GASLIGHTING.

Non si sceglie di avere una persona accanto per peggiorare la propria vita, ma per migliorarla. E se l’amore non porta a questo, o non è amore o è un amore malato ” Osho

Da qualche tempo stavo riflettendo su come sia cambiato il modo per incontrarsi: se un tempo avveniva per caso, per un mix di sensazioni, impressioni fisiche, toni di voce, ferormoni in azione, i social hanno creato una sorta di ricerca di un/una partner alla “postal market”: una vetrina in cui foto di prodotti vengono scelti in base ai requisiti presentati e che più o meno soddisfano quelli richiesti. Rapporti che considerata la loro origine, hanno già pre-annunciato il loro decorso e la loro unhappy ending. Consumato o spesso solo assaggiato il prodotto infatti, si passa ad altro; in questo modello in cui il desiderio vista la velocità di soddisfazione si esaurisce prima di nascere, la relazione affettiva idealizzata diviene appunto merce di consumo (pertanto risponde all’uso e getta di un oggetto), come la definiva Bauman in “Amore liquido”.

Da dove viene questo bisogno spasmodico di farsi scegliere come un prodotto da catalogo, senza aspettare che l’incontro avvenga con la magia dell’inatteso, di sguardi o di progressivi avvicinamenti? Da dove arriva questa compulsione all’attaccamento a tutti i costi, con tutto ciò che capita? Da un lato credo dal disegno di un futuro eccessivamente romanticizzato- che oggi meno che mai non combacia con il presente- dall’altro lato dal terrore/ incapacità di stare da soli. Questa temuta solitudine altera la percezione dell’altro, lo colora dove ci sono vuoti e lo trasforma a seconda delle proprie esigenze interiori, senza prestare ascolto ed osservare chi sia davvero o senza chiederci cosa cerchiamo in una relazione. L’acchiappare subito l’oggetto in saldo sappiamo spesso comporta errori di valutazione e ripensamenti a medio termine, talvolta anche a breve. L’investimento però è stato fatto e senza c’è di nuovo il terrore del vuoto ad attenderci…Per cui laddove un ripensamento sarebbe più opportuno, specie nei casi in cui la relazione si dimostra non sana, si usano invece tutte le energie per mantenerla.

Il problema è che spesso non ci si ferma a semplici perdite di tempo, a relazioni infruttuose, ripetute, che rischiano di distruggere la nostra voglia di affettività, ma anche di infilarci in situazioni pericolose per la nostra salute psicofisica: situazioni che non vogliamo riconoscere dapprima, ma non vogliamo affrontare nemmeno dopo, in quanto richiederebbero un ritorno alla sempre angosciata solitudine. Questa droga è pericolosa perchè abbassa tanto le capacità di valutazione. quanto quelle di difesa. Il gaslighting di cui allego il link spiega queste relazioni tossiche, in cui chi soffre di personalità dipendente ha più probabilità di cadere.

Che sia un narcisista distruttivo, un killer emotivo, un parassita affettivo, una sorta di Barbablù che nasconde dietro la porta una sfilza di relazioni simili, la cronaca continua a riportarci tristemente storie di questo tipo. Basta vedere la filmografia degli ultimi anni (L’amore sbagliato, Le viol, Il mio re) quanto abbondi di storie di abuso di genere, dove la violenza verbale, o quella psicologica fino a quella fisica evidenziano le personalità di entrambi gli attori della scena. Le vittime se tali sono, si lasciano predare anche quando il loro entourage le mette in guardia, cercando di aprire loro gli occhi sulle relazioni annichilenti che stanno vivendo. Questi richiami non vengono ascoltati in genere, anzi vengono piuttosto evitate le persone che cercano di aiutare, perchè “scomode”: per il carnefice che rischia di essere smascherato, ma anche per la vittima che rischia di prendere consapevolezza e doverlo lasciare. Le vittime sempre, alternano fasi di debole reattività a nuovi perdite di coscienza, in cui i carnefici possono fare quello che vogliono di loro. Il gaslighting prende il nome proprio da un film e spiega un fenomeno per cui la vittima viene manipolata al fine di farle dubitare di quale sia la realtà e dubitare quindi della sua sanità mentale. Questo effetto di destabilizzazione l’annienta, oltre a non credere in se stessa, si attacca sempre più fortemente a colui che legge la realtà al posto suo e apparentemente la guida dove si sente persa e dove sente smarrita la sua capacità di giudizio. Il suo affidarsi arrendevole inoltre ha anche lo scopo di non creare conflitto, evitare la collera o gli insulti a cui si è lentamente abituata.

