SCHIAVI DEL TELEFONO

A quanti di voi è capitato, anche solo per un attimo, di sentirsi schiavi o schiavizzati dal telefono? A quanti è capitato di dover rispondere a quella sfilza insulsa di auguri ferragostani tanto per non essere maleducati o “solitamente” polemici? Avete mai pensato durante le vacanze che quest ‘aggeggio infernale non ti permette mai di estraniarti davvero e di essere lontano realmente?

Io penso spesso, anche nella quotidianeità, a quanto tempo mi ruba e sono sempre più in dubbio sul fatto che gli smartphone abbiano migliorato la vita. A incentivare le mie riflessioni è stata anche la lettura dell’intelligente e brillante “Divorziare con stile” di Diego De Silva,  che oltre ad essere un’opera bella e godibile, provoca come sempre l’autore sa fare, riflessioni non stereotipate. Provvedo subito a riportare alcuni passaggi in cui, come me, si interroga sulla coercizione dei suddetti.

Quando come adesso realizzo quanto sia ammaestrato dal telefonino, che è diventato per me una specie di psicoregolatore per cui mi angoscio o mi calmo a seconda che lui mi convochi o taccia (credo sia legato alla vigilanza che il cellulare svolge sulla mia persona, il senso di scarcerazione che provo a fine giornata quando lo spengo), e riconosco negli altri i sintomi della stessa sottomissione, mi chiedo qual’è stato il momento (perchè c’è stato ) in cui abbiamo finto di non capire che stavamo acquisendo una dipendenza e ci siamo lasciati andare infilandoci un padrone nel taschino.”

Ancora sui benedetti messaggini…specie su quelli vocali  : ” I messaggi vocali mi fanno venire il nervoso, dal momento che quelli che li mandano se la prendono sempre con comodissima prima di venire al punto, facendo lunghe premesse e andando fuori tema con gusto, roba che tre minuti sembrano trenta, infatti a un tratto ti viene naturale interloquire (ndr , specie se come nel mio ascolto l’ascolto si blocca di continuo) ..il messaggio vocale assolve dall’onere della sintesi: in pratica ruba il tuo tempo. Ecco perchè i messaggi vocali mandano in bestia così tanta gente non collerica… Il fatto è che la tecnologia non ha solo agevolato la comunicazione, perchè l’ha anche colpevolizzata, perchè ha inibito ogni forma di latitanza. Oggi non puoi non rispondere, non sapere, negare di aver ricevuto un messaggio o sostenere di non averlo letto, perchè adesso si vede anche quello. La tecnologia non ammette ignoranza . Basta essere raggiunti per essere interpellati, e non è possibile sottrarsi all’appello, a meno di praticare il silenzio-dissenso, dunque rendere implicitamente chiaro che non hai intenzione di rispondere e a farti la nomea di antipatico. Nel mondo tecnologicamente evoluto non puoi mancare, devi esserci per forza. Hanno abolito l’assenza”

Vi ritrovate? Tutto ciò credo appartenga a molti; questo bisogno di essere contattato per sentirsi considerato o questa compulsione insaziabile, bulimica, di condividere tutto, senza mai sapersi  contenere o semplicemente senza attivare la remota capacità di riflessione interiore (che non richiede pertanto il contatto con nessuno, se non tranne con se stessi. Lo scrivo per chi l’avesse dimenticato…).  La voracità dell’uso degli smartphone  ha perciò grandiosamente  contribuito all’utopica convinzione, per cui siamo tutti degni di ammirazione e che le cose che facciamo hanno sicuramente una rilevanza storica. Forse è il bisogno di protagonismo, insito più o meno in tutti gli umani, ad essere passato a far parte dei must.

Colpevolizzati perciò se non rispondiamo subito o in modo smart, ovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo; mittenti di  cuoricini a valanga, per confermare quanto, ma quanto,  teniamo al nostro interlocutore. Perchè l’altro ci rimane male se non assolviamo al nostro compito con questi corollari,  mentre se ci comportiamo in modo disdicevole nella vita reale, va tutto bene. On line oggi avviene tutto, anzi se non avviene lì non è mai accaduto: incontri, creazione di relazioni o tresche, abbandoni, separazioni, litigi, a qualsiasi età, averlo scritto su whatsapp ha più valore di una super Pec.  Per contro il prodotto è talmente e velocemente fruibile, che non richiede una sana intermediazione mentale.

