SIAMO DAVVERO SEMPRE PIU’ CONNESSI?

Quest’articolo è una sintesi di un capitolo di “Generazione App” di Howard Gardner e Katie Davis che condivido molto…Mi scuso con gli autori per questo lavoro di taglio e cucito che ho dovuto fare e non rende onore al loro impegno,  spero che alcuni di voi vengano attratti dal tema e magari leggano l’opera per intero.

 

 

” La tecnologia oggi offre ai giovani con interessi simili la possibilità di incontrarsi e interagire, rende più facile per alcuni l’espressione dei propri sentimenti personali…

MA….

Gli studi rivelano che una fetta considerevole delle comunicazioni via computer  viene dedicata ad organizzare o annullare  al volo incontri con amici. La mentalità app incoraggia l’dea che proprio come le informazioni, i prodotti e i servizi, anche le persone siano sempre e immediatamente disponibili. Le app hanno lo scopo di massimizzare la comodità, la velocità; le app sono sotto il nostro controllo (anche se la nostra crescente dipendenza da essa ci espone costantemente al rischio che siano loro a controllare noi)….

 

Secondo il modello dello sviluppo umano il compito centrale dell’inizio dell’età adulta è la formazione di relazioni profonde e durature con gli altri; in assenza di queste si presentano sentimenti di vuoto e solitudine…

Una ricerca della General Social Survey sulle scelte, i valori, le convinzioni degli americani dal 1985 al 2004  ha cercato di stabilire se il numero delle relazioni strette  fosse aumentato o diminuito negli ultimi vent’anni. La domanda a cui si chiedeva di rispondere era la seguente: “Di tanto in tanto, la maggior parte delle persone parla di cose importanti con qualcuno. Chi sono le persone con cui hai parlato di cose importanti per te, negli ultimi sei mesi?”. Nel 1984 il numero medio di interlocutori indicato era 2,94, nel 2004 il numero era sceso a 2,08, quelli che hanno risposto di non parlare con nessuno di questioni considerate importanti è aumentato del 10% del 1985 al 25% del 2004. C’è stata una tendenza parallela a una sempre minore fiducia negli altri….

I ragazzi che avevano usato Facebook per un periodo di tempo più lungo e quelli che ci passavano più tempo ogni settimana, tendevano a essere maggiormente convinti che gli altri fossero più felici di loro. Inoltre, quelli che avevano tra i “loro” amici un numero maggiore di persone che non conoscevano personalmente, erano i più propensi a ritenere che gli altri avessero delle vite migliori. L’attività voyeuristica li faceva sentire così, competitivi quanto inadeguati. Questo formato permetteva inoltre di evitare deliberatamente un livello di comunicazione più profonda, grazie alla consapevolezza. Il solo fatto che spesso le persone mentre parlano con i messaggi  istantanei delle app, non parlano in modo attivo, ma cercano qualcosa su internet e quando hanno cinque minuti, scrivono alla persona velocemente qualcosa….

Una qualità importante delle relazioni profonde è la vulnerabilità che richiede a chi vi è coinvolto: mettere l’altra persona di fronte ai nostri pensieri e sentimenti può essere imbarazzante, ma correre questo rischio emotivo è anche ciò che ci avvicina gli uni agli altri, comunicare attraverso uno schermo anzichè faccia a faccia elimina gran parte del bisogno di correre rischi emotivi nelle nostre relazioni; la vulnerabilità è esattamente ciò che serve per comunicare con gli altri in modo onesto e significativo. L’abitudine a condurre le relazioni a distanza di sicurezza, toglie loro una reale intimità”  .  L’obiettivo oggi è quello di non provare alcun sentimento, in un mondo sovrastimolato, è considerato cool essere distanti da tutto e non provare nulla. C’è il rischio così che si possa arrivare a considerare gli altri come oggetti a cui accedere ed esclusivamente per le parti che riteniamo utili, confortanti o divertenti. I ragazzi sono sempre più connessi, ma sempre meno realmente connessi….

Oggi i membri di una famiglia passano più tempo con i loro strumenti tecnologici che tra loro, una connessione tecnologica non è un necessariamente un legame intimo, nè tanto meno un legame che ci trasforma….

L’isolamento riduce l’empatia e indebolisce gli atteggiamenti prosociali e questo declino si affianca a tendenze che ne sono i sintomi, come l’aumento dei reati, in quanto le persone sono più inclini a ferire gli altri se non sono in grado di mettersi nei loro panni, in fondo l’assenza di empatia è un segno distintivo della sociopatia….

E’ possibile quindi che vedere il mondo attraverso gli occhi delle app comprometta la nostra capacità di vederlo attraverso gli occhi di un altro?”

 

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3 risposte

  1. AfterTOOLnothing ha detto:

    Generalmente le chiamo ”generazioni testa bassa”, generazioni perchè questa subdola dipendenza ha colpito anche persone di una certa età che fino a poco tempo fa non erano in grado nemmeno di impostare una radiosveglia, testa bassa invece per distinguerle dalle, poche purtroppo, persone che normalmente anche camminando assumono una postura eretta dalla testa ai piedi. E’ diventato molto difficile per strada incrociare qualcuno/a che non abbia lo sguardo perso e al tempo stesso illuminato (ma solo dal display) e guardarsi negli occhi e magari intravedere anche una semplice e sana complicità di sguardi. Mi viene spesso da sorridere al pensiero di tutta questa gente che già la mattina appena uscita di casa si immerge nelle connessioni e a capo chino tira dritto come su un binario, incurante di ciò che accade intorno e tu che ti muovi a zig-zag per evitarla, per non parlare di quella che lo fa alla guida; questo invece AGGHIACCIANTE. Non riesco a credere, ma è un mio parere, che gli ideatori di questa tecnologia, che hanno fatto in modo che fosse esageratamente intuitiva per le persone più grandi e tremendamete accattivante per quelle più giovani, non siano o fossero consci della dipendenza che ha o avrebbe portato, anzi puntano proprio su questo perchè ingolositi dal profitto e dall’arrivismo e competizione verso aziende concorrenti. Hanno fatto in modo di mettere in una mano la TUA VITA collegandola al mondo attraverso un cordone ombelicale malato che prosciuga anzichè alimentare.

    • Rebecca Montagnino ha detto:

      E’ molto bello quello che scrivi perchè arriva dritto e si rivedono queste situazioni a cui ci siamo tristemente abituati…per non parlare delle coppie o degli amici seduti a tavola che conversano in un soliloquio telefonico, di quelli che appena atterrato l’aereo disattivano l’off line per sapere cosa si sono persi, di quelli che in vacanza restano connessi con il mondo di tutti i giorni, di quelli che su un treno non guardano il paesaggio ma il display, di quelli che nei negozi ti fanno aspettare perchè stanno scrivendo, leggendo notifiche o semplicemente stanno allegramente chiacchierando dimentichi che il cliente sta facendo loro un servizio e non il contrario. Un bambino piccolo lo sa usare. Non credo che chi ha progettato tutto questo si creasse il problema delle dipendenze, ma non è mai esistita una dipendenza (da Internet) che nel giro di poco tempo ne creasse così tante altre (da Facebook, da notifiche di Facebbok, da selfie)

      • Rebecca Montagnino ha detto:

        mi è tornato in mente quando facevo la trasmissione su Radio Rock…che bello! lanciavo una domanda e le persone potevano scrivere o telefonare per rispondere. Un giorno la domanda prescelta fu : la tua vita dipende da o dagli altri? Facile intuire che il 80% rispose dagli altri, un 15% non so, e il restante da “me”…il che la dice lunga

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