LA FELICITA’ PER GLI ALTRI: quando l’invidia rende ciechi

Quando diciamo: “Sono felice per te”, lo sentiamo realmente? Quando rispondiamo ad un fatto triste “Mi dispiace”, siamo realmente autentici?

L’invidia è l’ulcera dell’anima”. Socrate

LA VOLPE E L’UVA. L’invidia è uno dei sette peccati capitali e viene definita come la tristezza per il bene altrui vissuto come male proprio. Si pone psicologicamente tra un senso di inferiorità- sentire di possedere meno degli altri- ed uno di superiorità. Risponde alla convinzione solo io posso possedere tanto ed per questo la si può considerare come figlia della superbia.

A differenza però degli altri peccati capitali, l’invidia non procura nessun tipo di piacere. In genere tocca le persone che hanno un’identità debole, che si sentono schiacciate da quella altrui . Gli invidiosi sono pertanto portati a vivere con un profondo malessere i successi che vedono al di fuori della loro vita, ma di cui si sentono escluso e non “riconosciuti”. Il pettegolezzo e la denigrazione diventano perciò la risposta a tale sofferenza. La svalutazione dell’altro per compensare la loro carenza, è il messaggio della favola della volpe e l’uva. La volpe non potendo raggiungere l’uva, la definisce acerba.

In un certo senso l’invidia rappresenta rappresenta anche un meccanismo di difesa: scatenare astio sugli altri è un modo per proteggere se stessi da un senso di fragilità e inadeguatezza. Piuttosto che riconoscere il mio Io debole o pigro, distruggo quello forte dell’altro.

Molto spesso di fronte ad un successo altrui, tendiamo a pensare : “perchè a lui si e a me no”, mentre quando ci capita qualcosa di spiacevole, il primo pensiero che facciamo, è :” perchè proprio a me”. Questo modo di valutare e confrontarsi di continuo, è cambiato negli ultimi decenni; la sventura viene vissuta come una calamità personale, un qualcosa di fortuito che si è accanito contro di noi, mentre la realizzazione di qualcuno che conosciamo uno svantaggio deciso dalla sorte su di noi. Il continuo paragonarsi con il wonderland dei profili dei nostri “amici” nei social, ha contribuito a creare quest’aurea di invidia; per quanto consapevoli di osservare spesso una parte, anche poco veritiera della vita altrui, abbiamo modificato la capacità di leggere i fatti in modo obiettivo e critico, lasciandoci andare a facili interpretazioni, spesso non realistiche. Tendiamo a credere di più che qualcosa di esibito o palesato sia vero, quanto meno sentiamo di possederlo, ovvero soggettiviamo qualsiasi cosa, creando un filtro di analisi meno nitido.

“Il silenzio dell’invidioso fa molto rumore” Khail Gibran

LA FELICITA’ PER GLI ALTRI. In questi giorni è uscito nelle sale il film “La felicità degli altri” di Daniel Cohen che riprende questa tematica. Ci rimane difficile ammettere che pur volendo bene ad un nostro prossimo, dal momento che ottiene qualcosa che noi non abbiamo, la cosa non ci garba, anzi ci procura un certo malessere. Nel film appena la protagonista pubblica un libro, suo marito e i suoi migliori amici la contrastano, cercando a loro volta di eguagliarsi in qualcosa. Vedono un cambiamento in lei, mentre è la loro percezione resa gelosa e distorta, che proietta un’interpretazione personale fallata. Questa tendenza, rimando ad una cultura narcisistica molto diffusa oggi, a vederla sembra impossibile, eppure è molto più presente di quanto vogliamo ammettere. Nessuno infatti vorrebbe pensare di sè di trovarsi spesso nella situazione dei co-protagonisti e di provare sentimenti di fastidio di fronte al successo di una persona cara.

