Io sono fatto così…

Quando diciamo io sono fatto così sappiamo davvero come siamo fatti? Molte volte definiamo un’idea che abbiamo creato nel tempo, formata da esperienze a cui abbiamo dato una lettura, lettura che essendo auto-definita per forza di cose non può essere sempre obiettiva. Siamo cresciuti così cucendoci addosso un pò della definizione data da chi e da quello che avevamo intorno, finendo con l’aderire a quell’immagine o, problema sempre più attuale, a un’Idea-le che ci piaceva di noi, aggiungendogli valori, gusti, tratti…Sono tutti realmente autentici????

E se costruita tale identità a cui ci siamo convinti di voler somigliare e di esserlo di conseguenza, il bisogno di approvazione ce l’avessimo anche e ancor pima verso noi stessi che con gli altri? Avremmo perso in tal modo l’opportunità di essere noi stessi, il miglior ritratto che abbiamo della nostra peculiare identità. Situazione frequente oggi, ma che si può recuperare, se non si ha paura di abbandonare il personaggio, per essere semplicemente noi stessi …

Quello che accade nel frattempo che ci mettiamo in discussione e ne prendiamo atto, è che cerchiamo di assomigliare il più possibile a quell’idea, come facciamo inconsapevolmente mettendo foto, post per creare il nostro profilo su un social. Come ci siamo abituati a scambiare il web con noi stessi, inventiamo un personaggio, inizialmente per piacere agli altri, ma forse in primis per piacere a noi; diventiamo fedeli a quell’ideale e infedeli così a alla nostra vera natura. Finiamo con il passare il tempo ed usare la nostra energia per rincorrere affannosamente quell’immagine, come Dorian Gray, disposti a tutto pur di aderirvi il meglio possibile e di avvicinarci sempre di più. Smettiamo d ascoltarci, di contattarci e intanto le nostre vere opinioni, le nostre reali emozioni, i nostri bisogni autentici vengono dismessi come abiti non adatti. Creiamo un vestito per ogni occasione, un ruolo, una facciata e un’identità per ogni ambiente costruito ad hoc .

Questo processo avviene in modo inconsapevole quando siamo bambini per farci accettare meglio da chi ci sta intorno, con gli anni i nostri bisogni si spostano sul piano sociale e la personalità che ci piace e che riteniamo più apprezzabile si sostituisce sempre più a chi siamo davvero.

Questo spiega il conflitto latente dentro di noi; quell’Io che in qualche modo urla attraverso malesseri fisici, ansia, attacchi di panico, disturbi psicologici, per poter venire fuori e buttar via tutto ciò che ha addosso ma non gli appartiene. Ci allontaniamo dalle parole che ci sussurra la pancia, ci riempiamo di cose da fare, per poterci stordire e smettere così di sentire. Un conflitto quindi che abbiamo con noi ancora prima che con gli altri, perchè siamo noi che ci giudichiamo e che vogliamo essere altro da quello che siamo.

Se provassimo invece ad ascoltare quel conflitto, se lo accettassimo, piuttosto che lottarci contro, ci direbbe che stressarci ad essere chi non siamo non serve, anzi magari impiegheremmo quel tempo ed energia di norma utilizzati a mantenere un personaggio, per capire invece la nostra vera natura, piuttosto che ad andare avanti fingendo di essere altro.

Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo” Giacomo Leopardi

Probabilmente rischiando per un attimo di rallentare, o anche di fermarci, quel frastuono di cose intorno con cui ci siamo descritti e tappezzati svanirebbe, lasciando a quel punto la parte migliore di noi, quella per cui siamo nati, con i suoi limiti e i suoi punti di forza. Spesso infatti quell’immagine ci porta a soddisfare doverizzazioni estenuanti su come dovremmo essere, assolutismi soffocanti, anche quando la riprova della nostra vera natura ci mostra il contrario, anche quando i nostri bisogni ci indicano ripetutamente che non stiamo bene in quelle vesti, che quelle vesti non sono della nostra taglia. Ci obblighiamo e ne soffriamo, chiediamo a noi stessi di saper nuotare, quando non siamo pesci, ma animali da foresta. E quando dopo sforzi massacranti ci sentiamo prossimi a quell’idea, ci sentiamo appagati, soddisfatti dall’aver nutrito una compulsione, ci diciamo “bravo” e quel bravo diventa una forma di droga che ci appaga e ci porta cercare di consumarne ancora subito dopo.

Certe volte non mi sento una persona. Non sono che un insieme di idee di altra gente.” David Bowie

E ‘ bello e stimolante giocare con l’identità…mascherarsi a carnevale, recitare a teatro, tirando altre parti di noi fuori nel mondo, è come visitare luoghi nuovi, “SE” viene fatto in modo consapevole …se siamo coscienti che è un gioco e non siamo schiavi delle convinzioni create.

Tante volte mi sembra perciò che il bisogno di accettazione ce l’abbiamo con noi stessi, un bisogno anche spasmodico e narcisistico di aderire a un’idea che abbiamo di perfezione, adeguatezza, piacevolezza, comodità, a cui appiccichiamo valori, sentimenti, gusti, come tessere di un puzzle che abbiamo eletto come obiettivo. Così come si crea un profilo social, si modella il corpo tra chirurgia estetica, sforzi fisici, perchè crediamo che il risultato ci farà sentire felici, sicuri, accettati, lo stesso avviene al nostro interno, alla nostra identità. Ci convinciamo di essere in un modo e quando non combacia, non è in sintonia, non si concretizza, non riusciamo ad accettarlo.

Io sono fatto così..magari iniziamo con il dire credo, di essere fatto così…

Rebecca Montagnino

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