Sapete riconoscere le vostre emozioni?

Non avere parole per descrivere i sentimenti, significa non potersi appropriare di essi” Daniel Goleman

Ho trovato questo video mentre giravo alla ricerca di qualcosa che fosse riassuntivo sul concetto di intelligenza emotiva e ritengo che questo lo sia nei suoi vari aspetti. Ho pensato di iniziare così un ciclo di post sull’argomento, sempre attuale e sempre necessario di revisioni, specie in un’ era come la nostra, in cui l’ascolto delle emozioni è così nebuloso e difficile.

Intanto ricordiamo che le emozioni basiche sono universalmente considerate sei (lo avrete visto anche in Inside out): la gioia-la paura-la rabbia-la sorpresa-il disgusto-la tristezza, ognuna delle quali svolge una funzione per la nostra sopravvivenza. Come afferma Daniel Goleman autore del libro Intelligenza emotiva e della teoria ad esso collegata, “ tutte le emozioni sono essenzialmente impulsi ad agire, piani di azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita. La radice stessa della parola e-mozione viene dal verbo latino Moveo, muovere, con l’aggiunta del prefisso e- (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire”.

Come abbiamo visto nel video. l’intelligenza emotiva si suddivide in cinque aspetti principali:

-conoscenza delle proprie emozioni/autoconsapevolezza, ovvero la capacità di riconoscere un sentimento nel momento stesso in cui si presenta

  • controllo delle emozioni – intesa come la capacità di gestire, controllare le emozioni ed uscire il prima possibile da stati emotivi negativi
  • motivazione di se stessi; il controllo emotivo inteso come capacità di ritardare la gratificazione e di reprimere gli impulsi, fondamentale per il raggiungimento dei nostri obiettivi
  • riconoscimento delle emozioni altrui
  • gestione delle relazioni

Nonostante siano chiaramente tutti aspetti importanti e fondamentali, mi soffermerò soprattutto sul primo, vuoi perchè se assente il primo difficilmente posso raggiungere gli altri, vuoi perchè è dal riconoscimento del primo che vengono determinati i successivi. Se infatti ho difficoltà a riconoscere le mie emozioni, con quale grado di precisione posso arrivare a riconoscere quelle altrui? Se non riconosco le mie emozioni non posso certo gestirle, meno ancora posso gestire in modo accurato quelle altrui (il che se vi è capitato quindi, può essere dovuto ad un caso fortuito. Spesso sento dire che “non so gestire le mie emozioni ma sono bravissimo con quelle altrui”…dubitatene). In genere il buon senso può essere d’aiuto e se siete riusciti una volta, non è detto che ci riusciate sempre, soprattutto nel modo migliore. L’autoconsapevolezza di cui parlavamo sopra è l’abilità di riconoscere i propri stati d’animo e i pensieri a loro conseguenti, senza criticarli o valutarli, semplicemente accettandoli (fondamento tra l’altro della mindful); solo se riconosco uno stato mentale negativo, perciò me ne posso liberare…altrimenti mi sembra un pò improbabile che ciò avvenga. Quando le nostre emozioni non vengono differenziate nel giusto modo, sia da un punto di vista somatico che interiore, si rischia di commettere errori di valutazione nel riconoscere quelle altrui, attraverso processi come la generalizzazione, la proiezione, l’identificazione, che generano facilmente un’incomprensione in quanto appartengono al nostro vissuto, anche con una valutazione errata, ma non all’Altro.

Generalmente chi è autoconsapevole ha un buon equilibrio emotivo, riconosce i propri limiti e sa quali sono le sue risorse, è introspettivo e riesce a liberarsi di uno stato negativo con maggiore velocità (resilienza). L’accettazione non significa però solo accettare di stare male, significa cercare di modificarle quello stato, non è quindi intesa come pura rassegnazione. Lo spettro di consapevolezza inoltre cambia da persona a persona, per cui per alcuni è più forte, mentre per altri è tenue, fino ad arrivare al punto dell’alessitimia, incapacità di esprimere gli stati emotivi. Molto spesso anche un disagio fisico può avere un’origine psicologica, ma non viene percepito come tale proprio per la mancata autoconsapevolezza.

