MOVIMENTO LENTO

Perchè è scomparso il piacere della lentezza? Kundera poneva questo interrogativo alla terza pagina del suo libro. In effetti se ci pensiamo, stiamo valorizzando la velocità in ogni aspetto della vita, come se “recuperare” tempo, invece dei “perderlo”, sia sinonimo di bravura. Mangiamo di fretta, camminiamo di fretta, leggiamo di fretta, ci guardiamo di fretta, siamo sempre in preda alla fretta. Eppure un esempio nella mia vita mi ha sempre riportato al contrario, la dilatazione dell’esecuzione delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould, un pianista che dedicò molto del suo tempo a fare esattamente il contrario di quanto siamo soliti fare. https://www.thelightcanvas.com/glenn-gould-e-lenigma-delle-variazioni-goldberg/

IL GRIT? Il grit è una parola che conobbi per la prima volta l’anno scorso, durante un webinar di Massimiliano Spini. Lui da famoso atleta e coach, parlava di uno stato in cui si fondono resilienza, perseveranza, resistenza e passione. In genere questo termine viene associato al lavoro per il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine, in quanto ognuna delle parti sopraelencate è necessaria se vogliamo arrivare al nostro fine. La resilienza perchè permette di rialzarsi quando troviamo degli ostacoli, la resistenza perchè ci permette di continuare a mantenere lo sforzo in qualsiasi circostanza e quindi a non mollare; la perseveranza perchè ci aiuta a tenere, quindi ad essere tenaci ed infine la passione perchè è il fulcro o fuoco della motivazione.

Con questa premessa si ritiene che questo stato implichi il non mollare mai, in parte vero, ma altrettanto importante è il saper rallentare, talvolta frenare, di quando in quà fermarsi. Prendere un attimo di pausa, respirare ad attendere. Non a caso aspettare in spagnolo esperar ha la stessa radice di sperare, entrambi implicano non uno stato passivo, quanto una attesa/fiducia che qualcosa avvenga. A volte uso in questo senso, l’espressione fare il morto a galla; attendere che gli eventi si stabilizzino, non fare niente, placare la tempesta emotiva. Solo quando le onde si chetano, possiamo infatti vedere il fondo del mare con maggiore chiarezza.

LA CORSA E LA LENTEZZA. In realtà c’è un aspetto nella nostra attuale società performante che viene dimenticato e che rileggendo “La lentezza ” di Kundera trovo sempre affascinante sebbene poco in linea con il nostro modo di vedere: l’elogio a tutto ciò che si oppone alla corsa. Il frenare, dilatare i momenti, il sapersi fermarsi quando è necessario, la pazienza dell’attesa, il saper soffrire quando è inevitabile. Nel libro affermava: ” Il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’0blio. La nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. .. La nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità. La velocità è la forma d’estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”

In fondo non siamo forse fieri quando ci riconosciamo multitasking, per quanto la scienza abbia dimostrato che equivale a saper fare tante cose insieme senza saperne farne una in modo realmente approfondito?

Le nostre vite di “corsa” come Bauman le definiva in un piccolo e meraviglioso libro (in cui citava lo stesso Kundera), sono dedite al consumo, sono vite di rapido apprendimento e fulmineo oblio. Negli oggetti come nei rapporti, questa liquidità traspare, un bisogno e un desiderio nuovo devono sempre soppiantare quello precedente. Sono vite le nostre, pervase dalla smania di fare, fare sempre per non sentire, per non realizzare la nostra fragilità; dobbiamo continuamente superare qualche ostacolo, avere nuove sfide, porci nuovi obietti (spesso senza nemmeno saper osservare, nè tanto più apprezzare quelli raggiunti). Correre per non esser meno degli altri e per non restare indietro. Lo stare avanti è l’equivalente della gente che ha stile: ” promette appartenenza ed inclusione”

In questo consumismo totale siamo abituati a scartare, a sostituire con una velocità della luce; se abbiamo un problema, ne eliminiamo la fonte piuttosto che perdere il tempo a capire e magari ad imparare qualcosa su noi stessi. “La modernità liquida è una civiltà dell’eccesso, della ridondanza, dello spreco e dello smaltimento dei rifiuti”, afferma sempre Bauman. Quando il passato è problematico preferiamo allontanarlo, elimarlo, cancellarlo come non fosse mai esisitito invece di convivere con le sue conseguenze, che non sono forzatamente negative. Con il rischio di non imparare mai dalle esperienze, cercando di farne tesoro e di non rifare gli stessi errori. Il passato non deve mai riacchiappare l’Io in fuga, come se tra l’altro questo fosse possibile o realistico. Ma..”The past will catch you up as you run faster ..” (I Know , Placebo)

speedometer and arrow on 220 (done in 3d)

Dobbiamo correre come criceti su una ruota per mantenere un modello di efficienza, così popolare oggi. Anche se alla lunga scatena smania ed ansia. Ma ci si abitua all’ansia, diventa una compagna di vita fedele, sempre presente. Sebbene crei disagio e ci lamentiamo di avere Ansia da insoddisfazione, ansia di guardarci dentro, di guardare l’altro, la tolleriamo e ce ne abituiamo perchè è il prezzo per stare sempre “sul pezzo”.

