PER FARE UN TAVOLO, CI VUOLE IL LEGNO…E PER FARE UN FIGLIO?

Resto sempre  sorpresa quando  sento che si fanno ancora  i figli con tanta  leggerezza, solo  “perchè vanno fatti, perchè fanno parte della vita”, come fossero l’acquisto di un bene. Quando mi indigno e dico che andrebbero fatti in determinate condizioni, mi viene spesso risposto che è  sempre stato così.

Non sono d’accordo. Le informazioni servono, o servirebbero, a migliorare la qualità della vita e dei rapporti umani. Oggi sappiamo fin troppo bene quanto siano fondamentali le fasi iniziali di crescita per lo  sviluppo futuro del bambino. Forse viene data eccessiva attenzione alla sua nascita e  non abbastanza alle condizioni in cui nasce, specie alle condizioni psicologiche dei genitori. Non credo che una vita sia sempre e solo un dono, bisognerebbe spiegarlo ai tanti bambini che nascono in Africa, malnutriti, nell’estrema povertà, dove non hanno quasi aspettative di sopravvivenza. Qui i bambini hanno cibo, vestiti, un tetto, medicine, ma basta davvero questo per decidere di mettere al mondo un figlio e per assicurarli il benessere?

Sui pacchetti delle sigarette ormai da molto tempo ci sono scritti i danni che il fumo provoca sulla salute propria ed altrui, le persone quindi, pur avendo l’informazione, non per questo smettono di fumare. Nemmeno io, cerco perlomeno di fumare lontana da chi non fuma, per un senso di responsabilità. Un figlio non è qualcosa che ricade solo sulla  vita del genitore, quanto sulla sua. Un figlio non ha la responsabilità della sua nascita, nè della sua crescita.

Molto spesso il suo concepimento avviene a seguito di situazioni psicologiche non risolte, bisogni narcisistici frustrati, assenza di figure genitoriali sufficientemente affettive. Non sempre, anzi quasi mai, riversare sul figlio tutto quello che non si è ricevuto dalla propria famiglia, è un bene. Gli si riversa addosso quella affettività che nasce da una carenza spesso associata alla sofferenza, nella speranza, che riscattando lui, si possa riscattare quella parte del passato, che invece è irrimediabilmente perduta. Il figlio nasce sentendo addosso la responsabilità della felicità dei genitori, che non hanno, molte volte, altro in cui soddisfare se stessi, non hanno altri obiettivi da raggiungere e quest amore soffocante e dilagante, finisce per non rendere i figli capaci di autonomia.

Il volere un figlio oggi è quasi un sentirsi parte della società, “sentirsi a posto”, come possedere altri beni di consumo. Non a caso fa parte del pacchetto all inclusive che va sotto il nome  di “sistemarsi”. Soddisfa uno status, spesso anche un insicurezza profonda. Le donne si sentono realizzate nell’essere gravide, come si sentono irrealizzate, non complete, nel non esserlo. Come se non ci fossero altre cose in cui cercare il senso della vita, come se, soprattutto quell’essere nascente fosse una proprietà assoluta e a vita. Un bambino che sente di essere l’unica fonte di gioia per i genitori, che sente il peso di “abbiamo fatto tutto per te ” (che poi non implica che sia stato fatto bene), con quale scioltezza lascerà il nido, cosa fisiologicamente sana e normale?

Non solo, i figli, in Italia più che altrove, devono essere a immagine e somiglianza dei genitori, non fanno in tempo a nascere che hanno già un programma di convinzioni, valori, sport, scuole, studi da completare, finemente ideati per loro. E guai, se invece crescono come individui a sè, con una loro personalità,  viene vissuto come un dramma o una tragedia.

I figli sono essere umani, che più che plasmati, andrebbero educati. La vera gioia dovrebbe stare nel trasmettere loro qualcosa, l’amore per la vita, le proprie passioni, insegnandoli a perseguire le proprie, i propri valori,  che possono poi cambiare e migliorare nel tempo. Non si dovrebbero fare ancora i figli, semplicemente  perchè li fanno tutti, senza chiedersi : ma ne sono in grado? o devo ancora risolvere delle cose dentro di me? Forse più che guardare con ansia l’orologio biologico, si dovrebbe indagare sulla propria evoluzione psicologica.

