LA METAFORA DELLO SPECCHIO: vedere ciò che da solo non vedi

A cosa serve andare in terapia? A vedere oltre, laddove i tuoi occhi non arrivano a vedere”.

Ogni volta che mi viene posta questa domanda, utilizzo una metafora nata negli anni e che trovo sempre fortemente descrittiva. Quando andiamo a farci tagliare i capelli, alla fine il parrucchiere è solito prendere uno specchio e mostrarci com’è venuto il taglio dietro la nostra nuca. E’ un lato che altrimenti non vedremmo; così è la terapia, rappresenta lo specchio in cui vediamo ciò che non potremmo vedere da soli.

Andando da uno psicologo arriviamo con delle nostre convinzioni su chi siamo, su come vediamo gli altri ed il mondo, ma in modo del tutto soggettivo. Quella visione nata nel passato si è cristallizzata nel tempo, assumendo una connotazione difficilmente obiettiva. Non possiamo vedere tutto per come è, l’inconscio in fondo serve anche a questo; involontariamente tramutiamo le nostre esperienze al fine di renderle leggibili e digeribili a seconda dei nostri schemi, della sofferenza che ci inducono, del non voler assumere le proprie responsabilità, mancando per forza di cose di neutralità.

SPECCHIO DELLE MIE BRAME La terapia è quindi quello specchio in cui spesso prendiamo coscienza di cose, aspetti di noi, che sarebbe impossibile rilevare senza un aiuto esterno. Nessuno è dotato di obiettività, pensare il contrario significherebbe peccare di presunzione, di onnipotenza, ma soprattutto di autoreferenzialità. Se da un lato avere le proprie idee va bene, a volte da soli non possiamo proprio vederne i limiti. Senza saperlo, inconsciamente appunto, ci sono lati che ci sfuggono, che diamo per scontati, che nel tempo abbiamo romanzato di noi che, che tuttavia percepiamo come obiettivi. E’ necessaria una persona che conosce le dinamiche, le teorie, gli schemi in cui possiamo cadere anche da una parola che diciamo o che eludiamo, da una parola detta in un certo contesto, da uno sguardo, da un gesto, che sappia cogliere quello che da soli non possiamo cogliere.

Un altro punto importante è che la terapia aiuta a mettersi nei panni altrui, non è una relazione passiva in cui come ci si può aspettare “il cliente ha sempre ragione”. Lavora anche in quelle situazioni in cui ci piace cantarcela e suonarcela, senza tener conto di come sono andate realmente le cose o di come si possa sentire un’altra persona. Specialmente nel caso dei disturbi narcisistici è quel punto di osservazione, che smontando i riferiti, dà anche la possibilità di provare empatia, che in fondo è un primo passo importante per uscir fuori dalla dinamica egocentrata del disturbo

L’autoanalisi ha proprio questo come limite: la conoscenza dell'”iceberg “, solo in relazione alla parte emersa, cioè più o meno consapevole, il resto è sommerso nell’inconscio. Non a caso la psicoanalisi freudiana iniziò attraverso lo studio di tecniche come l’ipnosi o il sogno in cui si varcavano i confini dell’inconscio. Quei confini erano ignoti: inesplorati ed inesplorabili, un pò come le colonne di Ercole, erano il punto oltre il quale non ci era dato scavare e che senza strumenti che ci consentissero di affrontare le resistenze, diventavano invalicabili.

la teoria dell’iceberg

In fondo l’inconscio è l’ignoto per eccellenza, è il mito della caverna platonica, anche per questo per molti addentrarvici è faticoso e vissuto come pericoloso, al suo interno possono esserci tesori preziosi, come mostri contro cui combattiamo.

Il suo è anche MECCANISMO per proteggerci. Se così non fosse, probabilmente la nostra mente impazzirebbe davanti alla realtà in certi momenti o saremmo portati a soffrire molto di più: l’inconscio se nega, nega quei contenuti che talvolta sono troppo forti per essere osservati senza timore. I meccanismi di difesa, per quanto ci allontano dalla realtà e dalla verità, hanno almeno inizialmente, uno scopo protettivo importante sulla nostra psiche.

L’INCONSCIO E’ UNO SCAVO APERTO.

