Confini


“Il confine protegge dall’inatteso e dall’imprevedibile; dalle situazioni che ci spaventerebbero e ci paralizzerebbero o ci renderebbero incapaci di agire, più i confini sono chiari, più sono visibili, più sono ordinati spazio e tempo . I confini danno sicurezza, ci permettono di sapere come e quando muoverci, ci consentono di agire per fiducia. Per imporre questo ruolo, dare ordine al caos ,rendere il mondo comprensibile e visibile i confini devono essere concretamente tracciati.” (Z.Bauman)

Sono sempre più convinta dell’importanza della prossemica ( disciplina che studia i gesti, i comportamenti, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione verbale e non verbale) verso noi stessi, nei rapporti umani e nell’intera collettività. E’ un argomento non valutato nella giusta misura, capace in realtà di stimolare molte riflessioni. Sembra che per molti di noi esista solo o la vicinanza o la lontananza e che la vicinanza venga interpretata come fonte di calore, mentre la lontananza come fonte di freddezza umana.
I nostri confini invece variano a seconda della persona con cui ci relazioniamo, non tutti abbiamo bisogno della vicinanza e la viviamo allo stesso modo infatti; a seconda del momento della vita- possiamo essere molto forastici e in un momento di difficoltà, come in una grave perdita, aver bisogno invece di un improvviso contatto. Il fatto è che non ci fermiamo a pensarci.

Già entro i due anni i bambini sviluppano un loro senso dei confini, ma come vedremo più avanti, viene spesso gestito dai genitori senza tener conto dei loro reali bisogni o disponibilità. Da quì la perdita dei propri confini per entrare in quelli desiderati dagli altri.

PERCHE’ OGGI I CONFINI SONO UN ARGOMENTO ATTUALE Lo s-confinamento a cui i social ci hanno abituati, ha modificato drasticamente lo spazio inteso come privacy o intimità; se ci riflettiamo è spesso proprio a causa dello sconfinamento/confinamento che si creano conflitti interiori. Oggi si soffre molto più di un tempo di un senso di esclusione sociale, semplicemente perchè i social hanno ampliato questo bisogno, facendolo equivalere alla visibilità e alla considerazione. I confini del nostro territorio ancora, anche a causa del sovraffollamento delle metropoli, sono qualcosa che subiamo senza rilevare la loro importanza, mentre sono uno dei fattori stressogeni più inquinanti che ci siano. Lo stress è la nostra risposta di adattamento ad un cambiamento, di conseguenza è anche una risposta che si modifica a seconda di quanto riusciamo ad adeguarci o a quando ci sforziamo innaturalmente di farlo.

Se oggi pensiamo che gran parte della popolazione soffre di bisogno di approvazione, non dovremo quindi stupirci se il problema dei confini è assai presente; chi ne soffre infatti ha un reale problema a limitare i suoi spazi, perchè più che sentire i suoi spazi, quello che sente forte è la necessità di considerazione, l’accettazione e il non giudizio dell’altro.
L’Immagine conta talmente tanto, che l’identità si annulla, il rispetto in generale e quello dell’intimità soprattutto, viene molto dopo o a volte non si avverte nemmeno. Di conseguenza i confini diventano eccessivamente flessibili e modificabili a seconda delle richieste esterne o di quelle che vengono percepite come tali. Il messaggio finale, tra la paura di essere rifiutati, di rifiutare e il farsi rispettare, viene perciò esternato in un modo piuttosto ambiguo. Non si sa bene quale risposta adottare e diviene un messaggio paradossale (la presenza contemporanea di messaggi contraddittori), creando anche negli altri con cui ci si rapporta confusione e incomprensione .

