VIVI O VEDI ? La vita attraverso uno schermo

Let’ s sway through the crowd to an empty space” David Bowie

Tra le tante espressioni che più amo in inglese c’è Let your hair down, la cui traduzione è lasciarsi andare; l’immagine che mi arriva è quella di un corpo che si libera totalmente, corpo e testa, come avviene quando balliamo.

Una delle situazioni in cui l’uomo si è più lasciato andare sin dai tempi, è stata appunto quella del ballare. Quindi come può farlo oggi se deve restare incollato a terra, immobile a fare un video mentre sta ad un concerto? Perde tra le mille cose, per quella breve durata, la grande inestimabile opportunità di liberarsi..

Mentre si accresce la smania di connettersi all’esterno, aumenta proporzionalmente quella che è la patologia dei nostri tempi: la difficoltà di connessione con noi stessi.

La vita oggi non la viviamo, semmai ci limitiamo a guardarla…

LA VITA ATTRAVERSO UNO SCHERMO. Siamo sempre più “nel” telefono; mani, occhi, mente, naso, curvati e a collo piegato a vivere attraverso di esso, a metterci dentro tutto di noi stessi.

Parliamo, comunichiamo, ci lasciamo, ci innamoriamo, impariamo sempre più a mentire (è più facile dire il falso laddove non ci si guarda negli occhi), compriamo, studiamo, facciamo finta di intrattenere legami. Giochiamo, vediamo film, diventiamo voyeur della vita degli altri e soprattutto postiamo, postiamo, postiamo. Di tutto, compulsivamente, senza chiederci se sia davvero importante, se non sia spudorato, vendiamo i nostri dati, il nostro privato e anzi abbiamo sempre più bisogno di essere guardati, linkati, di immortalare ogni cosa senza pensare a cosa sia, di ingigantire il numero di followers che forse non conosceremo mai (” I got to many friends too many people that I ll never meet and I ll never be there for” Too many friends, Placebo)

. Non perchè importi a qualcuno di noi, (anzi l’esubero finisce con l’annoiare), ma perchè sennò ci sembra di non esistere e finiamo con l’esistere più tempo sulla rete che nella realtà. Mandiamo audio sempre più lunghi, sempre più dettagliati (gli audio hanno definitivamente sradicato il dono della sintesi), non per volontà di chiarezza, ma per bisogno del nostro Ego, vomitiamo qualsiasi cosa nostra subito, perdendone in dignità e in capacità (santa) di autocontenimento.

SE NON E’ FOTOGRAFATO NON E’ VISSUTO Così fotografiamo compulsivamente, momenti, situazioni che perdono traccia nella memoria e perdono anche traccia spesso dal telefono stesso; chi rivede nel tempo le sue foto? Sono migliaia e se lo facciamo è solo per tappare quei momenti di vuoto, di stacco che l’uso/abuso ossessivo del telefono ha sapientemente abolito. Se quell’attimo non è condiviso non è più vissuto, ma lo spostarsi immediatamente all’esterno difronte ad un ‘esperienza interiore, ha ucciso il nostro vissuto. Credendoci persino originali, scambiandoci per dei Salgado, in realtà fotografiamo e non guardiamo più davanti e intorno a noi, meno che mai contempliamo, (verbo che cadrà in disuso a breve probabilmente).

Già prima della nascita veniamo fotografati più di un vip, nemmeno nel liquido amniotico possiamo sguazzare nella nostra privacy. E’ lo scatto che conta, il possesso dell’attimo, non importa poi se rimarrà silente nella galleria in eterno e non fa niente a quanti disturberemo invadendo con la nostra vita, tanti che dovranno rispondere amichevolmente solo per un nostro e un loro malsano bisogno di approvazione.

INCAPACI DI STARE NEL QUI ED ORA. La tirannia del telefono è proporzionale alla capacità di partecipare esperenzialmente e profondamente ad un evento.

Questa è le verità, siamo diventati incapaci di godere del momento che viviamo sempre incollati a guardare avanti nel futuro o indietro nel passato ( o solo lo schermo è il presente che conta).

Dopo due anni di astinenza da concerti è incredibile e inaudito, persino triste, vedere che molti preferiscono fare video senza partecipare a quello che è un momento di condivisione, ovvero ballare, cantare, dare e ricevere energia, stare con gli altri- creare connessione umana vera.