Cosa rischiamo quindi se non siamo in grado di riconoscere le nostre emozioni? Mi accade di frequente di sentir dire dai pazienti, che vorrebbero non essere autoconsapevoli per non soffrire. Il problema è che il congelamento emotivo inibisce ogni contatto con ogni tipo di emozioni, in caso quindi si escluderebbe la possibilità di sentire il piacere, apprezzare le cose belle, sentirsi felici. Cosa ancora più grave considerato che le emozioni sono anche dei segnalatori per poter prendere giuste decisioni, non provando rabbia o disgusto, saremmo esposti ad ogni tipo di pericolo e avremmo difficoltà a scegliere in varie situazioni. I marker somatici, quei segnali inviati dal cervello limbico sono infatti impulsi viscerali che ci danno indicazioni preziose su un potenziale pericolo, o su cosa ci dà più un senso di rassicurazione. I processi decisionali dipendono dunque moltissimo dalle segnalazioni emotive piccole o grandi che siano.

Acquisire autoconsapevolezza è uno degli scopi della psicoterapia, qualsiasi problema abbia il paziente. Grazie a Freud e alle ricerche successive che hanno confermato la validità della sua teoria, gran parte delle nostre emozioni sono inconsce o anche provocate da condizionamenti: un’emozione quindi sorge prima che un individuo se ne accorga, specie se non è allenato al suo riconoscimento. Il lavoro terapeutico di qualunque approccio provenga, richiama perciò l’attenzione del paziente sul suo stato emotivo e sull’espressione delle sue emozioni per potersi connettere.

La temperanza, come la definisce Goleman, è esattamente la capacità di frenare gli impulsi emotivi, in caso contrario e suppongo che molti tra voi ne hanno fatto pratica, siamo schiavi delle passioni, nel senso che siamo dominati dalle nostre emozioni che definiamo incontrollabili. Sappiamo come essere preda delle tempeste emotive sia causa di malessere interiore e di conflitti relazionali, quanto di stati fisici maladattivi. Se ne avete memoria, uno stato estremo non provoca solo un fastidio fisico al momento destabilizzandoci, ma se si protrae nel tempo (ovvero la nostra resilienza è bassa), può veramente intossicarci e a lungo termine impattare con la nostra salute fisica. Perciò l’equilibrio inteso come temperanza non è la mancanza di emozioni anche negative, ma la loro gestione ed espulsione. Pensiamo ad esempio a quando abbiamo protratto una relazione tossica o un lavoro non soddisfacente, a quando abbiamo vissuto un lutto o una perdita, la nostra salute non ne ha risentito a lungo andare?Gli eventi della vita non sono sempre positivi e non possiamo pretendere di fuggirli o sperare ancora che non ci tocchino; provocheranno inevitabilmente sofferenza emotiva, ma se sappiamo entrarci in contatto, sapremo anche come combatterla.

Rimurginare su una situazione in cui ci sentiamo bloccati oltre che a farci soffrire ed entrare in crisi, crea uno stato per cui tendiamo a vedere presentarsi tale condizione ancor prima che avvenga realmente o a leggerla in seguito nel medesimo modo.
A questo punto i sentimenti negativi diventano incontrollabili e ci inondano; ritrovare la lucidità per analizzare la situazione obiettivamente è quasi impossibile. Pensiamo che anticipare un vissuto emotivamente negativo, possa in qualche modo alleviarlo nel caso si presenti. Questa convinzione scatena invece un sequestro emozionale e mettiamo in difficoltà il sistema d’allarme neuronale. Emotivamente già ce la stiamo procurando e vivendo, più volte ancora di quanto magari accadrebbe realmente. O ci rappresentiamo una situazione dolorosa già accaduta a ripetizione, questo non serve ad analizzarla ma solo a ripetere di nuovo lo schema di emozioni che ci ha fatto soffrire, rafforzandolo sempre più come nel caso precedente. E’ un meccanismo quasi automatico, ma allenarsi all’autoconsapevolezza, consente di limitarne i danni o ancora meglio a bloccarlo. Permette di riconoscere schemi ed emozioni maladattive, frenandole e permettendoci di autocontrollarci invece di cedere all’impulso ad agire, rallentando la velocità di reazione neuronale. Se ci alleniamo costantemente, questo ci porta nel tempo a far si che resilienza e autoconsapevolezza si attivino automaticamente, senza doverci sforzare di calmarci o regolarci. La nostra mente e il nostro corpo hanno ora imparato una nuova modalità di risposta.

Avere un buona igiene emotiva è perciò molto importante perchè oltre a tutti gli aspetti elencati, crea un’attitudine mentale, ovvero un atteggiamento di risposta più aperto e flessibile; se indugiamo in uno stato come la preoccupazione ad esempio, il risultato può essere quello di cronicizzare e rendere stabile questo stato…a noi la scelta quindi!!!!

Rebecca Montagnino

BIBLIOGRAFIA:

Intelligenza emotiva-D.Goleman

Il cervello emozionale J.Ledoux

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