Stiamo perdendo in tal modo come genere umano la capacità di riflettere; i pensieri veloci soppiantano e con soddisfazione stavolta, quelli lenti (Kaufman , Pensieri lenti e pensieri veloci). Eppure sappiamo che sono quelli lenti a farci riflettere, che ci riportano la memoria, come sappiamo che è solo l’introspezione a rivelarci le più grandi verità.

Conosciamo altrettanto bene che è l’approfondimento, il quale richiede tempo, a determinare la vera conoscenza; che è il tempo che dedichiamo a coltivare ciò che conta, a definirne l’importanza.

SAPERSI FERMARE non vuol dire per forza abbandonare un’impresa, vuol dire coltivare la pazienza, la lentezza, l’ascolto, il porci in prospettiva vedendo prima le conseguenze delle nostre azioni. E questo non vale solo per l’individuo, ma per l’intera collettività umana. Significa infatti pre-venire, capire in anticipo il dopo, le circostanze che provocano danni, come per l’ambiente, come le parole e i silenzi che offendono o le azioni che bruciano le risorse del nostro pianeta.

Da quanto non ci prendiamo del tempo per leggere con attenzione un libro o ci mettiamo a guardare il cielo, a camminare senza meta, a perderci senza fretta. Non era questa una delle riscoperte che la pandemia doveva farci ritrovare?

Abbiamo paura oggi dell’ozio che i romani sapevano invece essere una virtù importante perchè sviluppava la creatività, quanto i greci saggiavano attraverso esso la riflessione, coltivavando la filosofia.

A volte fermarsi non implica non riprendere più la via, ma respirare, capire se magari quell’obiettivo lo vogliamo ancora, riscoprire quanto lo vogliamo, quanto ne valga la pena, sentirlo prima che perseguirlo, non cedere alla quotidianeità dell’azione.

A volte significa riconoscere semplicemente e anche un pò banalmente, che siamo esseri umani.

Rebecca Montagnino

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4 risposte

  1. Marco Della Verde ha detto:

    Bellissimo post! La necessità di tirare il freno a mano, fermarsi e riconnettersi con ciò che è per noi importante: ricordare qual è il nostro vero obiettivo. Una bella definizione di “grit”, letterale, è l’irritante granello di sabbia che si intrufola nell’ostrica e che essa rende perla attraverso la perseveranza. Ma è una definizione che fa riflettere, perchè l’azione dell’ostrica è difensiva, un tentativo di proteggersi e rimuovere un elemento che le crea disagio. https://www.youtube.com/watch?v=7O0owN5M4D0&ab_channel=Clark

  2. fab ha detto:

    Proviamo a pensare cosa succederebbe in una società, dove appena alzati si somministrasse ad ogni individuo una dose della stessa sostanza e la somministrazione (ma sarebbe meglio dire trattamento) durasse tutta la vita.
    https://democrazia.myblog.it/la-caffeina-alla-base-di-tutto/

  3. Marco Della Verde ha detto:

    Fab, molto interessante l’articolo sul caffè! Mi ha fatto riflettere sull’influenza delle sostanze sulle nostre azioni, ma da un punto di vista un po’ differente dal tuo: a mio avviso è la dopamina la colpevole di questo bisogno di fare, e fare velocemente, e questa è un’idea contemporaneamente terrificante e incoraggiante.
    Terrificante perchè significa che il nostro cervello si è evoluto per andare veloce, per fare in continuazione, sia che si tratti di cacciare il mammuth per sfamarsi, o scrollare Tik Tok per sentirsi adeguati: la dopamina, della quale non possiamo liberarci perchè parte del nostro metabolismo, ci spinge ad agire senza riflettere, spesso sbagliando e disconnettendoci dal momento presente.
    Incoraggiante perchè proprio in quanto parte di noi, la dopamina diventa una delle poche cose che possiamo gestire: rallentare e guardarsi intorno è un’opzione che abbiamo, un obiettivo che possiamo raggiungere se scegliamo di farlo. Credo però che sia un percorso impegnativo, quello dell’autocontrollo, della gestione degli impulsi, del riscrivere la nostra mappa mentale così che le connessioni neuronali ci spingano a riflettere prima di agire, piuttosto che lasciarsi andare a comportamenti disfunzionali. E mi domando cosa posso fare per rallentare in maniera efficace, per imparare a vivere con consapevolezza, per sostituire la pessima abitudine di fare qualunque cosa ciecamente (lavorare, mangiare, conversare, amare) con la virtù dell’essere presente e connesso?

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