C’E’ COMUNITA’….E COMUNITA’…

 

Questa è parte di una meravigliosa conferenza che Zygmunt Bauman tenne anni fà all’Auditorium di Roma (e a cui ebbi la grande fortuna di assistere):

Facebook, l’intimità e l’estimià

Lunedì 11 Aprile 2011

 

 

facebook

Facebook, l’intimità e l’estimità
di Zygmunt Bauman

Pubblichiamo qui il testo dell’intervento che Bauman ha tenuto a Roma il 9 aprile 2011 nell’ambito di  Libri come.
Dopo aver superato il suo principale concorrente MySpace, nell’aprile del 2008, Facebook è diventato il primo sito di social networking“.

Nel maggio 2010, Facebook ha attirato 130 milioni di visitatori, con un aumento di 8 milioni e 600 mila persone“.

“Fra il settembre 2006 e il settembre 2007, Facebook è passato dal 60° al 7° posto nella graduatoria dei siti Web per traffico mondiale, e attualmente occupa il 2° posto“.

Ecco gli ultimi dati sul successo fenomenale di Facebooksecondo il sito web Wikipedia, che si dice venga aggiornato di continuo. Con questa ascesa, rapida e inarrestabile come poche altre, Facebook ha distaccato di molto ogni altra novità e moda passeggera legata a Internet, e ha battuto tutti i record di crescita del numero degli utenti regolari. Altrettanto dicasi per il suo valore commerciale, che secondo “Le Monde” del 24 febbraio scorso ha ormai raggiunto la cifra inaudita di 50 miliardi di dollari. Mentre scrivo, il numero degli “utenti attivi” di Facebook ha doppiato la boa del mezzo miliardo: alcuni di essi, naturalmente, sono più attivi di altri, ma ogni giorno va su Facebook almeno la metà di tutti i suoi utenti attivi. La proprietà informa che l’utente medio di Facebook ha 130 amici (amici su Facebook), e gli utenti vi trascorrono complessivamente più di 700 miliardi di minuti al mese. Se questa cifra astronomica è troppo grande da digerire e assimilare, sarà bene far notare che, se divisa in parti uguali fra tutti gli utenti attivi di Facebook, corrisponderebbe a circa 48 minuti al giorno per ciascuno. In alternativa, potrebbe corrispondere a un totale di 16 milioni di persone che trascorrono su Facebook 7 giorni a settimana, 24 ore al giorno.

Sul sito ufficiale di Facebook i vantaggi cui si attribuisce il merito di tentare/attrarre/indurre quel mezzo miliardo di persone a trascorrere buona parte del loro tempo di veglia vagando per le sue distese virtuali sono descritti così:

In altre parole, ciò che le schiere di “utenti attivi” hanno fatto propria entusiasticamente all’atto di entrare nei ranghi degli “utenti attivi” di Facebook è la prospettiva di due cose che devono aver sognato, ma senza sapere dove cercarle e trovarle prima che l’offerta di Zuckerberg agli altri studenti di Harvard comparisse su Internet.

  1. quelle persone dovevano sentirsi troppo sole, ma per un motivo o per un altro trovavano troppo difficile sfuggire alla propria solitudine con i mezzi a loro disposizione.
  2. devono essersi sentite penosamente trascurate, prive dell’attenzione degli altri, inosservate, ignorate e variamente dirottate su un binario secondario, esiliate ed escluse, ma anche in questo caso hanno trovato troppo difficile, se non impossibile, tirarsi fuori dal loro odioso anonimato con i mezzi a loro disposizione.

“Internet non ci sottrae la nostra umanità: la rispecchia. Internet non s’insinua dentro di noi: ci mostra ciò che sta dentro di noi”.…

 

Ultimamente ho posto ai miei amici su Facebook questa domanda: “TwitterFacebookFoursquare… tutta questa roba vi fa sentire più vicini agli altri o più lontani?”. Il quesito ha suscitato una girandola di risposte, e a quanto pare ha toccato uno dei nervi scoperti della nostra generazione. Che effetti hanno Internet e i social media sulla nostra umanità? È innegabile che le interazioni digitali, viste dall’esterno, appaiano fredde e disumane. Ed è fuor di dubbio che, potendo scegliere fra abbracciare qualcuno e “pokarlo” su Facebook, penso saremmo tutti d’accordo su cosa è più piacevole. Mi sembra che il tema comune alle risposte date al mio quesito sia stato ben riassunto dal mio amico Jason quando ha scritto: “Più vicino alle persone dalle quali sono lontano”. Poi però, un minuto dopo, ha aggiunto: “Ma forse anche più lontano dalle persone che mi stanno abbastanza vicino”, e ha precisato: “Mi ero confuso”. Ed effettivamente è una cosa che confonde. Oggi viviamo in un paradosso in cui due realtà apparentemente contrastanti coesistono l’una accanto all’altra. I social media ci avvicinano e al tempo stesso ci allontanano.

