Il capitalismo della sorveglianza


“Ci stiamo privando da soli della nostra libertà- per comodità o pigrizia e per l’avidità delle grandi compagnie tecnologiche “. 

Questo è l’incipit di un bellissimo e intenso servizio pubblicato sull “L’Espresso” dove Dave Eggars lancia il suo allarme. Autore che tra le varie opere ricordiamo per “Il cerchio“, romanzo illuminante su un mondo futuristico dominato dai social network, in cui l’uomo ha rinunciato ad ogni tipo di riservatezza.

Punti salienti del suo pensiero e del suo allarme sono: “L’intelligenza artificiale che snatura il pensiero umano, l’utilizzo dei big data come falsa comodità, la privacy in pericolo e i social come minaccia.”  Questa è anche l’essenza del capitalismo della sorveglianza; i nostri pc, smartphone, tablet, sono in ogni istante connessi e forniscono dati di ogni tipo sulla nostra personalità: dai nostri gusti, alle nostre passioni, ai viaggi che facciamo, alle operazioni bancarie. Tutti questi dati vengono poi dati in pasto a compagnie pubblicitarie, tanto da poter affermare che ” la tecnologia oggi ci conosce ormai meglio di noi.”

Il dramma è che consapevoli dell’uso che viene fatto dei dati, continuiamo comunque a muoverci nella rete con una leggerezza disarmata e folle. Sappiamo che Facebook o Google usano i nostri dati invasivamente e senza una nostra chiara autorizzazione, ma ormai siamo desensibilizzati alla notizia. Come afferma lo scrittore ancora “Abbiamo barattato la privacy per la comodità e il piacere di ottenere servizi gratis. Le compagnie ci tracciano, ma anche noi siamo a nostro modo spie: controlliamo i nostri bambini, partner, dipendenti, amici” Considerato in effetti che quest’abitudine l’abbiamo anche noi utenti,  siamo ancora in grado di capirne realmente l’impatto? Ricordo che qualche anno fa scoprì casualmente l’esistenza di app ( ad esempio Myspy) che avevano un “normale” uso di investigazione: si potevano vedere messaggi, telefonate, chat, video, da un telefono al quale ci si era collegati a sua insaputa, per avere il controllo sui figli minori e sui propri dipendenti aziendali, il tutto in modo “legale”. Le app venivano inoltre usate per investigazioni coniugali su larga scala, il costo era basso e l’attivazione piuttosto facile. Perchè se un tempo ciò era solo una situazione da film, oggi è diventato normale? Cosa è accaduto per ritenerlo tale?

Sicuramente l’11 settembre ha segnato l’inizio del momento in cui la sorveglianza è diventato un bene necessario per difendere il mondo occidentale dal terrorismo. Da quel momento in poi, aumentare i livelli di sicurezza a qualsiasi costo è stato fatto passare come una conseguenza inevitabile e soprattutto auspicabile.
Il bisogno di sorveglianza evidenzia quindi che la responsabilità non sta solo nelle società o nei governi, ma anche negli utenti. La libertà caramente conquistata nel corso della storia dell’umanità si sta vendendo difronte ai piaceri virtuali e al bisogno di controllo, con conseguenze devastanti sulla psiche e su fenomeni sociali .

La sicurezza sta diventando un bene così necessario, per cui ci assoggettiamo ad ogni forma di sorveglianza o controllo. Il suo prezzo non trova limiti, tanto da farci concedere progressivamente libertà e privacy. Basta pensare che negli Stati Uniti ed in Cina sta entrando in vigore il sistema dei crediti sociali: un buon comportamento del cittadino gli procura beni vantaggiosi come sconti, etc… Come se fosse un gioco, come fosse divertente. Mi vengono in mente sempre scene di film dove un tempo, questo presente veniva ipotizzato come un futuro apocalittico.

Con Internet è iniziata la fine dell’anonimato, le conseguenze sembrano innocue davanti a tutto quello che la rete ci offre. Il più grande ” dono”, in termini psicologici e sociali, viene rappresentato dalla possibilità di non sentirsi più soli, abbandonati o esclusi e il piacere di essere guardati (scopofilia) predomina su quello di essere svelati. L’avvento di Internet e dei social ha anticipato da ottimo prodotto di consumo qual’è, il bisogno degli utenti, ha fatto leva sulla paura del senso di non appartenenza e di vuoto. Facebook o il suo ideatore è stato geniale nel collocarsi in questa situazione, sfruttando e riempiendo le pance vuote. In questo senso la rete non ha creato un bisogno, l’ha semplicemente seguito e appagato.

Spesso registro un’inspiegabile, almeno per la mia generazione e per il modo in cui sono cresciuta, piacere per la mancanza di riservatezza e intimità: pare che condividere ogni minima nudità del proprio Io sia segno di liberazione e di socialità. La spudoratezza, il rivelare fuori quello che siamo dentro non solo non viene etichettato come esibizionismo, ma è persino segno di apertura sociale (su questo hanno inciso prima dell’avvento dei social, una tv basata appunto sull’esibizionismo e la spettacolarizzazione di ogni cosa, dalla vita privata alla conoscenza dei particolari della vita altrui). Ricordiamo ancora che il non sentirsi considerati in rete crea, soprattutto tra gli adolescenti un senso di inadeguatezza ed esclusione, così forte da provocare crisi depressive. Il fenomeno viene definito oggi come FOMO (fear of missing out, ovvero la paura di esser tagliati fuori) comportando il bisogno di stare dentro ai social ad ogni costo-

L’anticipare i bisogni è una delle regole base del consumismo, piaga a cui ci pieghiamo favorevolmente anche noi tutte le volte che siamo presi dall’entusiasmo, quando Internet o Amazon o Booking o qualsiasi sito è capace di anticipare i nostri gusti e “facilitarci” indirizzando le nostre scelte. La seduzione vince quindi sulla privacy e conduce verso una regolazione normativa a qualsiasi distanza. Il fascino di tali attività on line provoca a sua volta un aumento dell’ egocentrismo ed edonismo, creando una vera e propria conseguente dipendenza da web, ovviamente molto apprezzata dal capitalismo della sorveglianza.Come a dire che in fondo sia quando siamo indirizzati sia quando ci sentiamo controllati, siamo comunque sotto l’attenzione di qualcuno. Il problema è perciò a double face, c’è un un voyeurismo e un bisogno di controllo da un lato, come c’è il piacere di stare sotto ai riflettori; la seduzione diviene così irresistibile.


Anche Z. Bauman in “Sesto potere-la sorveglianza nella modernità liquida” esprimeva e riassumeva il suo allarme mettendo in luce un aspetto particolare: ” la sorveglianza ottimizza il processo dell’agire a distanza, separando una persona dalle conseguenze dell’azione, ma mentre le attività della nostra vita quotidiana restano visibili a tutti, restano sempre più indecifrabili le azioni delle organizzazioni che ci sorvegliavano. Le nostre informazioni personali vengono rese disponibili tutte le volte che usiamo il cellulare per fare acquisti, quando navighiamo, quando usiamo le carte di credito, i codici postali, i documenti d’identità, in modo automatico e volontario. Il privato diventato pubblico e viene condiviso da amici, conoscenti, utenti di passaggio e organizzazioni che useranno tutti quei dati per scopi non resi noti.
La conseguenza è che aumentata l’incertezza nelle relazioni, ci sentiamo sempre più sicuri solo all’interno della rete, da cui ci aspettiamo continuamente una consolazione o una vicinanza, spesso molto più di quanto ci aspettiamo facciano le persone intorno a noi.

Rebecca Montagnino

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