La piéce teatrale di cui ha origine il tema, risale al 1938 da parte di Patrick Hamilton da cui sono seguiti successivi numerosi arrangiamenti (In Italia il titolo dell’opera è Angoscia o ricordiamo il film di Hitchcock più conosciuto Rebecca la prima moglie che riprende sempre l’argomento del gaslighting). Narra la storia di un uomo che per creare quest’effetto di annebbiamento, affievolisce materialmente le luci delle lampade a gas, da cui prende il nome la situazione psicologica. La donna si accorge dei cambiamenti ma viene smentita dall’uomo che installa pian piano il dubbio sulla sua lucidità.

Questa progressiva perdita di contatto con la realtà si accompagna a denigrazione, tentativi sempre più forti di manipolazione, scoppi di rabbia, limitazioni della sua libertà. I sentimenti che legano la vittima al suo artefice sono i sensi di colpa di aver “sbagliato” o di essere sbagliata; è lei la causa della sua furia o della sua gelosia immotivata. Gli insulti continui, le mortificazioni, talvolta anche la violenza verbale e fisica vengono così giustificate, distruggendo l’autostima, facendo crollare il senso di sicurezza di sè. Si alternano a queste fasi di riappacificazione quando la vittima si pone in una situazione di abnegazione e devozione ancora più forte o quando raramente il partner realizza la gravità dei suoi comportamenti o tenta piuttosto di riavvicinare la partner quando prova ad allontanarsi.

Cosa fa quindi la donna imprigionata in una relazione di questo tipo?Smette di essere sè stessa, si veste come dice lui, non si trucca, non parla con nessuno, perde i suoi interessi, diviene una casalinga impeccabile. Va ricordato che come per il narcisista spesso non si tratta di manipolatori riconoscibili al primo impatto, il loro atteggiamento si palesa una volta ottenuta al fidelizzazione della vittima: si presentano all’inizio affascinanti, attenti, delicati, stimolanti, affettuosi, bravi ragazzi. L’incarnazione perfetta del principe azzurro.

Spesso il vuoto interiore delle vittime, proviene da legami primari non soddisfacenti, la cui carenza è stata già giustificata nel passato. Il bambino soprattutto allora, preferiva accusare sè stesso o trovare ragionevole il loro comportamento anaffettivo o ambiguo dei genitori. Tale vuoto porta alla ricerca di protezione piuttosto che di accudimento, per mantenere il sostegno e per paura di venirne abbandonati delle quali si accusa se stessi. Si cerca continuamente la condivisione, la simbiosi anche negli anni, spostando tale ricerca su un partner. Pertanto chi ha subito un’infanzia in cui i legami erano ambivalenti e porta con sè le ferite di problemi affettivi irrisolti, è più incline a ritrovarsi in queste situazioni. Mancando di modelli affettivi di riferimento sani, non comprende l’abuso, anzi si sente attirato dalle stesse dinamiche che gli sono “famigliari”. Sotto ho quindi allegato un altro link per chi volesse approfondire l’origine del problema.

Come sempre le radici affondano nel passato, per quanto la paura e la stigma della solitudine siano un problema odierno. Entrambi se unite aumentano le probabilità di venire manipolati da adulti senza che venga avvisato il minimo pericolo.

Forse accanto ai centri e alle iniziative istituzionali e legali per risolvere dopo, una sensibilizzazione maggiore nell’educazione femminile ancora troppo rivolta all’accondiscendenza e una serie di convinzioni che rendono la solitudine simile ad una malattia andrebbero riconsiderate, per evitare che questo genere di fenomeni sia così diffuso nella nostra società. Un Io quando diventa integrato e solido non teme di cadere a pezzi o di frammentarsi e non ha “bisogno” dell’altro. Ne prova il piacere ma non la dipendenza.

Finchè la solitudine sarà temuta, la fragilità della dipendenza non potrà che restare tale. E quando siamo dipendenti, siamo in balia di qualsiasi cosa, perchè siamo convinti che quella sensazione di solitudine che provavamo da piccoli, sia ancora oggi così insopportabile.

Rebecca Montagnino

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