Ciò che si è acquistato è una rete, non una “comunità”. E le due cose, come si scoprirà prima o poi (a condizione, naturalmente, di non dimenticare, o non mancare di imparare, che cosa sia la “comunità”, occupati come si è a crearsi reti per poi disfarle), si rassomigliano quanto il gesso e il formaggio. Appartenere a una comunità costituisce una condizione molto più sicura e affidabile, benché indubbiamente più limitante e più vincolante, che avere una rete. La comunità è qualcosa che ci osserva da presso e ci lascia poco margine di manovra: può metterci al bando e mandarci in esilio, ma non ammette dimissioni volontarie. Invece la rete può essere poco o per nulla interessata alla nostra ottemperanza alle sue norme (sempre che una rete abbia norme alle quali ottemperare, il che assai spesso non è), e quindi ci lascia molto più agio e soprattutto non ci penalizza se ne usciamo. Però sulla comunità si può contare come su un amico vero, quello che “si riconosce nel momento del bisogno”. Invece le reti esistono soprattutto per condividere momenti di svago, e la loro disponibilità a venire in nostro soccorso in caso di difficoltà non legate ai famosi “interessi condivisi” non viene quasi mai messa alla prova (e qualora lo fosse, la supererebbe ancor più raramente). La scelta, in ultima analisi, è fra sicurezza e libertà: entrambe servono ma l’una non si può avere senza sacrificare l’altra almeno in parte. Sul terreno della sicurezza, la comunità di tipo tradizionale batte di gran lunga la rete. Su quello della libertà è vero il contrario: dopotutto, per liberarsi dalla sua interferenza basta premere il tasto delete o smettere di rispondere ai messaggi.

E poi c’è un’enorme, addirittura abissale e insondabile differenza fra “abbracciare” e “pokare” qualcuno, come dice Rose: in altre parole, fra la varietà di “vicinanza” on-line e il suo prototipo off-line, fra la profondità e la superficialità, fra il calore e la freddezza, fra il sentito e il distratto… Si fa una scelta, e con ogni probabilità si continuerebbe a scegliere e difficilmente si potrebbe smettere di scegliere: ma è preferibile scegliere sapendo che cosa si sceglie, ed essere disposti a pagare il prezzo della scelta. O almeno, è quanto sembra intendere Rose. Come dargli torto?

Ebbene: quei nomi e quelle foto che gli utenti di Facebook chiamano “amici” ci sono vicini o lontani? Ultimamente, un entusiasta “utente attivo” di Facebook si vantava di riuscire a farsi 500 nuovi amici al giorno, più di quanti ne abbia acquistati io nei miei 85 anni di vita. Ma come osserva Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, “la nostra mente non è stata predisposta (dall’evoluzione) a consentirci di avere, nel nostro mondo sociale, più di un numero assai limitato di persone”. Questo numero Dunbar l’ha addirittura calcolato, scoprendo che “un essere umano non riesce a tenere in piedi più di circa 150 rapporti significativi”. Non sorprende, dunque, che questo limite imposto dall’evoluzione (biologica) l’abbia battezzato “numero di Dunbar”. Si tratta, potremmo dire, della soglia cui l’evoluzione biologica ha condotto i nostri remoti antenati per poi arrestarsi, o quanto meno rallentare bruscamente la sua corsa cedendo il passo al suo successore molto più abile, accorto e agile, ma soprattutto più ricco di risorse e meno paziente: cioè a quella che chiamiamo “evoluzione culturale”, la quale, anziché essere determinata da modifiche del patrimonio genetico, è innescata, alimentata e condizionata dagli stessi esseri umani mediante il processo di insegnamento/apprendimento.

Si noti che 150 era probabilmente il numero massimo di individui che potevano unirsi, restare insieme e collaborare proficuamente al tempo in cui si viveva di sola caccia e raccolta. Le dimensioni di un gregge proto-umano non potrebbero superare quella magica soglia senza fare appello a, o meglio senza procurarsi, forze e strumenti ben diversi dalle semplici zanne e dai semplici artigli. Senza queste altre forze e questi altri strumenti, che possiamo definire “culturali”, una vicinanza continua fra un numero maggiore di uomini sarebbe stata insostenibile, rendendo così superflua la capacità di “tenere a mente” numeri tanto grandi. “Immaginare” insiemi più numerosi di quelli accessibili ai sensi era tanto ridondante quanto inconcepibile. La mente delle persone non aveva necessità di immagazzinare ciò che i sensi non avevano la possibilità di cogliere… L’arrivo della cultura doveva forse coincidere, come effettivamente è stato, con il superamento del “numero di Dunbar”? Considerato che doppiare quel capo era il primo atto di trasgressione dei “limiti naturali” – e visto che la trasgressione di un limite, “naturale” o fissato dal soggetto, è il tratto che definisce la cultura, anzi il suo vero e proprio modo di essere – fu forse quello l’atto di nascita della cultura stessa?

