ANDARE AVANTI

Riconosco che i condizionamenti come gli stereotipi, li mal digerisco. Spesso perchè vengono detti senza riflettere, ma che hanno un peso enorme. Sono quelle frasi su cui non ci soffermiamo, mentre tradiscono una sfilza di convinzioni in cui ci limitiamo.
Appartengono all ‘era che abitiamo. Non sono solo nell’ individuo, si infiltrano subdolamente nell’ inconscio collettivo e una volta li divengono dogmi.
Tra le varie che hanno un effetto pruriginoso, perché contengono un condizionamento disastroso, come avessi sviluppato una dermatite istantanea , c’è questa: ANDARE AVANTI
Innanzitutto andare avanti rispetto a cosa? Qual’è la linea di partenza e quale quella di arrivo?
Molto spesso viene usata per indicare il posizionamento sulla scala degli obiettivi sociali, manco fossero le caselle del Monopoli. In questo caso il gioco sarebbe Evolutopoli. Esiste un grafico immaginario nel mondo dei condizionamenti collettivi, costituito dalla casella macchina, lavoro, figli, famiglia, conto in banca, tasselli da raggiungere in ordine. Per arrivare dove però? Primi alla fine del gioco? Alla felicità?
In genere vengono utilizzati per definire qualcuno che ha raggiunto uno step secondo sempre il grafico immaginario, che non abbiamo ancora raggiunto. Servono a “rosicare”. A fare proliferare un insensata invidia. Diverso dall ‘andare oltre che presuppone un superamento di qualcosa in cui ci eravamo incagliati
Se un amico trova prima lavoro, un ex una nuova partner o ha dei figli, etc…è andato avanti. Poi quanti metri ha fatto realmente non si sa. Solo che nella scala si è sistemato…!!! Altra parola che indica una stabilità…sempre rispetto a cosa non si sa. Una cosa che sappiamo da secoli invece è che l uomo ha bisogno sempre di obiettivi e stimoli nuovi.
VERSO LA FELICITA. Cioè se tale andare avanti nella scalata sociale evolutiva è indicativo di felicità , dovrebbero essere tutti arzilli una volta raggiunti tali step; se è sinonimo di realizzazione personale, dovremmo aspettarci un alto grado di soddisfazione. E invece no. Anche perché il bilancio della vita, come ricorda il finale dell Edipo re, può farsi solo all ultimo. Non è un gioco che si stabilisce prima a tavolino.
Considerato poi che non sono eventi rari e che parte di questi obiettivi vengono anche raggiunti dalla media della popolazione. Non sono unici come vincere una medaglia d’oro ai giochi olimpici o il premio Pulitzer di letteratura, allora perchè siamo in mezzo a tante problematiche psichiche e a ondate di insoddisfazione?
Magari avvicinando e allargando la lente con cui leggiamo il mondo, potrebbe capitare di vedere che è piuttosto l’idea e non la cosa in sè, che raggiunti tali step non per forza si è più felici o realizzati ,nè tantomeno soddisfatti. E’ un parametro di status socio economico a cui diamo l’equivalenza di felicità o appartenenza. Creiamo l aspettativa e dunque l’ illusione che questi step diano un bonus di felicità . Non sono per forza fornitori di felicità come erroneamente ci si aspettava
Lo status viene bramato come quel nastro che si sventola alle giostre e che i bambini si sbracciano ad afferrare.
Preso il nastro non sempre si trova il regalo nell ovetto.
Non sono cambiamenti o arricchimenti interiori a cui si tende, i quali danno un piacere meno intenso forse, non corrispondono all esterna proclamata stabilità, ma come le caramelle, hanno un rilascio lento di appagamento.
THE TRUE BEAUTY IS A CONSCIOUS MIND. Amata frase di Marina Abramovic.
E se andare avanti fosse rivolto al grado di consapevolezza raggiunto ? Una catastrofe. Un’ammucchiata al girone partenza e due gatti a quello di arrivo. Chi sta avanti nello status sociale finirebbe forse nelle retrovie e alcuni che si percepiscono ultimi, arriverebbero al podio. I parametri di prima acquisterebbero un altra importanza e priorità, mentre le scelte essendo più consapevoli, permetterebbero se non il raggiungimento della felicità, un avvicinamento. Ma non va di moda.

THE ESCAPE Mi viene in mente questo film visto qualche mese fa ad una lezione di cinema e psicologia. The Escape, film del 2018 di Dominic Savage con Gemma Arterton. Un film molto introspettivo che potrebbe essere la storia di molte coppie. Una donna sposa e madre che apparentemente ha tutto fuori, cioè è la classica “sistemata” inizia a soffrire di qualcosa che le manca. Il marito non capisce come aiutarla e cosa le manchi. Apparentemente ha tutto, solo che non sa chi è.
Da questo vuoto parte confusamente alla ricerca di cosa le piace, perché non lo sa. Fa una cosa che consiglio in questi casi in terapia, andare alla ricerca senza uno scopo, lasciare che le cose ci arrivino, senza meta. Aprirsi alla ricerca.
Prende un treno e va a Londra, vaga, mentre fruga in una bancarella di libri usati, un libro d arte colpisce la sua attenzione.
C è una foto dell’ arazzo La dama e l unicorno. Ne resta colpita, affascinata. È quello che voleva; uno stato di risonanza con qualcosa.
Quella foto le parla, le dà un senso di connessione . La porta avanti .
Va a Parigi nel museo di Cluny per vedere l’ arazzo da vicino e vedere sempre meglio chi ê lei. Scopre questa sala circondata da arazzi fiamminghi del 1500. Rappresentano i cinque sensi, più uno che non consideriamo più: il desiderio. Non a caso..

Inizia a fare un puzzle, mettendo tessere di sé stessa, guidata da una sorta di istinto intuitivo. Non trova sè stessa, ma inizia a sentire autenticamente cosa vuole.
Molti pensano che gli obiettivi sociali siano così più importanti della consapevolezza, semplicemente perché la escludono. Vivono senza farsi domande, saltellando alla casella successiva .
Attivano meccanismi di compensazione che funzionano pure fino ad un certo punto. Solo che non sentono i primi segnali di quando il meccanismo si sta per rompere e appare evidente solo quando ormai è distrutto.
Non ci si riconosce più e non si riconosce la vita che si fa. Come lei nel film. Se prendiamo una strada solo per condizionamento, o per paura ,abbiamo una grandissima possibilità di errare e commettere errore.
Non è una ricetta, ma un’osservazione che se il primo step che dovessimo raggiungere o conquistare, fosse la consapevolezza, la vita sarebbe meno problematica dopo.
Un passaggio ne richiama un altro, veniamo guidati da un flow e più lo facciamo più impariamo a seguire quei segnali e a conoscerci.
A volte quando non ci lasciamo condizionare e mettiamo da parte ciò che è giusto sbagliato o doveroso, c e una parte a cui non diamo il giusto peso, che invece sa cosa cercare e ci guida meglio di noi.
Basta lasciarla respirare, volare, senza parametri, senza paura di cadere o sbagliare e allora lei si che ci porta avanti.
rebecca Montagnino

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