L’invidia, ne offre molti esempi la cinematografia, la letteratura e persino la Bibbia parlando della rivalità tra Caino e Abele, ci mostra che è un sentimento assai popolare e presente all’interno della stessa famiglia. Siamo portati a rifiutarne l’ esistenza perchè cresciamo con molte convinzioni per cui la famiglia è il nido protetto, quindi chi ci ama non può non aspirare al nostro bene. Eppure lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, vi ricordate la Famiglia Belier per citare un esempio? Altro film in cui sembra disgustoso, riprovevole, la gelosia tra i parenti per la figlia che non solo non è sordomuta come loro, ma canta. Osa tradire un problema familiare, differenziarsi.

Come tutti i sentimenti negativi presenti in noi, non ci piace vederli, motivo per cui spesso danneggiano più del dovuto. Se ne riconoscessimo la loro natura “umana”, forse potremo imparare a conviverci, consapevolizzandoli anche in noi stessi e imparando a gestirli quando ci arrivano in modo inatteso dall’esterno. Quando ciò viene negato e questo vale in fondo per ogni forma di negazione, diviene un uno shock o addirittura un dramma.

INVIDIA E INGIUSTIZIA. Soprattutto nel caso dell’invidia si tende a minimizzare il ruolo della responsabilità negli accadimenti personali. Gli eventuali meriti o talenti altrui vengono offuscati, così come gli sforzi o i sacrifici per ottenere quell’obiettivo, la sindrome del ” a lui si, a me no”, prende il sopravvento immediatamente. Ora l’invidia potrebbe anche essere sana, se fosse accompagnata da uno spronarsi a fare altrettanto o fare di meglio, magari in un campo diverso. Potrebbe essere un incipit per cercare qualcosa in cui sfidarci, realizzarci, non in modo morboso come nel film per non sentirsi meno. Semplicemente per ampliare la conoscenza di sè e del mondo. Quando l’invidia si sublima, può dar luogo ad un sentimento di reale crescita, ovvero si trasforma in ammirazione e quello che sentiamo è -sono davvero felici per te, lo meriti-, senza per questo paragonarsi e sentirsi “meno. “La maggior parte delle volte invece diviene purtroppo un piangersi addosso e la realizzazione altrui viene considerata ingiusta e immeritata, o meglio ingiusto, è che non sia capitato a noi.

Sicuramente questa tendenza ci mostra un lato che ci l’invidia è sentimento che nasce da una forma di vittimizzazione che proviene da una gelosia infantile, quasi atavica. Sembra un senso di limitatezza che nasce dal nostro passato, un qualcosa di non superato e di irrisolto, per cui le cose dovevano capitarci a noi, punto e basta. Questa è difatto l’aspettativa di un bambino; crescendo si impara quanto la realtà sia diversa, quanto la rivalità e la competizione siano un desiderio comune, quanto invece il raggiungimento di uno scopo richieda un precedente processo di impegno. Vero è che non viviamo nel paese in cui la meritocrazia vince sempre, anzi. Viviamo in un paese in cui appare chiaro dai primi anni di vita, che i favoriti sono spesso quelli che non hanno meriti, ma spesso solo migliori conoscenze o opportunità. Per opportunità in questo caso, intendiamo incastri, conoscenze, o retaggi favorevoli del passato che permettono di raggiungere più facilmente certi obiettivi.

VITTIME DELLA PROPRIA INVIDIA. Accanto a questa cruda verità sociale, è altresì assodato che questo atteggiamento porta troppo spesso alla vittimizzazione, per cui si tende a non combattere, non cercando così in modo determinato e intenso, di ottenere comunque certi traguardi. Genera al contrario di uno stimolo, un senso di avvilimento in cui si sprofonda, basta vedere la proporzione di incidenti di tutti i tipi che avvengono nelle situazioni cliniche cosìdette disfunzionali. Sembra che ci sia una legge esterna che operi in modo maligno affinchè persone o situazioni abbiano una propensione ai guai. Se si osservano nel dettaglio le loro convinzioni, si percepisce invece un atteggiamento di sfiducia, quando anche di distruttività, che inconsciamente provoca esattamente la conferma di questi pensieri (la profezia che si auto-avvera). Come a dire che le convinzioni giochino un ruolo di “attrazione” nel bene come nel male, a seconda di quello che ci avviene. Purtroppo è più facile cadere in questa trappola che rialzarsi, non tentare, non esporsi e quindi non rischiare. Quello che però si rischia di più a lungo termine, è l’aver sprecato la propria attitudine, nonchè in casi peggiori, la propria vita.

