Storia dell’autostima e del sabotatore.


A tutti i piccoli guerrieri ancora soggiogati dal loro sabotatore…

C’ era una volta un bambino/a (uno??????…ok, una marea di bambini), cresciuto senza fiducia in sè stesso e nel mondo. Non lo sapeva, ma aveva già acquisito dal suo ambiente- anche senza intenzione, ma per ignoranza dell’impatto di certi comportamenti sulla mente e sulla persona- degli schemi negativi che lo portavano a dirsi frasi denigranti e a pensare che non ce l’avrebbe mai fatta nella vita. Più cresceva e più demoliva ciò che faceva. Se era sul punto di ricevere qualcosa di bello, pensava: non lo merito. Se provava a realizzare qualcosa di grande, pensava: tanto non ci riuscirò. E con questa sfiducia in sè stesso esplorava il mondo, sprovvisto di autostima, ma provvisto- con tanto di scorte- di disistima. Pensava che era normale così e accettava questa condizione, in silenzio e in solitudine. Crescendo quelle frasi ripetute diventavano vocette interiori; si facevano sempre più frequenti e creavano dentro di lui un sabotatore invincibile, immenso, forte quanto un mostro. Solamente che nella realtà non c’erano mostri, vivevano nei suoi pensieri e i pensieri sappiamo, sanno essere più tenaci di qualsiasi mostro. Se anche provava ad affrontarlo, veniva battuto, rafforzando così la sua convinzione di non meritare la felicità. Anzi più provava ad attaccarlo, più il mostro assumeva potere e otteneva forza. Alcuni gli dicevano di trasformare quel mostro in una bella fatina, così da non temerlo più. Funzionava a volte ma durava poco e non bastava. Più si accaniva e più il mostro sentendosi attaccato e messo in discussione il suo potere, reagiva con violenza. Il bambino si ritrovava allora a terra, vinto, impotente e quelle convinzioni sul suo poco valore e poco merito, prendevano sempre più piede. Credeva che quello che faceva non era mai abbastanza e sentiva che ciò che avrebbe voluto non era alla portata delle sue capacità (io non posso). Credeva che ogni azione altrui fosse contro di lui e anche se la situazione aveva chiavi di lettura diverse, le sue erano sempre contro sè stesso (io non merito). Avrebbe voluto provarci, ma la sola idea gli sembrava inutile… Non sapeva invece che tutto questo era l’opera nefasta del suo sabotatore interno e che l’unico modo di batterlo era di colpirlo senza che se accorgesse e senza che potesse attivare le sua crudeli contromosse. Mettere in discussione la sua esistenza (forse tu non esisti, forse non sei vero) era il modo per fiaccarlo ed indebolirlo. Pian piano il sabotatore diveniva così più impotente e quel potere veniva rimandato in nuovi pensieri nel piccolo guerriero, ormai cresciuto. Era come cancellarne un pezzetto alla volta fino a renderlo invisibile, mentre bisognava al contempo allearsi alla voglia di vivere, ad avere pensieri diversi e pulire la mente. Aperta la mente ed il cuore, volontà e costanza finivano l’atto di liberazione.

E fu così che un giorno il piccolo guerriero si svegliò e sentì finalmente di poter ricevere amore dal mondo e soprattutto da sè stesso; si guardò e sentì che poteva esser forte se voleva e ancora se voleva, valeva davvero molto.

Rebecca Montagnino

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