Impoverire la lingua è impoverire i sentimenti…

IL LEGAME PENSIERI-EMOZIONI

Per quanto generi sempre qualche enorme resistenza, è indiscutibile che il nostro stato emotivo-salvo patologie- dipenda da ciò che l’ha attivato, ovvero i nostri pensieri. Se è vero che siamo ciò che pensiamo e viviamo meglio o peggio a seconda del nostro atteggiamento mentale, c’è un modo per arrivare al bando della matassa: porre maggiore attenzione alle PAROLE che usiamo, nel modo e nei toni con cui lo facciamo.

L’ATTENZIONE ALLE PAROLE. Il il nostro linguaggio rappresenta il modo in cui processiamo il mondo, la formazione delle nostre idee e convinzioni. Le nostre parole quindi suscitano una re-azione emotiva, quindi anche endocrina nel nostro corpo Mettiamo ad esempio l’impatto che ha dentro di noi iniziare a raccontare una situazione introducendola con “il problema è…”; tale incipit direziona già la propria opinione verso qualcosa che crea difficoltà, dà un senso di disagio; al contrario sostituendo con “il fatto è” la stessa frase di colpo assume un connotato più obiettivo, stabilendo maggiore neutralità all’accaduto, che semmai verrà valutato dopo la sua esposizione sulla sua problematicità o meno. Oppure pensate all’uso degli aggettivi, a come un aggettivo possa dare una sfumatura interpretativa che la nostra mente invia provocando determinate a emozioni e trasformando il nostro stato e anche la nostra giornata; dire di una cosa che è tremenda quando è solo difficile non solo genera allarmismo, ma amplifica la visione interna dell’ostacolo. Le parole che usiamo indicano quindi dove e come noi poniamo il focus.

Per quanto possa sembrare pedante elevare la vigilanza nel nostro linguaggio è un modo per essere presenti a noi stessi; il modo in cui parliamo a noi stessi è più determinante per il benessere/malessere nella nostra vita, di quello che gli altri dicono a noi. E questo perchè, una frase detta in passato può anche averci ferito, ma per quanto sia stata ripetuta fuori, noi dentro ce la saremo ripetuta sicuramente molte più volte. Il nostro linguaggio interiore-quello con cui parliamo a noi stessi- è perciò ancora più condizionante e spesso misconosciuto.

PIU’ PAROLE PIU’ EMOZIONI. Qual’è quindi una conseguenza di conoscere ed usare più vocaboli, come quella di usarli in modo corretto? Più parole conosco più ho la possibilità di esprimermi e di esprimere ciò che penso e sento, quindi di definire me stesso. Quando trovo il termine preciso quello stato si rivela a me inconfondibile ed ha un potere enorme nel farmi sentire sollevato. Se questo vale per la propria lingua, quando si conoscono più lingue tale ricchezza si accresce. Uno stato, un sentimento, un modo di essere che non è presente nella mia lingua può esserlo in un’altra e rivelare a me stesso, la varietà del mio pensiero e la definizione di certi stati. Non a caso quando prendiamo a prestito un termine straniero per definire meglio quello che proviamo ci sentiamo sollevati, compresi a noi stessi. Ricordate a tal proposito la meravigliosa opera di Tiffany Watt Smith “The book of human emotions”, tradotto in italiano non a caso come atalante delle emozioni umane, in cui l’autrice descrive emozioni e stati d’animo che proviamo abitualmente, ma a cui nella nostra lingua non sappiamo dare un nome, mentre sono presenti e precisi in altre lingue e culture. Per noi qualcosa esiste quando le sappiamo dare un nome, quando cioè sappiamo concettualizzarla.

L’articolo sottostante mette in luce quanto l’impoverimento del linguaggio a cui stiamo assistendo, stia portando ad uno svuotamento e impoverimento dei pensieri e dei sentimenti, perchè se non sappiamo esprimere ciò che sentiamo, non ne parliamo e se smettiamo di concettualizzarla, finiamo per cancellarla.

Da decenni si sta abbassando la capacità di sentire, le emozioni divengono sempre più di difficile contatto, sovrastate da una mente razionale o a volte da cose da fare, che semplicemente hanno lo scopo di attutirle ed ovattarle. Stiamo diminuendo i tempi di attenzione leggendo meno e diventando sempre meno capaci di concentrazione; di svolgere un’ attività lenta, che richiede tempo e di rimanere nella stessa attività senza distrazione. Leggiamo di fretta e quei pochi contenuti mediatici letti con superficialità, non approfonditi non consentono un tempo successivo sufficiente per la riflessione.

E’ triste quando troviamo ad inizio di un articolo il tempo di lettura, è come se l’autore si scusasse di disturbare e spesso diviene una discriminante per non proseguire: la brevità del contenuto a discapito della qualità. Se la lettura è diventata obsoleta perchè richiede troppo tempo e troppo investimento come impegno, quando parliamo a noi stessi o agli altri, mettiamo dentro spesso eccessive informazioni. Non solo non riusciamo più a sintetizzare, ma rigiriamo il contenuto o un’idea come il cubo di Rubrik, come se aspettassimo l’ illuminazione. La nostra mente viene caricata di un esubero di dettagli; persino una ricerca su Google ha bisogno di poche parole e di parole chiave ( non a caso ricordiamo l’HIP – Human Information Processing – modello teorico proposto da Neisser, secondo cui la mente lavora come un elaboratore di informazioni ). Mettiamo talmente tante informazione che diviene difficile carpirne il senso, “appesantiamo” il programma e il consecutivo processo. Questo bisogno di farcire, anche molto tipico della nostra lingua, di abbellirla con fronzolo eleganti ma poco pratici, in realtà ne affatica la comprensione in quanto rende lento, farraginoso il sistema elaborativo; laddove occorrerebbe sfrondare per alleggerire, come si fa in natura in fondo con le piante, noi mettiamo altra roba, altri contenuti, esasperando il concetto e riempiendoci così di ansia..

Porre attenzione quindi alle parole, a come le usiamo e in quali toni, può diventare uno strumento davvero prezioso per capire come siamo, come pensiamo, cosa sentiamo e come creiamo le nostre convinzioni. Se aumentassimo la consapevolezza quando parliamo, potremmo scoprire tante cose di noi: di avere un importante alleato, quanto un inquisitore intransigente , un complice o ancora una voce, le cui parole creano certi pensieri che legano poi certi stati.

Rebecca Montagnino

l QI medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra alla fine degli anni ’90 era sempre aumentato, nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione…È l’inversione dell’effetto Flynn. Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno. Una di queste potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell’espressione. Solo un esempio: eliminare la parola “signorina” (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all’estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l’idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell – 1984; Ray Bradbury – Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole. Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto? Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.Non c’è libertà senza necessità. Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.”
Christophe Clavé
Vedete quando vi dico che il gruppo dei pari è importante?RispondiInoltra

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