Le “reti di amicizie” supportate elettronicamente promettevano di spezzare le recalcitranti limitazioni alla socievolezza fissate dal nostro patrimonio genetico. Ebbene, dice Dunbar, non le hanno spezzate e non le spezzeranno: la promessa può soltanto essere disattesa. “È vero”, ha scritto lo studioso lo scorso 25 dicembre nella sua rubrica sul New York Times, “con la propria pagina di Facebook si può fare amicizia con 500, 1000, persino 5000 persone. Ma tutte, eccetto quel nucleo di 150, non sono che semplici voyeur che mettono il naso nella tua vita quotidiana”. Tra quei mille amici su Facebook, i “rapporti significativi” – mantenuti per mezzo di un servizio elettronico oppure vissuti off-line – sono calmierati, come prima, dai limiti invalicabili del “numero di Dunbar”. Il vero servizio reso da Facebook e da altri siti “sociali” simili è dunque il mantenimento del nucleo di amici nelle condizioni del mondo attuale, un mondo ad elevata mobilità, che si muove in fretta e cambia rapidamente… Per i nostri remoti antenati la vita era facile: così come i loro congiunti, tendevano per lo più a restare fermi nello stesso luogo dalla culla alla tomba, vicinissimi gli uni agli altri, gli uni entro il raggio visivo e d’azione degli altri. Questo fondamento, per dir così, “topografico” dei legami di lungo periodo (o addirittura di tutta una vita), vulnerabile com’è alle vicissitudini delle storie di vita individuali, ha poche probabilità di apparire, e ancor meno di essere, immune al trascorrere del tempo. Oggigiorno, per nostra fortuna, disponiamo di modi per “restare in contatto” che sono pienamente e autenticamente “extraterritoriali”, quindi indipendenti dal grado e dalla frequenza della vicinanza fisica. “Facebook e altri siti di social networking” – e solo loro, sostiene Dunbar – “ci permettono di tener vivi i rapporti di amicizia che altrimenti appassiscono rapidamente”. Ma i vantaggi che offrono non finiscono qui: “Essi ci consentono di integrare le nostre reti, cosicché, invece di avere diversi sottoinsiemi di amici tutti scollegati fra loro, possiamo ricostruire – seppur virtualmente – le comunità rurali di vecchio tipo, dove tutti si conoscevano” (corsivo mio). In ogni caso, per quanto riguarda l’amicizia, Dunbar sostiene (benché non apertamente) che la tesi di Marshall McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio” è stata confutata, mentre invece l’altra sua memorabile intuizione, quella della nascita di un “villaggio globale”si è avverata. “Benché solo in modo virtuale”…

Ma la “virtualità” non è forse una differenza che fa la differenza – e anche più grande e più gravida di conseguenze per le sorti dei “rapporti significativi” di quanto Dunbar sia disposto o voglia ammettere? Vivere nelle “comunità rurali di un tempo” rendeva difficile stringere rapporti che non fossero, per così dire, già stretti “di per sé”, o più precisamente già stretti dalla circostanza di vivere nella stessa “comunità rurale”; e rendeva anche altrettanto se non più difficile disfare quei legami che non fossero già annullati e resi inoperanti dalla morte di uno o più contraenti. Invece vivere on-line rende straordinariamente facile “entrare” in un rapporto; ma agevola altrettanto l’uscita dal rapporto, e al tempo stesso rende ingannevolmente facile non accorgersi che quel “rapporto” sta perdendo di contenuto, appassisce e alla fine si dissolve per semplice incuria.

Vi sono buone ragioni per sospettare che siano state proprio queste agevolazioni ad assicurare e garantire ai siti di social networking la loro straordinaria popolarità, e a tramutare istantaneamente in un miliardario il loro commercializzatore in capo, Mark Elliot Zuckerberg. Sono state quelle agevolazioni a permettere alla moderna propensione verso tutto ciò che è comodo, conveniente e senza sforzo di raggiungere, conquistare e colonizzare finalmente la sfera dei rapporti umani, rimasta finora ostinatamente e appassionatamente indipendente. Esse hanno reso quel territorio esente, o quasi, da rischi; hanno reso impossibile, o quasi, che gli ex desiderabili si trattenessero talmente a lungo da risultare sgraditi; hanno fatto del contenimento delle perdite un compito a costo zero, o quasi. Insomma, hanno compiuto l’impresa di quadrare il cerchio, o di avere la botte piena e la moglie ubriaca: bonificando il business delle relazioni da ogni condizionamento, hanno eliminato la mosca dell’infrangibilità dalla deliziosa minestra dei rapporti umani.

 

L'arte della vita

 

 

Consumo, dunque sono

 

 

Dentro la globalizzazione

 

 

Modus vivendi

 

 

Paura liquida

 

 

La società sotto assedio

 

 

Modus vivendi

 

 

Vita liquida

 

 

Vite di scarto

 

 

Voglia di comunità

 

 

 

 

 

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *