La logica dell’alienazione: El empleo

Nell’alienazione l’essere umano che dovrebbe essere il signore del suo prodotto, appare come il servo di questo prodotto. Karl Marx
Questo cortometraggio d’animazione è un opera del 2008 dell’argentino Santiago Bou Grasso insito di molti premi, tra cui quello alla mostra di Berlino. La prima immagine è quella di un essere umano che sta andando al lavoro: usa i suoi prossimi come oggetti, mezzi per muoversi realizzare alla fine che lui stesso è un oggetto di qualcun altro.
..SOPRA LE PARTI…Ho sentito molto attuale questo video, scarnifica ogni dietrologia e lascia la realtà senza parole: un mondo di oggetti appunto
Diretto ed incisivo visivamente, mostra un alienazione dove l’assenza di sentimenti è parte del retroscena di una vita meccanica ed disumanizzata è asservita alla produttività; cui gli altri, ma in fondo noi stessi diventiamo parti dello stesso processo distopico.
Senza per forza associarlo al lavoro, basta guardare un marciapiede dove camminano le persone o una strada piena di macchine, il posto che occupiamo nega la presenza di altri; forse diventano solo ostacoli o oggetti scomodi alla nostra rincorsa frenetica, il pane quotidiano.
“Non solo i rapporti economici tra gli uomini, ma anche i rapporti personali hanno questo carattere di alienazione ; invece che di rapporti tra esseri umani essi assumono il carattere di rapporti tra cose. Ma forse il caso più importante e più rovinoso, in cui si manifesta questo spirito di strumentalità e di alienazione, è il rapporto dell’individuo con sè stesso. L’uomo non vende solo merci, vende anche sè stesso e si sente una merce. ” Erich Fromm
Che cosa vi ha scatenato questo video? Alienazione, disumanizzazione, manipolazione sono parole con cui ormai conviviamo. Nel lavoro, come nelle relazioni sono presenze “accettate” e pertanto non necessitano nemmeno più di doversi nascondere…
Usiamo o ci facciamo usare?
Vedendolo mi ha ricordato anche un mio vecchio post ” I nuovi schiavi ” dove la situazione che allora descrivevo è sicuramente peggiorata. Dietro ad una critica al capitalismo e allo sfruttamento del lavoro, ( schiavismo è un termine eccessivo visto che lo schiavismo vero esiste ancora nel mondo e quello nostro è spesso consenziente), si possono nascondere molti significati.
LAVORO QUINDI SONO Diamo molto più tempo al lavoro nella nostra vita (oltre a quello che facciamo, c’è il tempo a cui ci pensiamo) sacrificando qualcosa che dimentichiamo che non ritorna. Ci sacrifichiamo non solo perchè ce lo viene chiesto, ma anche perchè c’è il nostro bisogno di identità e di appartenenza che ce lo impone.
Ho scoperto così che l’etimologia della parola occupazione derivava inizialmente dal significato di riempire lo spazio per poi aver assunto un riempire il tempo. L’occupazione perciò può diventare un riempitivo di quel tempo che altrimenti non sapremmo come e cosa fare.
Quanto siamo vittime di un sistema che ci spinge alla performance e alla competizione e quanto vi asserviamo per un bisogno di riconoscimento diventa perciò difficile da delineare.
Se ci sono professioni che sono vere passioni e per cui il consacrare devotamente sè stessi è una scelta felice e volontaria, altre volte a dettare questa devozione è una forma di ambizione meno autentica. E’ un ambizione puramente verso uno status che ci fa sentire parti di questa società.
Il lavoro è diventato infatti l’emblema del nostro valore, siamo ciò che facciamo. E questo a discapito del nostro tempo e della sua qualità; ancora di più di parti di noi che restano ne inesplorate o risucchiate.
ESSERE E FARE Con la perdita dell’essenza della persona, il lavoro è entrato in modo totalizzante nella nostra vita e laddove non ci sono elementi che definiscono l’identità, ne ha preso il posto.
L’essere usato quindi nel lavoro, oltre ai fini produttivi si incastra purtroppo con la rincorsa e la sfida performativa dell’uomo moderno- dove fonde autostima e gratificazione non in quello che è, tanto quanto in quello che fa- Fenomeno così aggrovigliato con l’ego da non sapere più se ad alimentare il capitalismo è l’egocentrismo narcisistico o viceversa .
L’ALTRO INVISIBILE Lo vedo all’interno delle sedute; il posto ed il tempo che il lavoro occupa è quasi la metà; quel tempo che un tempo era appannaggio delle relazioni e della ricerca del Sè.
Perfezionismo patologico e approvazione a completano il pacchetto, è un attimo e la trappola si richiude sulla persona, la facilità con cui diviene parte dell’ingranaggio è l’arma che dà e da cui ne viene trafitto.
Nel lavoro si cerca quindi tutto, senza cercarlo più al di fuori nel mondo: il valore di sè stessi, la fonte di realizzazione e piacere, la socialità, il senso di comunità, talvolta anche il partner; passiamo dal bisogno di sentirci ricompensati da un bel voto a scuola al bisogno di un bel voto al lavoro, cercando di essere sempre stimati e mai criticati .
Ma allo stesso tempo se non ci fosse il lavoro a riempire le nostre vite e darci la giustificazione per non avere tempo di pensare, di capire chi siamo e cosa ci piace (= vivere) , di cercare un senso più profondo alla nostra esistenza, come e cosa faremmo? E se anche in certi momenti lo capisco, mi arriva alla coscienza, mi occupo per non riflettere troppo.
E in questa logica dove non è più unicamente l’economia a dettare legge, ma anche una necessità individuale di essere riconosciuti e stimati a qualsiasi costo, si passa sopra chiunque, persino sulla propria vita e sugli anni della propria vita.
Rebecca Montagnino

Commenti recenti