GENERALIZZAZIONE E PROIEZIONE : MECCANISMI DI DIFESA O DI AUTOSABOTAGGIO?

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Ho sempre sentito che facendo del male a qualcuno, anche se solo per reazione, ero incapace poi a gestire il rimorso nella mia pancia. Non posso fare a meno di essere empatica. Ma anche l’empatia dipende dal contesto. Se è troppa (ipermempatia) si rischia di perdere di vista i propri confini e di permettere agli altri, quello che noi non faremmo mai a loro (il finale del film “Dogville” insegna…)  Per molto tempo ho proiettato questo senso di apertura su tutte le persone intorno a me. Pensando che come ero io, dovevano essere tutti. Come ragionava il mio cervello, ragionava il cervello di chiunque. Si chiama generalizzazione questo processo e serve a farci sentire rassicurati. E’ un processo in cui si associa ad una varietà di elementi/esperienze il medesimo significato, con lo scopo di semplificarne la gestione.

Volevo mostrare come anche in una situazione “positiva”, l’eccesso o la cecità di un sentimento può essere dannoso; normalmente la generalizzazione si attiva in tutti quei comportamenti che hanno come fine il racchiudere in pre-giudizi le proprie opinioni, senza mai vederne i limiti e senza osare discostarsi dall’opinione altrui e senza tra l’ altro avere una base di autenticità. Molte affermazioni che si definiscono comunemente come “luoghi comuni” “stereotipi” sono in realtà delle generalizzazioni che intrappolano la mente e le nostre reazioni difronte alle cose, sebbene non operiamo un intervento personale e volontario. Di conseguenza la persona non  percepisce che non sono le proprie idee o convinzioni ad agire.

La proiezione è uno degli psichismi e  dei meccanismi di difesa più diffusi, significa spostare sentimenti o caratteristiche proprie sugli altri che invece  appartengono a noi, senza  anche qui che ce ne rendiamo conto. Il termine deriva dal latino e significa “gettare avanti” E’ all’ordine del giorno ogni volta che  facciamo delle affermazioni che partono  da un nostro vissuto, piuttosto che dal vissuto dell’altro o quando vediamo nell’altro dinamiche che ci appartengono o che vorremo rifiutare. Siamo convinti dell ‘obbiettività di certi pensieri, o ce ne convinciamo nel tempo (perchè si chiamerebbero convinzioni sennò certe idee?). L’utilità iniziale di tale meccanismo sta nel non farci patire  questi  nostri  aspetti, difficili da individuare e da sostenere, o dal bisogno di trovare nell’altro parti di noi. Ha uno scopo di difesa non tanto contro il mondo, ma come forma di rassicurazione verso il mondo. Diventa poi, quando si stigmatizza in preconcetti, convinzioni, comportamenti, dinamiche, una  negazione della realtà o un  tentativo di scostare la legge causa-effetto, così da poter evadere dalle proprie responsabilità di azione. Come afferma Deepak Chopra ” Siamo tutti maestri nell’uso della proiezione, un meccanismo di autodifesa  che ci toglie dall’imbarazzo di doverci guardare dentro”. Jung nel parlare di questo  meccanismo lo descrive come un processo in cui l’individuo vede nell’oggetto qualcosa che non  c’è o c’è solo in piccola parte.

La generalizzazione che ne consegue, cioè il considerare una cosa singola come appartenente ad un tutto, nasce da  un bisogno atavico dell’uomo: quello di sentire di appartenere o di scavare categorie che rendono in apparenza la lettura della realtà più facile. In psicologia più che in ogni altro campo, questo è pericolosamente impossibile, in quanto ogni elemento, persona, dinamica, per quanto attribuibile al mondo delle teorie, segue legge individuali.

Catalogare/programmare/schematizzare per poi estendere quest’esperienza interiore a tutti, è un elemento che ci protegge dal dover affrontare e analizzare ogni situazione per quello che è, con il vantaggio di farci  sentire nel giusto, perchè non solo certi meccanismi appartengono a ognuno di noi, ma soprattutto perchè tali meccanismi  trovano conforto dal fatto che sono facilmente riscontrabili. Diventa un circolo vizioso;  mettere in discussione le proprie generalizzazioni non solo crea disarmonie rispetto alla propria zona confort mentale, ma genera un rafforzamento del sentirsi nel giusto, perchè tali idee solidarizzano con quelle molto comuni nelle persone.

I meccanismi di difesa sono processi di adeguamento appunto e sono necessari, solo che vengono attivati indipendentemente dalla nostra volontà. Sono inconsci e deformano la realtà. Li possediamo e non ne conosciamo l’esistenza o il loro funzionamento. Nascono in maniera adattiva durante l’infanzia e servono per direzionare il nostro comportamento e la percezione che abbiamo delle cose.

Ricordiamo poi che il cervello è pigro, tende alla legge del minimo sforzo, tende  a ripercorrere strade già battute, perchè lavora in economia.

Ora il punto è, ma fino a dove questa falsa rassicurazione ci è veramente d’aiuto e dove invece non fa che proteggerci dall’uscire dai nostri schemi? Quanto i nostri schemi non sono altro che coperte di Linus, calde si, ma anche forme di auto-inganno e  auto-sabotaggio?

Perchè a vivere di schemi il primo danno che si fa è verso la propria vita e la propria  libertà mentale.

Come si fa ad essere totalmente liberi da questi schemi? Intanto sapendo che ci sono, riconoscere quali sono, capire a cosa servono, perchè sono  ancora funzionali e ricordare sempre che la mappa non è il territorio. Alla domanda  su quanto sia difficile   la ricerca dell’obiettività è, rispondo sempre che non è comunque impossibile, vale sempre lo sforzo e la fatica di aprire i propri orizzonti.

Dott.ssa Rebecca Montagnino

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2 risposte

  1. www.fabtravel.it ha detto:

    Pienamente d’accordo su tutto. Solo l’ultima frase mi ha fatto pensare: “liberarsi dagli schemi” e’ vera liberta’ o si libera il terreno per chi sapra’ piantare per primo altri schemi?
    Personalmente credo che piuttosto di liberarsi incondizionatamente di schemi senza avere altri riferimenti sia rischiosissimo e sia proprio l’obiettivo principale di chi gestisce la standardizzazione della societa’ a livello macro o addirittura mondiale.
    Forse una critica dei propri schemi ed un confronto con altri che arrivi addirittura alla sostituzione o alla modifica delgi originari sia maggiormente auspicabile, tenendo ben presente che cambiare tanto per cambiare e’ solo consumismo e non e’ detto che il nuovo sia sempre meglio del vecchio

    • Rebecca Montagnino ha detto:

      Intanto è una spiegazione su dei meccanismi che vengono usati solitamente ma inconsapevolmente e non è contro la presenza di schemi, quanto il lavoro sul loro riconoscimento. e con cui Molte patologie sono generate spesso dalla presenza di schemi che la persona ripete, mentre il recupero di una flessibilità rappresenta spesso l’uscita dal meccanismo di autosabotaggio

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