THE DARK SIDE OF THE MOON

Può la bontà  essere ingannevole?

Abbiamo parlato spesso, soprattutto in merito al narcisismo, di come l’aspetto gentile e servizievole possa  nascondere in realtà un bisogno di approvazione altissimo. Probabilmente in molti si saranno accorti di questo a loro spese. Abbiamo anche parlato in altri momenti di come siamo eccessivamente indulgenti verso certe situazioni e  persone, constatando alla fine che anche lì il conto da pagare   è sempre  molto alto.

Combinate i due aspetti e quello di cui andiamo ad occuparci oggi comprende  entrambi le parti in un’unica dinamica. Tutti noi apprezziamo la bontà d’animo altrui e tendiamo ad abbassare le nostre difese o valutazioni, una volta che decidiamo di mettere qualcuno dalla parte dei “buoni”. Ricordo  in proposito una frase di De Botton secondo cui vorremo, incontrato qualcuno, stabilire una volta per tutte se posizionarlo nella parte della lavagna dei buoni o dei cattivi. Purtroppo non è così semplice, la verità è molto più sottile ed è difficile conoscere davvero bene gli altri, soprattutto se guardiamo con lenti opache.

Quanto siamo disposti ad indulgere difronte la bontà o meglio al buonismo, quanto ci inibisce dall’alzare la testa e porre obiezioni   solo perchè siamo grati, legati, condizionati, dipendenti? Lo facciamo spesso; sentiamo odore di bruciato ma non vogliamo andare oltre, dicendoci che l’altro è buono e con questo mettiamo da parte le perplessità, provando persino sentimenti di colpa nell’averlo pensato. Oppure incapaci di distaccarci anche solo di un passo, accettiamo tutto in nome della bontà/ buonismo. Forse perchè l’affettività, ma anche semplicemente la gentilezza, ci è mancata nel passato, siamo disposti a pagarla cara. O forse perchè  anche il solo mettere in discussione certi affetti ci spaventa, legati come lo eravamo da piccoli, dal bisogno degli  altri. In ogni caso lasciamo che le cose accadano passivamente, in fondo non è forse la paura della verità  che ci impedisce di scavare oltre nel mondo della consapevolezza?

Può sembrare cinico riflettere sull’Ombra della bontà, ma va fatto. Un pò alla Dr.House, dire che i deboli mentono ci viene difficile, quasi impossibile. Fingono, si mostrano tali per avere l’accettazione e non subire la disapprovazione, lo fanno inconsapevolmente forse ma lo fanno, risulta così più digeribile? Eppure se provate per un attimo a considerare situazioni intorno a voi, vi renderete conto quanto sia tristemente vero. Se qualcuno ci fa del bene (ditelo a chi subisce violenza ma riesce sempre a giustificare l’aggressore esaltandone gli aspetti positivi), siamo capaci di rinnegare quello che ci fa male, ci innervosisce, non ci piace, è irrispettoso e  anzi spesso sa di ipocrita,  partecipiamo invece  a questa recita, reagendo a nostra volta con finzione.’

Tra le varie cause  citate prima, rientra anche la parte biologica; i cuccioli sono tutti di aspetto gentile, mite, affinchè non subiscano l’attacco di un predatore. Il loro aspetto serve proprio a creare un effetto calmante/inibitore rispetto l’aggressione che potrebbero subire. Lo stesso fascino lo proviamo noi umani, impedendoci di provare sentimenti disturbanti verso l’immagine di chi si pone in modo gentile ( o debole?). Entriamo in un conflitto interiore ed oscilliamo dalla passività all’aggressività, non trovando la forza di esprimere l’assertività ( o mancandone). Così proteggiamo l’altro dalla sua debolezza e procrastiniamo all’infinito un gioco di falsi sè.

Spesso  la bontà o il buonismo è una forma per nascondere la debolezza o  la passività;  il non schierarsi o prendere posizione cela la paura di mostrarsi per quello che si è, così da non far mai arrivare ciò che potrebbe non essere apprezzabile. Dietro questo tipo di  bontà/ debolezza così può camuffarsi di tutto, in fondo non conosciamo mai chi non si espone mai; non obiettare conduce poi  al leggittimare. Non capiamo quindi che spesso questa è una forma di deresponsabilizzazione di chi l’agisce: essere deboli diventa un pretesto per non rischiare o esporsi mai, mandando avanti gli altri. Non esprimere mai giudizi negativi o sentimenti ritenuti impropri non è quindi sempre  dominio della bontà, ma  è la manifestazione coartata del passivo-aggressivo, che evita così prese di posizione e conseguenti conflitti che potrebbero derivarne. L’assenza di schieramento come la  presenza di scuse eccessive, gentilezze costanti, oltre  a suonare poco autentiche umanamente parlando, possono perciò essere segnali di personalità deboli, attente a fare buona impressione e  dunque dipendenti degli altri. L’essere servizievoli e manierosi diventa perciò anche   indice di chi teme di mostrare chi è. Non a caso poi queste personalità perdono il controllo ed esplodono in attacchi di rabbia fuori controllo e incontenibile: solo la rabbia permette loro di affermarsi.

Quello che prova chi si relaziona con persone passive è un sentimento prima di profonda stima e vicinanza, anche fiducia, in fondo la sottomissione sembra innocua e genera pietà,  sentimenti buoni quindi che con il tempo si tramutano in pena, finendo in rabbia mista a sensi di colpa per aver sentito cose brutte verso chi è buono. Ovvio non intendo dire che tutte le persone buone sono ipocrite, ma che spesso il loro atteggiamento non è autentico, ma forzato e che quando l’allarme per questa poca autenticità arriva, la respingiamo, non facendo il nostro bene perchè ci intrappoliamo in una dinamica non vera a nostra volta e non facciamo il loro di bene, imprigionandoli ancora di più nella loro passività e deresponsabilizzazione. Con il tempo queste dinamiche si ampliano e rafforzano fino a diventare abitudine: perdoniamo quindi la debolezza perchè sa di inoffensivo, ma al contempo proteggiamo chi la mostra, ad attivare risorse più efficaci ed osare ad  essere autentico.

Credo che sentimenti come questi siano molto presenti nelle dinamiche individuali ma anche sociali,  verso la paura di riconoscere sentimenti ostili e politically uncorrect… La verità è che si pensa di venire più accettati se si mostrano lati socialmente desiderabili e accettabili, che poi manchi l’autenticità non è un grande problema.  Ma gli effetti sono  realmente migliori? A chi serve dunque mantenere percorribili i sentieri delle buone facciate e un crogiolarsi in questo falso  quieto vivere di oggi?

 

Rebecca Montagnino

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