J,Koudelka

Nell’inconscio sono depositati gli scavi archeologici del nostro passato; il terapeuta come un archeologo deve scavare, insegnare anche a scavare, partendo da indizi che fanno presagire percorsi, pezzi di vissuto importanti per la persona. Con dovizia e pazienza, quei resti vengono puliti, resi più chiari e comprensibili al presente, restituendo pezzo dopo pezzo, tessera del mosaico dopo tessera, quell’affresco il cui insieme compone chi siamo davvero. Nell’inconscio ancora confluiscono quelle parti di noi che non ci piacciono, quei blocchi in cui inceppiamo sempre, ferite e desideri difficili da ammettere, tutto ciò che per qualche motivo è scomodo. Il terapeuta fornisce lo scalpello, gli strumenti per scavare, affinchè la persona che prima non conosce il come arrivare, sia dotata alla fine di queste risorse per continuare a scavare ogni giorno della sua vita.

Quello specchio mostra dunque qualcosa oltre il nostro viso che siamo soliti vedere ogni mattino, restituisce la completezza dell’essere, nelle sue parti più essenziali, specie quelle che a volte sono più nascoste e determinanti. Senza contare che spesso anche quel viso che pensiamo di conoscere e che diamo per scontato, rivela molto di noi, solo che non abbiamo il giusto distacco per vederlo e lo vediamo sotto il filtro dell’ abitudine. Un occhio esterno coglie così le incongruenze che noi familiarizzando con noi stessi e con le nostre dinamiche, non notiamo.

SIAMO LA ZONA CONFORT DI NOI STESSI. Sappiamo quanto la familiarità intesa come bisogno di ripetizione e di perseguire abitudini, sia potente a livello mentale. La cerchiamo in quanto ci rassicura. Non tocca unicamente i nostri modi di pensare sul mondo, ma i nostri modi di descriverci interiormente (e pertanto di agire poi). Perciò definiamo noi stessi come la nostra confort zone; l’insieme delle convinzioni, abitudini, comportamenti che conosciamo e a cui ci siamo fidelizzati negli anni.

SKILLS E TOOLS Così come necessitiamo di andare in vacanza per spaesarci, la terapia è un viaggio all’interno di noi stessi, nelle zone meno note o in quelle che consideriamo note, ma note non sono davvero. Sono proprie quelle parti a rivelarci la nostra essenza e che contengono sovente quei punti in cui da soli ci incastriamo. La terapia diviene lo specchio non solo in cui rifletterci completamente, ma che appannato dai condizionamenti, dalla vita di tutti i giorni, non ci permette una visione chiara. E’ la via della consapevolezza, che unisce il nostro inconscio al nostro conscio, che ci permette di sentire oltrechè capire.

Ogni percorso di conoscenza di sè richiede una base di confronto, una visione che vada oltre, da parte di qualcosa o qualcuno che mostri l’invisibile, non importa che si tratti di terapia o di altre forme di crescita interiore; per mettersi in discussione occorre un contraddittorio che ci aiuti a superare le famose colonne. In fondo anche un medico chiede un parere per se stesso ad un altro collega; così come non ci possiamo nemmeno cucire un vestito addosso, lo mettiamo su un manichino per osservarlo da “fuori”. Vederci come spettatori esterni, senza essere coinvolti e senza dare per scontato quello che già conosciamo non è un impresa facile, eppure è fondamentale per diventare più obiettivi.

I meccanismi di difesa e le proiezioni sono ben conosciute per chi ha esperienza di gruppo, cadere in identificazioni, risonanze con i racconti altrui è molto comune; per quanto sia un processo fisiologico, naturale. è anche un processo di distorsione dei dati della realtà –

Il tempo e l’inconscio

Molti pensano che analizzarsi sia semplicemente riflettere: ma se non abbiamo un punto di vista più consapevole, non sappiamo vedere oltre quello che è davanti al nostro naso e finiamo per vedere sempre lo stesso quadro. Così come parlare tanto per sfogarsi non è fare terapia, quello lo possiamo fare con chiunque sia. E’ il tipo di ascolto che è diverso, l’attenzione su mille cose insieme che hanno un fine, non ci sono domande a caso, ogni cosa viene mossa sapendo che è un processo per arrivare ad un obiettivo. La terapia, diversamente dalla chiacchierata con un amico, fornisce le competenze che ci mancano, le skills, le risorse non dispiegate, ma soprattutto i tools, gli strumenti e non ultimo, le chiavi per conoscerci.

Per chiudere, mi viene in mente una canzone che un pò come “La cura” di Battiato, è rivolta a una forma di amore non definito, ad un senso di umanità che è alla base della motivazione di chi aiuta la crescita dell’altro. E si addice molto bene a questo post. Buon ascolto!

Rebecca Montagnino

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