Incapaci di ascoltare il corpo, che assieme alla mente e alle emozioni è in grado di leggere come ci sentiamo ed anticipare perciò la nostra reattività, spesso ci troviamo intrappolati ed invasi dagli altri. Con un giusto ascolto e consapevolezza, forse potremmo gestire in modo diverso la situazione. Questi segnali per troppo tempo inascoltati hanno finito con il diventare di difficile lettura e codifica. Il compiacere ha generato uno switch di bisogni : arrivano prima quelli altrui e vengono interpretati/scambiati come personali. La semplice domanda su cosa voglio, su dove voglio mettere gli altri, se voglio fare una determinata cosa, diviene una domanda senza risposta spontanea. Questi messaggi dapprima generano in noi conflittualità, con l’altro creano un’ incongruenza tra il linguaggio verbale e quello non verbale, a testimonianza della nostra scarsa convinzione su cosa sia giusto/sbagliato o per la presenza di sensi di colpa. Spesso è anche l’eccesso di empatia che ci blocca, in quanto ci fa sentire l’ipotetica reazione emotiva dell’altro in cui ci immedesimiamo. Questa debolezza, o comunque poca chiarezza, sfocia alla fine nell’aggressività, magari nemmeno diretta agli altri, ma manifestata su di loro solo per una nostra incapacità e frustrazione a comunicare in modo diretto cosa vogliamo.

Vorremo essere rispettati senza chiedere, senza faticare, senza combattere; dopo aver spalancato le porte alla ricerca dell’approvazione ci ritroviamo invece invasi e di qui nuove ondate di aggressività. Non saper mantenere le distanze o non essere assertivi infatti, porta spesso ad incastrarsi in ruoli di vittima, intesa come “chi subisce”, sia nel lavoro, che nella vita privata.

I sintomi fisici associati e conseguenti, possono andare dall’apatia, alla spossatezza, all’autoesclusione e all’irritabilità- Praticare l’attenzione consapevole che ci tiene in contatto al qui ed ora, è un ottimo metodo per “ascoltare” i nostri confini. Più temiamo certe situazioni ed emozioni più tendiamo a reprimerle, allontanandoci pertanto dalla loro gestione. Collegato a questo quadro clinico spesso troviamo un’autonomia precaria e fragile i cui paletti vengono messi, rimossi, distrutti, rimessi, in modo poco chiaro per l’altro e molto poco produttivo per la nostra autostima. Le eccessive oscillazioni tra vicinanza e lontananza sono un chiaro esempio di quanto sia difficile stabilire chi siamo e cosa vogliamo dalle nostre relazioni. Chi non sa rispettare il proprio territorio, non sa difendersi, ha un grave deficit e dipende pertanto da qualcuno/i a cui delega il suo bisogno.

DIFFICOLTA’ A STABILIRE CONFINI:

MOTIVI ATAVICI- il bisogno di socializzazione e di non esclusione sono bisogni atavici, ma come abbiamo visto, possono creare un blocco. Per potersi permettere di fare a meno del bisogno di approvazione ci vuole coraggio e non percepirsi in una posizione debole e senza potere di intervento.

-I limiti sono anche la manifestazione dei nostri VALORI, rivendicano il nostro diritto di esistere (assertività). Non a caso per chi i valori non sono noti o tenuti nella giusta considerazione, il rispetto verso di sè è più difficile da mantenere.