Stanno da soli come nella camera loro, a fissare il concerto che si svolge LIVE, su uno schermo: i loro occhi che non sanno più guardare, ma solo registrare video. Eppure dal vivo si svolge qualcosa che hanno pagato, atteso, agognato ( almeno pareva in questi due anni), pianto e rimpianto, pregato che avvenisse ancora . Persi a fare video, si finisce non solo per perdere la facoltà di memorizzare con gli occhi interiori, ma di sentire. Sentire la musica e sentire le emozioni,

Si sono disperati all’idea che la pandemia cancellasse per sempre la musica dal vivo, che non è solo intrattenimento, ma ha un valore umano, un valore culturale anche e cosa fanno ora? Sognano di postare il migliore dei video! che a casa si accorgono persino essere scadente visivamente e come audio- Il centro del piacere si è spostato, non è più in ciò che facciamo, ma in ciò che vediamo.

LA COMPULSIONE. Qualche mese fa sono stata ad un concerto intimo, cioè per un pubblico ristretto della mia band preferita. In quell’occasione avevano reso noto sin dall’acquisto del biglietto, che l’uso dei telefonini, con mio immenso, infinito riconoscimento, sarebbe stato vietato (non a caso i valori che seguono sono uno dei motivi che me li fa adorare). Ho lasciato direttamente il telefono nella stanza, felice di disintossicarmi. Ho goduto del tempo a guardare che finivano di montare il palco, del senso di estasi che stesse di nuovo avvenendo, grata all’inveroismile di avere ciò che mi è mancato da morire in due anni di covid. Ho goduto dei sorrisi della gente che commossa provava lo stesso, di quelli dello staff che tornavano a lavorare, di ogni espressione del gruppo che tornava a suonare, di un mondo che tornava a vivere!

Ho goduto non solo delle mie mani libere, che lo sono di norma per non sciupare neanche un secondo di quello che ho atteso per mesi, libere di applaudire, di battere il tempo, di esibire il mio entusiasmo, libera di muovermi, di ballare. E sono così toccanti le immagini delle braccia alzate piuttosto che quelle di mille mani che brandiscono il telefono, impedendo la visibilità a chi sta dietro, impedendo all’artista di vedere le facce felici e partecipative. A volte ci penso deve fare un effetto mostruosamente Black mirror veder scomparire gli occhi dietro migliaia di apparecchi tecnologici!

NON USATE QUEL TELEFONO, PLEASE

Quello che trovo ancora più raccapricciante è vederlo fare dopo che li è stato chesto gentilmente di non farlo, dopo che sullo schermo è apparso il comunicato per 30 minuti prima dell’inzio dello spettacolo. Non so se si tratta di cecità o ottusità mentale o peggio di una compulsione malata segno di una dipendenza senza speranza ai video, che supera la condivisione della mission della band che stanno seguendo.

Molte band lo stanno richiedendo come i Placebo, Bob Dylan, Greeen Days, Stromae, Ramstein. Un comportamento logico che viene persino tacciato di violazione di libertà, quando molti non sanno forse che al cinema come negli auditorium è vietato fare riprese. Molti musei lo stanno facendo, altro fenomeno allucinante dove al divieto segue una voglia furibonda di fotografare comunque, ciò che tra l’altro è in rete; appena il custode della sala volta le spalle, scatta la foto. Un atteggiamento di reminescenza infantile o una compulsione di cui bisogna allarmarsi???

https://www.virginradio.it/news/rock-news/221461/green-day-basta-usare-lo-smartphone-ai-nostri-concerti.html

https://www.rockol.it/news-731247/bob-dylan-vieta-gli-smartphone-ai-suoi-concerti-custodia-yondr

https://www.bintmusic.it/vietare-smartphone-concerti/

LA TRANCE DELLA DIPENDENZA Come ogni comportamento di dipendenza la verità è che quando abusiamo del telefono, non ce ne rendiamo conto. Ognuno dice, “io no”, come per l’alcolismo o l’uso di droghe.

Purtroppo è talmente facile passare all’azione, pensare di e farlo, per cui non c’è consapevolezza nel maneggiarlo, coscienza di prenderlo. L’atto viene agito in uno stato di trance come le sigarette o il binge eating. Non ci si chiede ; voglio davvero fare questa foto? La voglio davvero mandare questa foto e qualcuno la vorrà sentitamente/ realmente vedere? E’ così urgente questo messaggio? Posso tenermi dentro ciò che mi sta accadendo per un pò, coltivare l’autocontenimento, disciplinare la compulsione a condividere tutto e subito, sono ancora in grado di rimandare ?

Forse tra qualche anno dovremo fare dei corsi di mindful disconnection…e forse come ci appariva la serie di Black mirror agli inizi, pareva parlare di un mondo impossibile che dopo qualche anno sarebbe divenuto normale.

Rebecca Montagnino

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