Esiste una pericolosa propensione a stagnare, ma anche ad impantanarsi morbosamente nel malessere, la tentazione della caducità come la definiva Kundera, atteggiamento difficile da riconoscere, in quanto nessuno consapevolmente ammetterebbe mai di volersi far trascinare in tale spirale. Se questa dinamica non passa dall’inconscio al conscio (per parafrasare la famosa massima di Jung che qui si incastra perfettamente), questo può costruire il definitivo copione di tante vite o il loro destino.

AUMENTO DEL LIVORE. Se osserviamo i fatti di cronaca in ambiti diversi e in diverse parti del mondo, al di là di giustissime e validissime proclamazioni diritti, vediamo profilarsi parallelamente una tendenza alla vittimizzazione crescente e come affermavano nel post precedente, un innalzarsi del livore sociale, spesso più per dar voce ad una rabbia personale e soggettiva che ad un denuncia reale. Come a dire che quell’irrisolto di cui parlavamo all’inizio, si mescola e si proietta su situazioni esterne, fatto che spiega anche l’illogicità e il modo spesso non consono di protestare ciò che non va. Se è vero che una cultura piena di rabbia genera individui altrettanto rabbiosi, è vero anche il contrario: una massa di persone irrisolte diviene incline a gettare le proprie frustrazioni sul prossimo, senza nessun tipo di autocontrollo.

I SOCIAL E LA COMPULSIONE AL CONFRONTO.

La nostra società ha spostato completamente i valori, per cui diveniamo sovente preda di falsi valori e sentiamo l’urgenza del riconoscimento in ambiti che esulano dalla costruzione di una vera identità. Se un tempo la collaborazione era un valore che univa gli elementi della comunità, la società performante verte su valori che la disintegrano, come la competizione e la rivalità.

Se guardiamo poi incessantemente i profili social altrui, paragonando le vite degli altri e i successi esibiti, nonchè la conseguente fasulla felicità (molto fake in questo caso), di sicuro ci riempiamo maggiormente di un senso dai acredine crescente. Nel tempo ci porta a giudicare fatti e persone senza le dovute informazioni, perchè bisognosi di gettare su qualcuno la propria sventura o infelicità. Non a caso programmi di “alto livello intellettuale” sul modello del Grande fratello, esprimono la necessità di osservare con bramosia le sventure degli altri per sentirsi meno infelici.

E’ straordinario vedere quanti pochi tentativi vengono fatti dalle persone quando si trovano in una situazione di malessere; sembra che la tendenza a stare meglio venga soppianta ad un certo da: a) un’ attesa che qualcuno o qualcosa risolva loro il problema, b) una forma di rassegnazione e convinzione sul determinismo della loro sorte. Ci si aggrappa piuttosto in modo sordido alla tossicità di quello che viviamo quando veniamo attratti da ciò che ci fa male (lo stesso sarebbe continuare a mangiare un piatto che non digeriamo vomitandolo tutte le volte). Ad un certo punto sembra che il centro del piacere corrisponda a quello del dispiacere. Per questo invidiare rimane la scorciatoia più semplice, -devo per sentirmi vittima restare nel mio malessere e se possibile trovare pretesti per sprofondare sempre più-.