Il problema non è quanto sia facile fare un figlio, quanto sia complesso fare il genitore – Stromae  canta infatti in “Papaoutai”  ” Tout le monde sait comme on fait des bebè, personne sait comme on fait des papas (tutti sanno come si fanno i bebè, nessuno sa come si fa il papà). Sono troppi i figli che vedono i genitori nei pochi ritagli di tempo che hanno, che vengono cresciuti dai nonni o da altre figure . Questo accentramento non favorisce lo sviluppo di un sano senso di identità e quando nel tempo rifiutano l’autorità è in fondo una conseguenza naturale.

Il figlio non è solo quel corpicino morbido da tenere in braccio nei primi anni, è anche quell’essere da educare, a cui dare delle regole, una visione del mondo, è quell’adolescente “infinito” che fatica a capire chi è, che si muove in un mondo pieno di pericoli che occorre conoscere, è quel bambino che a otto anni pretende l’Iphone perchè ce l’hanno tutti, che a dieci pretende di avere il suo profilo Facebook o su whatsapp…e che a dodici anni vorrebbe comportarsi da adulto ed avere i privilegi di un bambino.

Occorre avere una solidità davvero forte, un integrità nella propria identità,  essere Adulto e sapere chi si è, per fare bene i genitori. Troppo spesso i figli ancora figli, giocano invece a voler fare gli adulti e non ancora svezzati, non per età anagrafica quanto per sviluppo psicologico, decidono di diventare  genitori. Se ne rendono conto con il tempo, quando non sono assertivi e non sanno dire no, quando non sanno cosa fare neanche nelle cose più piccole, quando si sentono persi e chiedono consiglio a chiunque.

A volte i loro consigli non richiederebbero l’intervento di uno psicologo, quanto un naturale buon senso. Un buon senso che si dovrebbe essere sviluppato negli anni, con le esperienze di vita. Ma non è quasi mai così. Ciò nonostante l’accanimento per sentirsi genitori è sempre più presente. Lo stesso accanimento con cui si cerca una persona nella vita. Anche qui il problema non sta nella ricerca di un figlio o di un compagno, ma delle modalità superficiali con cui avviene. I criteri con cui si scelgono i partner sono banali, semplicistici, generalizzanti, sbrigativi; chi sceglierebbe di acquistare una casa in un attimo?  Quando cerchiamo una casa, abbiamo già in mente cosa vogliamo, quante stanze, a quale piano, con quale esposizione, …Si mette più considerazione a scegliere il costume per l’estate che la persona con cui vivere e non a caso,  tale scelta veloce si rivela spesso fallace. Non bisogna stupirsi se tanti rapporti finiscono o tanti matrimoni falliscono, quando la scelta iniziale avviene con tanta superficialità e leggerezza.

Qual’è però il problema di fondo che fa commettere scelte così tanto avventate? La paura della solitudine. E’ triste ammettere che il bisogno narcisistico di un partner o di un figlio non avvengono per il piacere di completare qualcosa, se stessi, in teoria- che dovrebbe già essere completo in quel momento- quanto per un vuoto e un incapacità di stare al mondo.

Che sia un adulto a riempire quel vuoto, è già grave, per lo meno un adulto dovrebbe stare in piedi sulle sue gambe, ma un bambino che debba riempire il vuoto esistenziale di un adulto, è un fatto davvero terribile.

Esistono libri sulla genitorialità, manuali che dicono cosa fare per far addormentare un neonato, non ci sono corsi che spieghino che significhi e quando fare un genitore. Per questo il senso di responsabilità dovrebbe essere maggiore, se l’amore per un figlio è la reale motivazione, prepararsi a tale compito, dovrebbe essere non solo un dovere, ma  un grande piacere.

 

Rebecca Montagnino

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Una risposta

  1. www.fabtravel.it ha detto:

    Leggendo il titolo la battuta nasce spontanea…

    Sul tema dei figli ci sarebbe molto da dire e da considerare. Una cosa vorrei evidenziare: per quanto a noi – borghesotti viziati occidentali – ci possa sembrare impossibile, i bambini dell’Africa affamati, malnutriti, nell’estrema povertà SONO CONTENTI DI VIVERE molto piu’ di noi. Se noi occidentaloidi facessimo figli solo quando ci sono le condizioni ottimali, il figlio non sarebbe mai felice di vivere quanto lo sono i bambini malnutriti africani: QUALCOSA NON QUADRA.

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