta, più cerchiamo di piegarla al nostro volere…E quando non possiamo anticipar eil futuro ci destabilizziamo. La sicurezza, la certezza non la sappiamo semplicemente gestire e così abbiamo semplicemente smesso di esplorare, o rischiare, se non muniti di previe sufficienti garanzie.

L’ANALFABETISMO FUNZIONALE.

In questo scenario fluttuante e carico di stimoli che ci piombano da ognidove, non sappiamo più orientarci, nè sappiamo a cosa credere. Bombardati di infodemia, soggiogati da mille opinioni diverse e per giunta imbevuti di bisogno di appartenenza e di approvazione- che come sappiamo dirottano la nostra vera identità verso quello che pensiamo sia giusto (o meglio, più piacevole per gli altri)- viviamo senza sapere più chi siamo. In tale atmosfera la lettura del mondo che ci circonda e degli altri che ci vivono accanto, diviene dunque faticosa, tortuosa, talvolta insondabile.

Ecco allora che la capacità di analisi inizia a deragliare e si perdono i connotati di lucidità in modo progressivo, andando verso una deriva che ci rende in-comprensibile quello che è anche molto facile da leggere. Mentre si appiattisce la nostra volontà e le abilità che richiedono sforzo, impegno, approfondimento, la realtà intorno diviene parallelamente e proporzionalmente più complessa.

Si assottiglia la capacità di codificare il mondo e quello a cui giungiamo è questo senso di analfabetismo funzionale o illetteralismo, termine con cui si definisce la difficoltà o l’incapacità ad usare le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni di vita normale, rendendo perciò tali informazioni inutilizzabili.

Non è una difficoltà solo a leggere testi che richiedono un certo impegno, ma anche narrativa o semplici articoli di giornale. Questa inabilità arriva a rendere ardua anche la lettura di bollette, l’uso della tecnologia, la comprensione dei fenomeni sociali, per cui l’esperienza dei nostri prossimi o di pochi esempi, porta a facili e forti generalizzazioni. Non si tratta di analfabetismo vero e proprio, quanto di disadattamento difronte abilità leggermente più sofisticate, che creano da un lato incomprensione, dall’altro imbarazzo per la poca dimistichezza personale.

La presenza inoltre di uno scarso spirito critico, genera una labilità a credere in ogni cosa, nonchè a non sapere scindere le cose vere da quelle false.

Dai link sottostanti per chi volesse saperne di più, inoltre appare che il nostro paese primeggia per tale problema.

Perchè siamo più inclini a questo fenomeno?

LA DROGA DELL’APPARENZA. La poca cultura o una cultura ormai semplicistica che evita lo sforzo quanto l’impegno e l’approfondimento, porta a captare ogni informazione velocemente, consegue l’abbassamento della soglia di difficoltà e ancor prima la finestra di tolleranza allo sforzo stesso. I testi scolastici si riducono, così gli articoli di giornale e l’ampiezza di un concetto viene penalizzato quanto la sua espressione.

Se le persone si impigriscono, quello che sta loro attorno contribuisce a provocare un languire ancora maggiore: brevità dei servizi e l’uso di un italiano sempre meno forbito e più alla mano, per “arrivare ” a tutti, creano una ricerca di poco impegno nella programmazione Culturale. Il concetto per esser esplorato, deve essere breve e facile, altrimenti niente follower, solo tanto buio mentale.

Questa sottocultura favorisce quindi il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, un impigrimento delle menti, una sorta di indolenza per ciò che va oltre la quotidiana fatica intellettuale, ma non è alla fine una riluttanza agli stimoli più impegnati, al ragionamento, all’uso del nostro cervello, alla perdita della Conoscenza? Non solo..

BENVENUTI NEL TRUMAN SHOW Accanto all’aspetto culturale, l’attuale dipendenza dal giudizio altrui ha spinto alla ricerca ad di un’immagine più che un’identità e sappiamo che un immagine non ha, nè necessita averne, opinioni personali ed emozioni autentiche, non ha identità, nè personalità. Si limita a galleggiare sulla superficie del mondo, in attesa che il mondo indichi la direzione da prendere. Siamo diventati tutti followers, replicanti e ci va bene così, finchè realizziamo che viene a mancare uno strumento per capire la realtà; se siamo diventati la scenografia di questa rappresentazione, difficile avere quella consapevolezza che solo da fuori permette un’analisi chiara di ciò che accade dentro. E se il nostro paese primeggia tra quelli a cui la cultura dà noia, lo fa ancora di più nel suo bisogno di apparire. Da noi vige da sempre la regola, meglio furbi che intelligenti, quindi..Il mix è servito, i suoi effetti inevitabili pure…

IL CENTRO SIAMO NOI. Per questo trovare la propria centratura è importante, perchè radica la nostra personalità e la rende meno volubile e condizionabile ai venti esterni. E sappiamo che per restare centrati occorre essere solidi e al contempo flessibili agli accadimenti esterni.

“Essere centrati è un’altra espressione per trovare il proprio equilibrio. Quando ci centriamo ci mettiamo in sintonia con un punto di equilibrio in ogni dimensione della nostra coscienza. ” – Il Risveglio dell’eroe, R.Dilits

L’essere presente a noi stessi diviene un punto cruciale in quanto ci tiene attivi, svegli e consapevoli, in un mondo che altrimenti viviamo passivamente. Per quanto sia più facile galleggiare senza muovere un dito, lasciarci ipnotizzare deresponsabilizzati, questo stato di anestesia rischia di rendere il futuro del mondo qualcosa in cui noi non solo non abbiamo quel controllo di cui ci siamo ingenuamente illusi, ma nemmeno la sua gestione e tantomeno la sua comprensione.

Amo pensare alla consapevolezza semplicemente come all’arte di vivere presenti a sè stessi”. Jon Kabat Zinn

Rebecca Montagnino

il centro siamo noi

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2 risposte

  1. Roberto ha detto:

    Purtroppo gli strumenti che ci fanno accedere ai dati e a sua volta all’idea che ci facciamo di realtà a loro volta sono complessi, si è vero che l’informatica ha riordinato tutto in quello che è internet e comunque internet ha portato dai miglioramenti ma la domanda che a giochi fatti che un individuo si pone è : ne avevo davvero bisogno? di conoscere tutte quelle cose, storie ecc? una illusione che ci porta ad una strada fatta a 8 un loop, abbiamo l’idea che collegandoci al web tutto sia nelle nostre mani ma veramente è così? è da 20 anni che usiamo un strumento come internet che è stato inventato negli anni 60, ora mi chiedo cosa avranno già inventato, mica ce lo vengono a dire comunque, dunque a me pare che la conoscenza e la comprensione dei fatti non è in realtà proprio quella, secondo me esiste una esagerazione di quello che usiamo, non puoi pensare che il progresso sia solo e comunque internet è da stupidi, ma mi pare che in Italia si stia facendo di tutto per far credere ai ragazzi che lo smartphone è l’unica via appunto gli hanno fatto credere che è l’unica via per fare tutto, sbagliato secondo me, concludo e se in un futuro prossimo l’energia elettrica non sarà sempre disponibile come faranno a scrivere con la penna individui che non l’hanno mai usata, vale anche per i modi di pensare.

    • Rebecca Montagnino ha detto:

      In effetti la penna sta diventando un oggetto desueto.. Ma non darei la responsabilità solo alla tecnologia, la pigrizia emotiva ed intellettuale esisteva da prima.. Diciamo che ha avuto una buona accellerata..

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