Il fenomeno perciò voyeuristico dei social, alimenta la probabilità di essere invidiosi; più ci si espone alla vetrina e si analizza comparandoci agli altri, più quel senso antico di intimità e completezza con sè stessi, viene perso. In qualche modo questo post si collega a quello precedente; la proliferazione di notifiche, di foto, fa progredire questa tendenza. Viviamo in un’era in cui la competizione è altissima, l’invidia diviene così, in modo più o meno subdolo, anche la leva per farci spingere sempre di più, per farci rasentare il perfezionismo, motivo per cui dovremmo attivare meglio la nostra attenzione.

Linko qui di seguito una rara intervista a Kundera; apparentemente sembra non esserci il nesso tra quello di cui stiamo parlando, leggendo scopriamo che è proprio il suo atteggiamento di sano bisogno di protezione della sua intimità a creare un modo diverso di vedere le cose; il suo non esporsi volutamente in modo egocentrico nella vita come nei suoi libri, come avviene solitamente e diffusamente oggi, desta una visione più completa di quello che stiamo vivendo. A volte è proprio chi si tira fuori dalla caos della massa, che ha una percezione più chiara della realtà.

https://www.huffingtonpost.it/entry/milan-kundera-larte-di-non-inginocchiarsi-allattualita_it_60d84fcae4b072e7c98811ba

L’EMPATIA E L’INVIDIA. Provare piacere per la felicità degli altri è come osservare il sorriso di un bambino, quello stato di benessere che grazie ai neuroni specchio ci permette di sentire la sua gioia. Paradossalmente se usassimo questa prospettiva empatica (oltre ad un sano impegno e spinta a metterci in discussione), non solo godremmo del piacere molto più spesso, ma abbasseremo quello stato di egocentrismo e di confronto costante, per cui si generano sensi di invidia e tanta inutile frustrazione. Solo che è più facile esser felici per un bambino in quanto non cadiamo nella compulsione del confronto.

Dovremmo, oltre ad una base di profonda autostima, smettere di attivare questo compararsi agli altri, senza avere dati sicuri, ma solo idee e tante convinzioni. Eviteremmo così di rimurginare sul nulla, creandoci evitabili malesseri e intossicazioni. Magari a volte ammirare, arrivare a prendere esempio e spronarci, trasformando quella gelosia in uno stimolo o semplicemente accettandola e lasciandola andare. Se essere gelosi può essere fisiologico, il perseverare in tale sentimento, è diabolico.

Rebecca Montagnino

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2 risposte

  1. marta pisa ha detto:

    Un articolo bello e chiarificatore, mi sorge però una domanda.
    Che cosa si può dire di chi invece cerca l’invidia degli altri, chi vuol essere invidiato a tal punto da spingersi ad invischiare le proprie mani in fatti mai considerati prima (prima di invidiare qualcuno per quei fatti) pur di risultare meritevole di (più)attenzione? Chi in un certo senso si ritrova ad agire seguendo una sola logica: essere migliori di altri, senza considerare i propri valori.
    Chi in modo anche estroso punta il dito, evidenzia solo i difetti e le mancanze degli altri o solamente le proprie qualità e abbondanze, e si adopera affinché sia evidente a tutti quelli che lo circondano.
    Chi “sono contento per te”, “mi dispiace per te” non lo dice affatto, sarà certo saggio a tacere se realmente non le prova certe emozioni.
    Si può dire di più o è da considerarsi unicamente come un’altra faccia dell’invidia?

    • Rebecca Montagnino ha detto:

      Quello di cui parli magari è affetto da un pò di disturbo narcisistico; chi è felice per quello che ha in genere non lo palesa. Chi palesa nasconde sempre una forma di insicurezza, un bisogno di rivalsa e anche come dicevo prima di bisogno di acclamazione…per alcuni essere migliori, non migliori di se stessi che vuol dire crescere, ma I migliori è diventato un valore. Spero di averti chiarito e grazie del tuo commento stimolante

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