  • PAURA E SENSI DI COLPA. La paura come sappiamo limita lo spazio, l’idea di difendersi perciò può attivare al contempo la rinuncia ai nostri diritti o persino l’autopunizione. Siccome questi meccanismi hanno origine nell’infanzia, per modificarli è utile capire cosa ci mette in uno stato di allerta, cosa ci indebolisce e come possiamo difendercene il più rapidamente possibile.
  • PAURA DEI CAMBIAMENTI . Probabilmente le dinamiche relazionali cambiano se di colpo reclamiamo il nostro spazio, specie se non l’abbiamo mai fatto, ma questo è il prezzo da pagare per evolverci e crescere.
  • ASSENZA DI ASSERTIVITA’ Prendiamo il bisogno di autonomia dei figli, spesso rinnegato dai genitori anche con messaggi paradossali che hanno lo scopo di trattenere quell’intimità a loro ancora necessaria. Si passa perciò a rinnegare limiti e a rimetterli continuamente, creando destabilizzazione e coercizione. L’assenza di assertività utile anche per i figli, in quanto insegna loro a contenersi, si esprime nell’incapacità genitoriale di dare ordini e regole; non sapendo dire no, delegano ad altre figure (insegnanti, l’altro genitore, o l’estraneo, in alcuni casi, che “deve punire”). Ricordiamo che l’autorità è anche un segno di forza e determinazione, un genitore percepito debole, è un genitore che non dà senso di stabilità e affidabilità. Porre dei limiti agli altri e a se stessi, significa anche fare il proprio bene, prendersi cura di sè. Riconoscere i propri limiti nel senso di non mettersi sempre sotto pressione,è importante per la nostra salute fisica e mentale. Quando non lo facciamo, subentra un calo energetico e sintomatologie fisiche. Chi non conosce i propri limiti inoltre, non si sente mai appagato e felice di aver raggiunto degli obiettivi, ma spesso è eternamente insoddisfatto.
  • Il primo passo per mettere dei limiti non è stare sulla difensiva, ma avere percezione e consapevolezza di quello che avviene dentro di noi. Il nostro corpo ci invia segnali e riconoscerli ci permette di sapere quando dobbiamo dire basta. Sa quando ci sentiamo invasi e ce lo testimonia con segnali fisici come fomicolii, tensione, senso di irritabilità crescente o voglia di scappare. Lo riconosciamo ancora dalla respirazione, che diviene più accelerata e corta come dall’aumento della pressione sanguigna. Questi segnali provengono non a caso dall’attivazione delle parti più antiche del nostro cervello, che hanno avuto da sempre un ruolo evolutivo, ci servono per ampliare l’intuito, per saper cogliere le opportunità o fuggire da un pericolo. Non sempre la testa è di aiuto: spesso tende a calmarci e a trovare alibi. I nostri centri energetici invece si aprono quando siamo in una situazione che ci fa bene e si chiudono quando dobbiamo proteggere i nostri confini. Quando i propri confini sono stati invasi e ci è mancata l’esperienza del rispetto, la sopraffazione diviene la norma e la ricerca del compiacimento costante. Chi ha subito questo nell’infanzia avrà difficoltà a non soccombere difronte a questo conflitto o attiverà dinamiche autodistruttive.

Chiaramente una volta ristabiliti i limiti e capito dove siamo non significa rinunciare a progredire, anzi è un modo per migliorare e crescere. Ci sono limiti reali e limiti imposti dalla nostra pigrizia, dalle nostre paure e spesso anche dalle nostre chiusure mentali. Saper distinguere ed agire in modo diverso sugli uni piuttosto che su gli altri, è un atto di liberazione. Gli schemi mentali abituali, come i divieti indotti dal pensiero, non ci aiutano infatti a capire i nostri reali bisogni.

Insegnare già da bambini a percepire i limiti è molto funzionale, imparano a contenersi, a sapere fin dove arrivano i propri confini e quelli altrui. Le famiglie dove non esistono limiti o confini vengono non a caso, definite invischiate, sembrano essere fonte di amore incondizionato, mentre la condizione non visibile ma necessaria, è spesso l’uniformità dei membri, dove nessuno sperimenta la propria individualità, ma deve appartenere ad un tutto. Spesso sento parlare di come la propria intimità sia stata violata senza considerazione sin da piccoli, creando poi nell’adulto una difficoltà a percepire le sue difese e il rispetto per sè stesso . Essere amati troppo equivale talvolta ad un’invasione del proprio spazio, alla richiesta che non ci siano appunto confini e può nuocere allo sviluppo, quanto tanto una lontananza eccessiva. Un tempo nell’educazione si tendeva a limitare troppo, oggi non si limita più, o si eccede dovendo poi ridefinire in modo brusco i confini; questo può anche portare a un’identificazione da parte del bambino nell’adulto, di cui deve sempre comprendere o anticipare le intenzioni. Non a caso in quest’ambito sono presenti i messaggi contraddittori o paradossali del tipo ” cresci ed esplora ma non ti allontanare”, “dove vai da solo”, sono messaggi frequenti in cui il bambino deve muoversi. Soprattutto un genitore debole di polso non viene solo percepito debole in quella situazione, ma crea un senso di poca affidabilità e protezione in generale.

Non ricevere sempre tutto e subito permette al bambino di spostare la soddisfazione e di conoscere i suoi limiti; sarebbe dunque un auspicabile primo insegnamento dell’assertività, che sappiamo essere un fondamento dell’equilibrio umano.

  • REBECCA MONTAGNINO

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