Se da un lato preme per  farci essere sempre “sul pezzo” seduta stante, dall’altro ci spinge a non vivere il presente. A parte, non so chi l’ha notato, che in posti fotografabili è impossibile camminare ormai, bisogna praticare una sorta di slalom olimpionico, tra smartphone o tablet puntati ovunque, ce ne sono migliaia che fotografano tutto. Fotografano e passano, come se l’abilità di osservare dal vivo fosse persa.  Quel paesaggio andrà rivisto dopo, comodamente seduti ….ma l’attimo è passato. Solo che da seduti è più facile postare o invadere le app altrui, quegli altri che a quel punto debbono essere chiamati in causa pere rendere il tutto realizzato.  Quel momento, quell’angolo, quel particolare è si stampato sulla nostra scheda telefonica, ma non nella nostra memoria. Per questo smarrire il telefono equivale a perdere parte della nostra vita, la memoria non è più nella nostra testa, ma su uno schermo. Soprattutto gli odori, i profumi tipici di ogni posto, come li imprimiamo in una foto? E le sensazioni? Inoltre se un tempo le foto erano un sorta di cartolina che mandavamo per coinvolgere l’emissario, attualmente è per esporre la nostra faccia in primo piano che sia davanti un quadro, davanti al mare, anzi spesso a coprire tramonti o scorci artistici  imponendo sempre e  ovunque il proprio selfie. E soprattutto per postarlo il prima possibile, nell’attesa dei like, senza i quali la foto diventa vana….Ovvero: la proliferazione del bisogno di sentirsi importanti-protagonisti-performativi. Un pò star, un pò originali, piuttosto che presenti ovunque. Viviamo così creando un’immagine, quella di cui gli altri parleranno…sotto sotto mi domando, sappiamo ancora cosa siamo invece?

L’esempio ottimale è ai concerti. Dove un tempo le persone erano coinvolte e  creavano il coinvolgimento della band (ballando e cantando, per chi l’ha dimenticato), la quale a sua volta  ridava  l’energia al pubblico. Si  accendeva  così un circolo di euforia, motivo per il quale ci si divertiva.  Oggi sono tutti davanti al loro piccolo schermo ( se sgomitano per stare il più vicino al palco non è per sentirsi più partecipi, è per fare delle riprese migliori da postare subito su fb). Infastidiscono così coloro che vorrebbero-paradossalmente- usufruire del loro biglietto e immergersi nella musica, stare dentro ciò che accade; chissà se  sanno che l’audio e l’immagine  in genere sono  migliori dal vivo,  invece che a casa replicate dallo smartphone. Solo che così possono certificare la loro presenza-cosa più importante- e al limite, spargere la notifica  tra amici per evidenziare che loro, si che  c’erano. Mi verrebbe da chiederli dove, quando? La memoria si crea laddove c’è consapevolezza, non è nel replay dell’attimo fuggito. Per avere un ricordo basta una foto, non serve il dvd completo del concerto che distoglie dalla magia del live, trovo persino sia un atto di maleducazione per chi si trova davanti e  canta per le persone ( santifico   quei gruppi che compiono una campagna anti Iphone durante i concerti).

A questo punto vorrei far notare che  in alcuni paesi usano lo smartphone, se intelligente deve essere, anche per prendere mezzi pubblici, pagare parcheggi, fare la spesa, insomma per ottimizzare la vita, cercare informazioni, leggere libri o notizie. Non solo, ho visto persino parchi in alcuni posti dove ci sono sedie su cui la gente siede e non prende quell’arma in mano!!!! Semmai legge o contempla…incredibile, vero?

Non so se mai torneremo ad un uso migliore di quest’apparecchio che al momento mi sembra  sia riuscito solo a schiavizzare il nostro tempo. Sarebbe quantomeno utile riflettere su come lo usiamo, su quanto lo usiamo, su quanto risponda alla nostra necessità narcisistica di considerazione.  Prendere coscienza insomma che la dipendenza, vuoi o non vuoi, ce l’abbiamo già.

 

Rebecca Montagnino

 

 

Un pensiero su “SCHIAVI DEL TELEFONO

  1. Sacrosante parole! Mi viene da pensare alla quantità di persone che hanno il coraggio di buttarsi da un ponte con l’elastico, di saltare da un balcone o da un tetto all’altro, di togliersi al momento giusto dai binari mentre sopraggiunge il treno, di bere fino ad ubriacarsi e poi mettersi alla guida con l’unico scopo di riprendersi o farsi riprendere, tutto in nome del dio social. In quanti invece abbiamo il coraggio di spengerlo soltanto per un giorno?

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