Quando l’autodistruttività è la miglior vendetta

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Il proverbio dice : l’indifferenza è la migliore vendetta…bisogna arrivarci. A volte la strada prima di capire che il lasciar andare è la migliore cura per noi stessi e che il perdono come liberazione è il rimedio più sano, richiede tempo, fatica, sofferenza e intanto si inciampa, si cade, si sbaglia sentiero. Si ripete questo schema infinite volte e infinite volte ci si ritrova intrappolati dentro, senza capire perchè non ne usciamo, o perchè non vogliamo star meglio. A volte non si vede che nel percorso per giungere a quel punto, si attacca l’altro attaccando se stessi, proprio come fa il nostro sistema immunitario quando non funziona. E forse non è un caso che ci sia questo parallelismo tra il corpo e la mente; in fondo siamo un’unità, le difese organiche stanno come stanno le difese psicologiche, il nostro equilibrio interiore si rispecchia all’esterno. Il corpo non mente, anzi palesa quasi sempre ciò che non vogliamo vedere. Questa simmetria fu una parte preponderante del lavoro di Alexander Lowen, padre della bioenergetica. Per lui i sentimenti repressi, risucchiati all’interno restano latenti e si manifestano nel tempo spesso attraverso un blocco della ricerca del piacere e si orientano invece verso sensazioni di malessere. La persona deprivata emotivamente durante l’infanzia dapprima quindi trattiene, impulsi, sentimenti, come il respiro, poi con il tempo sfoga il rimosso.

Quando parlo di autodistruttività non parlo solo di cutting (pratica diffusa soprattutto tra gli adolescenti per cui ci si procura volontariamente delle ferite da taglio) o di masochismo, quanto di dinamiche che hanno lo scopo per noi inconsapevole, di gettare rabbia e aggressività sull’altro, non in modo diretto, ma attraverso la nostra persona. Quando non vogliamo tirarci fuori da un problema, quando ci ammaliamo, cerchiamo l’autolesionismo emotivo, spesso sotto c’è un bisogno di ferire l’altro, come forma di vendetta non elaborata da un male percepito nel nostro passato. Lo sanno bene i bambini con condotta oppositiva provocatoria che è una modalità comportamentale per attirare comunque le attenzioni degli adulti; “bene o male purchè mi si guardi”. Lo imparano presto che farsi del male è un modo “per far del male” a chi vuol loro bene, facendoli preoccupare, facendoli sentire in colpa. Quando questa dinamica viene rafforzata e perseguita da adulti, non solo lascia la persona passiva difronte a ciò che di avverso gli accade: diventa un modo per scaricare la rabbia da se stessi e attraverso se stessi sugli sugli altri, su coloro che magari un tempo non hanno saputo capirlo o non hanno saputo occuparsene e riconoscerlo. E’ un modo per dichiarare “ri -prenditi quello che mi hai fatto”. Lowen a questo proposito, parlava di autopunizione verso gli oggetti originari, dove l’accusa inconscia che si rivolgeva agli altri riguardava la delusione di aspettative insoddisfatte. Delusione, la cui convinzione conseguente si cerca inconsapevolmente di avvalorare nel comportamento degli altri.

Una dinamica tipica della persona che si trova incastrata in questa situazione, è ad esempio quella di non chiedere aiuto per poi incolpare di noncuranza o mettersi in situazioni a rischio, per confermare poi la sua credenza di quanto il mondo sia malvagio e le persone amate indifferenti. Non a caso queste dinamiche sono spesso rivolte dai figli verso i genitori in età pre-adulta o sui partner, è la tipica condotta passiva aggressiva. La persona diventa così vittima di se stessa e carnefice degli altri, cercando di instillare come può, potenti sensi di colpa (sotto al post, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento della personalità vittimista ho aggiunto un link). E’ la compensazione di una rabbia che si dirige verso se stessi, una forma di manipolazione che forse comprendiamo meglio in disturbi quali l’anoressia e in gravi patologie organiche, in cui il malato trova il modo, attraverso la sua sofferenza, di “far pagare” ai membri della famiglia le loro mancanze passate.

Da sempre in fondo viviamo scissi tra due forze opposte : Eros e Thanatos, viviamo nell’ambivalenza e nell’ambiguità di due sentimenti opposti che ci dilaniano, tanto più amiamo qualcuno. Quello di cui parlo se ha anche l’effetto di richiamare l’attenzione, va un pochino oltre però, si estende ad una forma di vendetta inconsapevole, che ci spinge a ricreare gli stessi scenari del passato, solo che da abusati diventiamo abusanti s attraverso il nostro stesso male.

E poi..poi arriva il giorno in cui si è stufi di farla pagare e si capisce che quel che è successo è successo, non è rassegnazione quanto accettazione che se è andata così, nessuno ci impedisce, se non noi stessi, di cambiare il nostro presente e migliorare il nostro futuro. Finisce la sete di vendetta, si smorza la rabbia, si placa l’autodistruttività. Si passa dal passivo-aggressivo all’assertivo, ci si prende la responsabilità della proprio vita, magari divenendo noi quell’adulto che avremmo voluto avere un tempo a fianco.

Ad un uomo ed una donna che non hanno avuto l’amore e l’approvazione di cui avevano bisogno da bambini, dò questo consiglio: non pensateci più. Una volta che si è raggiunta l’età adulta, la partita è chiusa. Tornare all’infanzia è impossibile. Se una persona cerca di farlo sacrifica il presente, cioè la sua età adulta, in questo vano tentativo. Bisogna accettare la perdita e continuare a a vivere e a crescere” A.Lowen, La depressione e il corpo

“Sta a noi scegliere se restare tra il buio e la luce”

http://www.alqamah.it/2019/10/27/psicologia-del-vittimista/amp/

Rebecca Montagnino

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